Oggi alla Tv hanno detto che “la Russia sta saldando il debito verso il Club di Parigi”…

E visto che non ho altri motivi per cui lamentarmi iniziamo il consueto tour, partendo dal passato :

Russia: intesa con Club Parigi per rimborso debito 15 mld$

18 gennaio 2001
Moscaintende rispettare impegni internazionali”
Mosca, 18 gen – Il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato al Governo ”di rivedere il dossier del debito verso il Club di Parigi e di valutare nuovamente tutti i fattori”. Lo ha detto il vice premier Alexei Koudrin a fronte delle proteste dei creditori, il primo dei quali e’ la Germania, seguite all’annuncio di Mosca sul rinvio di pagamenti pari a 3,3 miliardi di dollari dovuti quest’anno. Koudrin ha aggiunto che il Paese “intende comunque rispettare gli impegni internazionali sui debiti”. Berlino ha minacciato di bloccare l’adesione della Russia al G8 se Mosca non rimborsera’ i debiti dovuti.

Quindi Putin vuole “rivedere il Dossier” per chiudere il pagamento del debito quanto prima verso il “club di Parigi”. Vediamo se la vecchia volpe del KGB ce la fa.

Russia: intesa con Club Parigi per rimborso debito 15 mld$

13 maggio 2005
(Il Sole 24 Ore Radiocor)
Parigi, 13 mag – La Russia e il Club di Parigi hanno raggiunto un accordo per un rimborso anticipato di 15 miliardi di dollari da parte di Mosca di parte del suo debito. Questo tipo di rimborso, il maggiore che sia stato stipulato dal Club di Parigi nei confronti di Paese debitore, spiega una nota “sara’ effettuato a valore facciale’ (interessi esclusi) e ‘sara’ proposto egualmente a tutti i creditori”. La nota precisa che l’intesa con Mosca “permetterà alla Federazione della Russia di realizzare economie importanti allora degli anni futuri”. L’esposizione della Russia al 31 marzo era stata stimata in 40 miliardi di dollari.

Certamente si sta dando da fare…

Mosca, chiuso il debito con il Club di Parigi

(ANSA) – MOSCA, 21 AGO 2006 – La Russia non ha piu’ debiti con il Club di Parigi: oggi ha rimborsato in anticipo l’ultima quota dovuta, pari a 23,7 miliardi di dollari. L’annuncio e’ stato dato dalla Vneshtorgbank che ha provveduto a saldare per conto del governo. Il presidente Putin, sull’onda delle grandi disponibilita’ finanziarie derivate a Mosca dai prezzi stellari a cui vende gas e petrolio, ha deciso il rimborso anticipato per risparmiare 7,7 miliardi di dollari in interessi.

Ed ecco il conto…

Dopo i versamenti al Club di Parigi Standard & Poor’s alza il rating russo a BBB+

NEW YORK - L’estinzione del debito accumulato con il club di Parigi è valso alla Russia la promozione di Standard & Poor’s. L’agenzia di rating ha alzato ieri il giudizio sul debito in valuta estera e locale di un gradino, portandoli rispettivamente a BBB+ e A-, mantenendo stabili le prospettive. È il voto più alto mai assegnato da S&P alla Russia, che ora ha lo stesso rating di Ungheria e Polonia. «L’economia russa – spiega l’agenzia di rating – sta ancora beneficiando del boom dei prezzi petroliferi. La promozione è fondata su miglioramenti in atto nella copertura di riserve in valuta estera e sul consolidamento del bilancio pubblico». Le riserve, secondo S&P, potrebbero salire a fine anno a quota 285 miliardi di dollari; nel 1998, l’anno della crisi finanziaria, erano scese a 14 miliardi di dollari. Ma la ragione principale dell’upgrading è il pagamento anticipato dei 23,7 miliardi di dollari che Mosca doveva al Club di Parigi dei creditori sovrani. Ora la Russia è passata dalla posizione di debitore a quella di creditore nell’ambito del club. La riduzione del rischio di investimento in Russia è testimoniato dal differenziale di rendimento tra i titoli obbligazionari russi e i buoni del Tesoro americani: ieri lo spread era di 97 punti base, contro i 131 punti base di metà giugno. Anche Fitch Ratings ha alzato di recente (il 25 luglio) il suo voto sulla Russia, portandolo a BBB+: Moody’s invece la classifica a Baa2, un gradino in meno delle altre agenzie.

Ma questo club… dov’è che l’ho già sentito ultimamente?

Spino> Non era per la condizione dell’Argentina?

Giusto… rivisitiamo la causa :

Da wikipedia:

Crisi Economica : Le amministrazioni di Menem e de la Rúa fronteggiarono una diminuita competitività nelle esportazioni (dovuta alla forzata parità del peso con il dollaro), conseguenti massicce importazioni che danneggiarono l’industria nazionale e ridussero l’impiego, un deficit fiscale e commerciale cronico (ma di questo non mi preoccuperei, mi pare che anche dalle nostre parti ci diamo dentro), e il contagio di diverse crisi economiche. La crisi finanziaria asiatica del 1998 causò una fuoriuscita di capitale che sfociò nella recessione e culminò nella crisi economica nel novembre del 2001. Il mese seguente, in mezzo a sanguinose rivolte, il presidente de la Rúa si dimise.

Nel giro di due settimane, 4 presidenti si avvicendarono in rapida successione, fino alla nomina ad interim di Eduardo Duhalde come presidente dell’Argentina, da parte dell’assemblea legislativa, il 2 gennaio 2002 l’Argentina fu costretta ad ammettere la manifesta impossibilità di far fronte agli impegni economici presi con gli altri stati, (default sulle sue obbligazioni internazionali). L’ancoraggio del Peso al Dollaro, vecchio di quasi undici anni, e ormai palesemente controproducente, venne abbandonato. Tuttavia l’improvviso distacco della moneta argentina dalla parità con quella statunitense, ancoraggio che da tempo non era più realistico, la riportò immediatamente ai suoi valori reali, producendo un grosso deprezzamento della valuta (ridotta nel giro di pochi giorni ad un terzo circa del suo valore iniziale) e un conseguente altissimo picco di inflazione. La crisi provocò per mesi un quasi totale blocco dell’economia, con un drammatico aumento di disoccupati e di nuovi poveri, una crisi di liquidità del sistema, un aumento della piccola criminalità e di atti di vandalismo contro banche ed esercizi commerciali, un’allarmante instabilità sociale.

Tra debito e saccheggio, un’economia in ginocchio

di Jorge Beinstein

Il 17 giugno, due argentini sono stati uccisi nella provincia di Salta, presso la frontiera boliviana, nel corso di scontri con la gendarmeria che cercava di riaprire la principale via di comunicazione bloccata dai manifestanti. Questi ultimi protestavano contro la difficile situazione sociale di questa zona diseredata del paese. Secondo il quotidiano La Nación, il 56% della popolazione della regione vive in condizioni di indigenza e il 17% degli abitanti ha difficoltà anche a mangiare una sola volta al giorno (1).
Le proteste popolari si sviluppano sempre più numerose, in seguito al disastro economico e all’impoverimento di ampi strati della popolazione.
Aumenta così l’isolamento di un governo prematuramente logorato.
Arrivato al potere il 10 dicembre 1999, meno di due anni fa, promettendo la fine della corruzione e la ripresa dell’economia, il presidente Fernando de La Rua ha suscitato profonde delusioni. Non solo la situazione non è migliorata, ma in molti settori è addirittura peggiorata. Fin dai primi mesi della sua presenza a capo dello stato, il presidente si è fatto difensore del modello istituito dal suo predecessore peronista ultraliberale Carlos Menem e ha firmato un accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi).

Avremo modo in un post a parte di far notare cosa significa “ultra-liberale” e affini, confrontando poi con quello che invece ci indicano i “quotidiani indipendenti e liberi”.

Nel frattempo, cominciamo ad annotare i nomi che saltano fuori nella vicenda.

In materia di lotta alla corruzione, le promesse di de La Rua hanno avuto solo un effetto superficiale, limitato ad alcuni funzionari vicini a Menem. La corruzione istituzionale infatti non può essere compresa se non si tiene conto della sua base, cioè dell’egemonia di gruppi economici molto concentrati (per lo più stranieri). I loro «superprofitti» si basano su un saccheggio permanente, reso possibile grazie alla complicità dello stato. Articolazione di clan disonesti (politici, imprenditoriali, giudiziari, polizieschi, ecc.) e di un’oligarchia al governo «cleptocrate», il «menemismo» non è stato né così eccezionale né così anormale come è stato detto: si è trattato solo dell’adattamento peronista al modello economico vigente.
Oggi l’Argentina deve affrontare l’incontro esplosivo tra la crisi mondiale (aggravata dal rallentamento e dalla possibile recessione dell’economia americana) e il naufragio generalizzato delle proprie regole economiche, delle identità politiche e culturali, delle istituzioni.
Il tutto in un contesto latino-americano a sua volta degradato – frutto dell’unione tra capitalismo sottosviluppato (intervento statale ridotto al minimo, smantellamento della legislazione sul lavoro e della protezione sociale) e «democrazia» parlamentare di tipo occidentale.
Dopo aver assunto un carattere «elitistico», le società hanno dimenticato strada facendo le masse crescenti di emarginati e di poveri. La disarticolazione dei tessuti produttivi cominciata negli anni ’80 (o in alcuni casi anche prima) si è andata aggravando. Collegata con gli interessi finanziari e mafiosi globali, la borghesia locale si è diretta verso attività parassitarie illegali o semilegali, dal narcotraffico al saccheggio dello stato.
Una lunga serie di fallimenti Dal 1985 alla crisi finanziaria messicana della fine del 1994, una forte recessione ha colpito gran parte della regione (2) e la crescita si è mantenuta a fatica grazie all’aumento del debito estero e del deficit fiscale. È così che il debito estero regionale è passato da 450 miliardi di dollari nel 1991 a 750 nel 1999, anno nel quale la variazione del prodotto interno lordo regionale per abitante è negativa (-1,6%) con contrazioni superiori al 6% in Ecuador e in Venezuela e di oltre il 3% in Argentina e in Colombia. La situazione è peggiorata nel 2000 e tutto lascia prevedere che si aggraverà ancora nel 2001.
La crisi argentina è il risultato di una lunga serie di fallimenti accumulati per oltre un secolo: fallimento del modello agro-esportatore negli anni ’30; dell’industrializzazione sottosviluppata e della sua espressione politica popolare, il peronismo (tra il 1945 e il 1955); di tutti i tentativi conservatori più o meno autoritari e sanguinosi o «democratici» che, dal colpo di stato militare del 1955 non hanno saputo stabilizzare la società; dell’incontro nel corso degli anni ’90 di un capitalismo nazionale parassitario e in declino con il capitalismo globale sottomesso alla speculazione finanziaria.
L’aumento del debito estero, pubblico e privato, è una delle cause principali del deterioramento della situazione. Il debito pubblico si era mantenuto stabile alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, grazie all’afflusso di ingenti capitali frutto delle privatizzazioni di imprese pubbliche che davano l’illusione di una stabilizzazione dell’economia. Ma una volta esauriti i fondi delle privatizzazioni, il debito pubblico ha ripreso a galoppare. Alla fine del 1998 raggiungeva i 110 miliardi di dollari. Inoltre accanto a un disavanzo che tra il 1992 e il 1998 è raddoppiato, il debito privato si è decuplicato passando da 3,5 a 35 miliardi di dollari (secondo le stime ufficiali).
Alla fine del 2000 l’indebitamento totale del paese (stato, province e settore privato) superava i 200 miliardi di dollari (3). Il pagamento degli interessi ha provocato un indebitamento ancora maggiore, poiché l’Argentina è ormai costretta a chiedere in prestito capitali per pagare gli interessi del proprio debito; e il paese è trascinato verso la crisi finanziaria.
Si potrebbe replicare che è l’assenza locale di capitali e l’abbondanza di fondi globali destinati ai mercati emergenti che hanno spinto i governanti e gli imprenditori argentini a chiedere dei prestiti.
Ma in questo modo si dimenticherebbe che il ministero dell’Economia stima sui 120 miliardi di dollari i fondi degli argentini depositati in conti bancari all’estero e nei vari paradisi fiscali. In passato si affermava che i vincoli dirigistici dello stato avevano fatto fuggire questi capitali, impedendo loro di essere impiegati liberamente.
Ma se è difficile immaginare un’economia più liberale di quella attuale,

(?!?)

la fuga di capitali non ha smesso di crescere! Dall’inizio degli anni ’90 la politica di apertura alle importazioni e la sopravvalutazione della moneta locale (il cambio tra peso argentino e dollaro è alla pari) hanno fatto esplodere il deficit della bilancia commerciale. Nell’aprile 1991 infatti, sotto il primo mandato del presidente Menem, il «superministro» dell’economia Domingo Cavallo aveva istituito il sistema della convertibilità del peso in dollaro (un peso per un dollaro) e lo ha inserito nella Costituzione. Questa parità fissa ha automaticamente aumentato il valore dei prodotti argentini e ha avuto conseguenze negative per molte industrie locali che ormai hanno difficoltà a esportare.

Notare : ad ogni intervento governativo si creano degli scompensi che richiedono un ulteriore ingerenza… sarà un caso?

Allo stesso tempo, ciò ha favorito l’acquisto di prodotti esteri che hanno invaso il mercato interno e hanno fatto concorrenza a interi settori dell’economia argentina. Tutto ciò ha aumentato la disoccupazione, ma ha anche provocato un’offerta locale di beni che ha frenato l’inflazione.

Post-it : aumento offerta di beni frena l’inflazione

Sommandosi alla concentrazione finanziaria, commerciale e industriale, la nuova parità ha favorito un modello economico basato soprattutto sulle importazioni, dominato da un gruppo ristretto di imprese transnazionali.

Con il risultato di provocare, anche in questo caso, un aumento del debito estero e aggiustamenti economici sempre più dolorosi, volti a ridurre il deficit commerciale e a rallentare l’indebitamento.
Secondo gli economisti neoliberali, responsabile del deficit fiscale sarebbe la cattiva gestione delle imprese pubbliche. Peccato però che la privatizzazione dei gioielli di stato non abbia impedito al deficit di aumentare! Anzi, è stato necessario chiedere altri prestiti.
L’evasione fiscale delle imprese straniere è una delle prime cause del disavanzo, alla quale bisogna aggiungere la ridotta pressione fiscale sugli alti redditi e gli enormi trasferimenti di risorse pubbliche verso i grandi gruppi economici, soprattutto nei settori finanziari.

La privatizzazione della previdenza sociale e la riduzione dei contributi versati dal mondo imprenditoriale rappresentano un buon esempio di questa politica. Questi provvedimenti infatti hanno ridotto le entrate dello stato di otto miliardi di dollari all’anno, una cifra vicina al disavanzo pubblico (4).
Lo stato, che la teoria neoliberale promette di risanare liberandolo dalle tare burocratiche, ha ridotto le sue dimensioni e il suo peso economico, ma è rimasto sottomesso alle manovre dei grandi gruppi finanziari. Di fatto, le privatizzazioni hanno prodotto una nuova realtà economica che potrebbe essere definita «coloniale» (5).
In pochi anni il duplice saccheggio, esterno (il pagamento del debito) e interno (gli immensi profitti dei grandi gruppi economici), ha completamente distrutto un’economia già in gravi difficoltà. Tra il 1997 e il luglio 2000 il tasso di disoccupazione è passato dal 13,8 al 15,4%(6). Nel 2000, il numero di poveri a Buenos Aires e nelle periferie superava i tre milioni e mezzo di persone, e per sopravvivere molti porteños – abitanti della capitale – sono costretti a fare due o tre lavori. Aggiungendo le province, soprattutto le più isolate (Corrientes, Chaco, ecc.) dove si concentra la maggiore povertà, il paese contava alla fine degli anni ’90 14 milioni di poveri, più di 3 milioni di indigenti e oltre 2 milioni di disoccupati (7).
Prodotto di un capitalismo convertito in sistema di saccheggio, la recessione non ha nulla di congiunturale o che possa essere attribuito a cause passeggere. Le illusioni trionfalistiche manifestate dai neoliberali nei lontani anni ’90 non hanno resistito alla prova dei fatti. I ministri economici navigano ormai in acque agitate, cercando solo di sopravvivere, ogni volta per periodi più brevi, mentre si estende la protesta popolare che minaccia di trasformarsi in rivolta generalizzata.
Nel dicembre 2000 il governo, vicino alla bancarotta, è stato salvato solo grazie a un prestito di 39,7 miliardi di dollari (44,34 miliardi di euro) pilotato dal Fondo monetario internazionale (Fmi). La propaganda ufficiale ha cercato di presentare questa boccata di ossigeno come una «garanzia» che avrebbe permesso all’Argentina di riavviare la crescita. L’illusione però è durata solo qualche mese. Dimissionario il 2 marzo 2001, il ministro dell’Economia José Luis Machinea è stato sostituito da un’équipe ultraliberale che ha tentato di risanare l’economia attraverso tagli brutali delle spese pubbliche (in particolare nel settore dell’istruzione). Queste manovre però non hanno fatto altro che scatenare un’imponente protesta popolare (scioperi, blocchi stradali, occupazioni di università).
Politicamente isolato e al punto più basso della sua popolarità, il presidente de La Rua ha chiamato al ministero dell’Economia Domingo Cavallo, responsabile della politica economica durante gran parte del regime Menem, trasformandolo nel suo virtuale primo ministro.
Dopo aver aumentato la pressione fiscale (accentuando di fatto la recessione), il neoministro ha cercato di rifinanziare una parte importante del debito estero. Il 4 giugno è finalmente riuscito nel suo intento, trasformando 29,477 miliardi di dollari (circa 34 miliardi di euro) di debiti a breve e medio termine in debiti a lungo termine.
Ma la giustizia indaga sull’operazione, caratterizzata da evidenti casi di corruzione nel pagamento di «commissioni» troppo alte ai gruppi finanziari coinvolti in questo «megascambio».
Risentendo della situazione preoccupante del Brasile (suo principale partner commerciale, alle prese con una grave crisi energetica) e della minaccia di un raffreddamento dell’attività commerciale, Buenos Aires ha dovuto piegarsi il 15 giugno a una «svalutazione virtuale» della sua moneta. Dopo un decennio di parità fissa con il dollaro e una sopravvalutazione del peso che aveva bloccato le esportazioni, il nuovo «peso commerciale» è stato svalutato dell’8% rispetto al «peso normale», che si continua a cambiare al tasso fisso di uno per un dollaro (8). Ciò introduce un fattore supplementare di instabilità in una situazione già preoccupante. Inoltre uno dei miti del neoliberalismo argentino degli anni ’90 è definitivamente crollato: la stabilità del cambio, orgoglio dell’ex presidente Menem e che de La Rua aveva promesso di mantenere, dichiarando come il suo predecessore che avrebbe preferito dollarizzare del tutto l’economia anziché svalutare il peso.
Questa illusione monetaria ha fatto credere a molti argentini che il loro denaro si fosse miracolosamente trasformato in dollari. In compenso nessuno li ha avvertiti che l’eccessiva valutazione del peso permetteva alle imprese straniere di prosciugare le risorse economiche del paese, che a sua volta si indebitava ogni giorno di più (9). E non si è certo preoccupato di farlo l’Fmi, che ha sempre citato l’Argentina come un modello di ortodossia economica e che, il 22 giugno scorso, attraverso il direttore delle relazioni esterne Thomas Dawson, ha nuovamente manifestato il suo sostegno al piano di Cavallo.

note:

Jorge Beinstein è Professore universitario, Buenos Aires.
1 La Nación, Buenos Aires, 27 giugno 2001.
2 In questo periodo il prodotto interno lordo latino-americano si è ridotto mediamente dell’1,5% – con casi particolarmente gravi come quello dell’Argentina (-6,2%) o del Messico (-8,2%). Cfr. «Estudio Economico de América latina y el Caribe 1995-1996», Commissione economica per l’America latina e i Caraibi, Santiago, Cile, 1997.
3 Stato: 133 miliardi di dollari; province: 21 miliardi di dollari; settore privato: 47 miliardi di dollari.
4 Jorge Beinstein, «Neoliberalismo y saqueo. Hacia la liquidación del sistema de seguridad social», Ciudadanos, n° 2, Buenos Aires, estate 2001.
5 Mentre nel 1994 il 14% dei depositi bancari era in mano a imprese a capitale straniero, nel 2000 la percentuale arrivava al 51%. I gruppi stranieri hanno anche aumentato il loro controllo in altri settori: nel 1998 tra le prime cento imprese del paese 67 erano di origine straniera, rispetto alle 36 del 1989, anno dell’arrivo al potere di Carlos Menem (Les Echos, Parigi, 2 ottobre 2000).
6 Les Echos, Parigi, 14 agosto 2000.
7 El País, Madrid, 24 novembre 2000.
8 Questo provvedimento fa parte della legge di «biconvertibilità II», che prevede il doppio ancoraggio del peso al dollaro e all’euro.
9 Le somme destinate al rimborso del debito sono aumentate vertiginosamente, arrivando al 23% del bilancio statale nel 2001 rispetto al 10% del 1997. Cfr. Libération 22 giugno 2001. (Traduzione di A.D.R.)

Per chi vuole approfondire la tematica “crisi argentina” :

Crisi Argentina

Crisi Argentina 2

Crisi Argentina 3

Vediamo come si è evoluta la faccenda :

Argentina cinque anni dopo

di Damien Millet e Eric Toussaint

Argentina, molto si è parlato di te da quella sera tra il 19 e il 20 dicembre del 2001, quando dopo tre anni di recessione economica, il tuo popolo si è ribellato alla politica neoliberista applicata dal governo di Fernando de la Rúa e il suo funesto ministro dell’Economia, Domingo Cavallo. Hai dimostrato che l’azione dei cittadini e cittadine può cambiare il corso della storia. Argentina, la situazione che ha portato alla rivolta alla fine del 2001 è cominciata con la decisione del Fondo Monetario Internazionale di non concedere un finanziamento previsto sebbene i tuoi dirigenti avessero sempre applicato le impopolari misure che il FMI esigeva. De la Rúa reagì bloccando i conti bancari dei risparmiatori e così scese in piazza la tua classe media, alla quale si unirono “i senza” ( i senza lavoro, gli abitanti delle baraccopoli, la maggior parte dei tuoi poveri). Il 27 dicembre del 2006 la tua Corte Suprema finalmente ha ordinato alle banche di indennizzare totalmente i suoi risparmiatori truffati.

Argentina, esattamente 5 anni fa, si successero in pochi giorni tre presidenti della repubblica: de la Rúa fuggì il 21 dicembre del 2001 e il suo successore, Adolfo Rodríguez Saá fu sostituito da Eduardo Duhalde il 2 gennaio del 2002. Decretasti la più storica sospensione del pagamento del debito estero. Era di circa 100.000 milioni di dollari e ciò danneggiò tanto i creditori privati come i paesi ricchi raggruppati nel Club de Paris*. Centinaia di fabbriche abbandonate dai suoi proprietari furono occupate e fatte funzionare sotto il controllo dei lavoratori. I tuoi “senza lavoro” rafforzarono la loro capacità di azione nell’ambito del movimento dei “piqueteros”, la tua moneta fu fortemente svalutata, i tuoi cittadini crearono monete locali. Tutti gridarono ai tuoi politici una richiesta unanime: “que se vayan todos!” “che se ne vadano via tutti!”.

IMF, Club di Parigi, la World Bank…
Attori simpatici di altre curiose avventure…

Argentina, dopo un quarto di secolo di accordi continui tra il FMI e i tuoi governanti (dalla dittatura militare tra il 1976 e il 1983 fino al governo di de la Rúa, passando per il corrotto regime di Carlos Menem), hai dimostrato che un paese può sospendere il rimborso del suo debito per un tempo prolungato, senza che i creditori siano capaci di attuare ritorsioni efficaci. Il FMI, la Banca Mondiale, i governi dei paesi più industrializzati, i grandi mezzi di comunicazione, tutti avevano pronosticato il regno del caos. Ma che accadde? Ben lungi dall’affondare, cominciasti a risollevarti.

Argentina, il tuo presidente eletto nel maggio 2003, Néstor Kirchner, sfidò i creditori privati proponendogli in cambio dei loro titoli altri di nuova emissione di minor valore. Dopo lunghe negoziazioni concluse nel febbraio 2005 , il 76 % di questi creditori accettarono la rinuncia a più del 60 % del valore dei titoli che possedevano. Il mondo aveva gli occhi su di te e dimostrasti che un popolo può dire no.

Argentina, il resto della storia è deludente. Questo accordo finalmente segnò la ripresa dei rimborsi ai creditori privati. Per di più , esattamente un anno fa, il tuo governo rimborsò in forma anticipata la totalità del tuo debito con il FMI: 9800 milioni di dollari. D’accordo, risparmiasti 900 milioni di dollari di interessi, ma coloro i quali presero questa decisione sembrava soffrissero di una grave amnesia. La dittatura del generale Videla, appoggiata dal FMI e dalle grandi potenze, aveva utilizzato il debito con il fine di rafforzare il suo potere, arricchire i suoi dirigenti e affiancare il paese al modello dominante. Per rimborsare, i regimi seguenti liquidarono gran parte del patrimonio nazionale e contrassero nuovi debiti, i quali sono anch’essi odiosi.. E il colmo, la concessione di questi nuovi prestiti fu condizionata all’applicazione di misure di liberalizzazione massicce, di privatizzazioni sistematiche e alla riduzione della spesa sociale.

Argentina, i tuoi dirigenti potrebbero aver agito in modo migliore e questo esempio potrebbe aver fatto scuola in tutti i continenti. Avrebbero potuto rescindere dagli accordi con il FMI e con la Banca Mondiale. Avrebbero potuto avvalersi della sentenza Olmos , emessa da una Corte Federale e apportare validi argomenti giuridici per decretare che il debito è odioso e non deve essere rimborsato.

Argentina, siamo rimasti sconcertati quando abbiamo saputo che le tue autorità attualmente stanno negoziando con il Club de Paris, questa specie di scandalo istituzionale, che riunisce tutti i mesi a porte chiuse i rappresentanti dei 19 paesi più ricchi nella sede del ministero francese dell’Economia. Saprai, senza dubbio che l’obiettivo di questo Club così discreto è obbligare i paesi in via di sviluppo molto indebitati a rimborsare la maggior parte possibile dei loro debiti, senza tenere conto delle conseguenze sociali. Gli devi 6.300 milioni di dollari , ma un volta di più questi prestiti non hanno beneficiato il tuo popolo. Al contrario, i paesi del Club de Paris, il FMI, la Banca Mondiale, le grandi multinazionali, utilizzarono il debito durante decenni per opprimerti, per far sì che i tuoi governanti gli consegnassero i tuoi servizi pubblici privatizzati, deregolamentassero la tua economia e dimostrassero maggiore docilità, mentre nello stesso momento riducevi le spese sociali. Il film “La dignità degli ultimi” di Fernando Solanas mostra molto bene le situazioni di estrema povertà che causò tutto ciò.

Argentina, il tuo presidente deve scegliere se servire il tuo popolo o se servire i tuoi creditori. Disgraziatamente, sta alle regole, addirittura ha partecipato lo scorso settembre alla Borsa di New York per il tocco di campana inaugurale. Con il risultato che le cifre che pagherai nei prossimi anni faranno sì che sia impossibile l’applicazione di una politica alternativa al modello neoliberale. Le tue richieste sociali, anche se giuste, non potranno essere soddisfatte se non ripudi questo debito. Argentina, cinque anni fa i tuoi manifestanti avevano indicato un’altra direzione che poteva modificare la situazione a favore dei popoli in forma durevole. Ancora oggi è quella che ci auspichiamo.

* http://www.clubdeparis.fr

Eric Toussaint e Damien Millet (presidente del CADTM Francia, Comitato per l’Abolizione del Debito del Terzo Mondo, www.cadtm.org), coautore del fumetto “Dette Odieuse”, CADTM/Syllepse, 2006. Éric Toussaint è presidente del CADTM Belgio, autore di “Banca Mondiale: colpo di stato permanente”, Ediciones de Intervención Cultural, Mataró, 2007 – in stampa)

Eric Toussaint e Damien Millet
Fonte: http://www.rebelion.org
LInk: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=44023
31.12.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Annalisa Melandri

Vecchie fabbriche cercano salvatori

Sono passati ormai cinque anni dall’insurrezione popolare che mandò a casa il governo argentino di Fernando de la Rúa e del suo ministro dell’economia Domingo Cavallo. Le convulse giornate del 19 e 20 dicembre 2001 – con l’assalto a supermercati, banche e istituzioni, e con un tragico saldo di decine di morti e feriti – furono un modello di sommossa popolare, contro il governo e contro il progetto neoliberista di cui esso era espressione.
Il modello economico, imposto con il colpo di stato del generale Rafael Videla nel 1976, poi adottato dai governi che si sono succeduti per un quarto di secolo e sempre ratificato dagli organismi finanziari internazionali, aveva portato l’Argentina al fallimento. In quelle giornate convulse il Fondo Monetario Internazionale venne individuato come la «mano invisibile», il primo colpevole del tracollo politico, economico e sociale del paese. Dopo quattro anni di continua recessione, le autorità assistevano inerti all’inevitabile epilogo: il prodotto interno lordo cedeva nell’ultimo anno perdendo in dodici mesi ben 16,3 punti. L’inflazione correva, il peso, la moneta argentina, pur ancorata al dollaro con un cambio fisso, perdeva il suo potere d’acquisto. I salari, solo nel 2001, avevano perso il 32% del loro valore reale. Tutto ciò aveva portato alla chiusura la quasi totalità delle piccole industrie. Le stime ufficiali parlavano di un 25 per cento di disoccupati, ma la cifra reale era di gran lunga maggiore. Chi non aveva lavoro accettava qualsiasi condizione e chi ancora lo aveva era disposto a tutto pur di non perderlo.
Gli operai occupano
In quei giorni la disperazione e la rabbia si unirono: le vittime del modello neoliberista non erano disposte a pagare il conto degli errori delle loro classi dirigenti. In questo clima di quasi insurrezione molti operai scelsero di rispondere alla sfida – all’inizio timidamente, poi in modo sempre più articolato – occupando le fabbriche abbandonate dai proprietari. Convinti che a fallire non erano loro ma i padroni, gli operai si offrivano di riprendere in mano la produzione e la gestione dell’attività.
Luis Caro, presidente del Movimento Nacional de Fábricas Recuperadas por los Trabajadores (Mnfrt), tra i principali promotori di queste iniziative ci spiega: «Molti avevano lavorato in quelle fabbriche per venti o trent’anni; ora, invece di tornare alle loro case e attendere un indennizzo che non sarebbe arrivato mai perché la legge dava la priorità alle banche creditrici nel recupero del debito, preferivano restare in fabbrica a lottare».
Oggi ci sono diversi movimenti che raggruppano e coordinano le attività delle fabbriche «recuperate». Anche se le loro posizioni politiche si sono differenziate, non hanno mai perso di mira l’obiettivo che li accomuna. Il successo di queste iniziative, insieme all’appoggio da parte del governo, ha dato loro sempre più spazio e credibilità, sia in Argentina che nel resto dell’America Latina. E’ difficile dare una stima precisa dell’impatto di questa nuova forma di produzione sull’economia del paese: non si sa nemmeno con certezza quante siano le fabbriche recuperate. I due principali movimenti sono il già citato Mnfrt, che coordina l’attività di circa 130 stabilimenti rioccupati, e il Mner (Movimiento nacional de empresas recuperadas) intorno al quale si dice ne convergano circa 70. L’esperienza comunque è positiva e il numero continua a crescere.
Quando si entra in queste fabbriche si sente subito che il clima di lavoro è diverso. Ho avuto l’opportunità di visitarne alcune insieme a Luis Caro e quindi ho potuto verificarlo di persona. Durante la visita spesso gli operai si avvicinano per salutarci: raccontano come stanno andando le cose e ci informano anche sulle proprie vicende personali. Caro è nato nella borgata di Villa Fiorito, alla periferia sud di Buenos Aires, ed è riuscito a laurearsi in giurisprudenza a 36 anni. È una persona che non si arrende e questa tenacia lo ha portato alla testa delle lotte del movimento. Anche se ha peccato di qualche ingenuità politica, il ruolo di mediazione che svolge tra le istituzioni, la magistratura e gli operai delle fabbriche dimesse ne fa una pedina indispensabile.
Ognuna di queste industrie ha una storia a sé, un singolare percorso di risanamento e si trova in uno stadio diverso del recupero della capacità produttiva.
Visita alle fabbriche recuperate
La prima fabbrica che visitiamo è la Ghelco, una industria alimentare di medie dimensioni che produce materie prime per la preparazione di gelati e dolci. La Ghelco è stata una delle prime fabbriche recuperate. Già dal 1998, cioè all’inizio della recessione economica, i salari avevano incominciato a subire decurtazioni: ma alla fine del 2001 ormai non si trattava più di salari, ma di vere e proprie elemosine (50 dollari per Natale, 20 per Capodanno). Nel gennaio arrivarono i telegrammi di sospensione delle attività e il mese successivo l’azienda veniva dichiarata in fallimento. Gli operai si opposero alla chiusura dello stabilimento e fondarono una cooperativa, restando per oltre due mesi accampati davanti ai cancelli per impedire che l’azienda fosse smantellata e i macchinari liquidati e portati via. La strategia era concepita per evitare lo scontro che un’occupazione avrebbe inesorabilmente prodotto, con l’intervento della polizia, la repressione e alla fine lo sfratto. In questo modo invece gli operai ottennero la solidarietà di altre fabbriche, raccogliendo fondi per portare avanti la loro lotta. Nel mese di giugno ricevettero dalla magistratura l’autorizzazione a tornare in fabbrica e riprendere la produzione.
Molto lentamente e senza finanziamenti gli operai sono riusciti in questi anni a ricontattare i vecchi clienti, tra cui la Nestlé. Nel 2005 il governo di Buenos Aires ha concesso in modo definitivo l’esproprio dello stabilimento: gli operai della cooperativa si sono impegnati a rimborsare la spesa in 23 anni a partire dal 2007. I macchinari, invece, sono stati donati dal governo ai lavoratori. Tutto questo mi viene raccontato con grande entusiasmo mentre percorriamo i diversi reparti. Alcuni operai si avvicinano e aggiungono dettagli di ciò che oggi è la loro storia. Nel periodo di massimo splendore nell’azienda i lavoratori erano 280, oggi la cooperativa è formata da 44 soci. Quasi tutti i ruoli di amministrazione e direzione sono a rotazione. Si cerca di evitare che si ricrei una divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.
Borgata malfamata
Lasciata la Ghelco ci mettiamo in marcia verso un’altra fabbrica recuperata, questa volta nella zona di Dock Sud, nel quartiere della Boca. Si tratta del cantiere Navales Unidos (ex Sanym), che occupa un ampio spazio (36.000 metri quadrati) tra il Riachuelo, uno dei fiumi più inquinati del paese, e l’Isla Maciel, una malfamata borgata del sud di Buenos Aires. La Sanym gestiva questo cantiere fino quando è rimasta anch’essa vittima del modello neoliberista. Negli anni ’90 l’Argentina si era aperta al mercato internazionale seguendo le direttive del Fmi e del Congresso di Washington. Aveva eliminato le tariffe doganali e annullato ogni legge che potesse intralciare la libera attività delle multinazionali. Ma un cantiere come questo non poteva reggere il confronto con le grandi aziende mondiali del settore, in una fase di globalizzazione selvaggia.
Nel luglio 2001, in piena crisi recessiva, i 120 operai ricevettero il telegramma di licenziamento e subito dopo venne dichiarato il fallimento della Sanym. Allora anche nei cantieri un gruppo di lavoratori decise di creare una cooperativa per recuperare l’azienda e tornare a produrre. Hanno affittato la struttura a condizioni agevolate e si sono messi in contatto con il Mnfrt. Insieme ai leader del movimento sono riusciti a uscire indenni da un violento confronto con la polizia che voleva sgomberare le installazioni e hanno un po’ alla volta ripreso le attività. La cooperativa, che oggi è formata da 34 soci e 5 dipendenti, ha ottenuto nel agosto 2005 l’esproprio del cantiere.
Risaliamo in macchina e partiamo verso la Diogenes Taborda, una fabbrica di pezzi di ricambio per macchine agricole che un tempo era la Fortuny Hermanos. L’azienda è andata in rovina negli anni ’90, lasciando gli operai per strada. I proprietari l’hanno abbandonata e dopo due anni un piccolo gruppo di lavoratori si è messo in contatto con il Movimento, ha studiato il processo avvenuto in alcune imprese recuperate e ha deciso di chiedere la custodia della fabbrica e delle macchine, in quanto si sapeva che c’erano stati furti e danneggiamenti. La magistratura ha concesso la custodia per un mese e poi ha riconosciuto la «continuità lavorativa».
Mi raccontano che non è stato facile rimettere in funzione gli impianti: oltre ai furti e alla ruggine i servizi (elettricità, acqua, telefoni) erano stati tagliati e i contratti hanno dovuto essere rifatti ex novo; ma dopo quattro mesi è stata ripresa la produzione. Nel 2004 è arrivato il decreto di esproprio, gli operai hanno ricevuto sussidi da parte del municipio e sono riusciti a riportare la produzione annuale a duecentomila lame per macchinari agricoli.
L’ultima visita è quella alla cooperativa Los Constituyentes (ex Wasserman), una fabbrica di tubi e condutture di acciaio. La Wasserman era una impresa familiare con 45 anni di attività e 250 impiegati che nel 2000 ha sospeso tutto il personale. Anche qui gli operai sono riusciti dopo un po’ di tempo ad ottenere l’esproprio della fabbrica e la cessione dei macchinari. Quando si arriva allo stabilimento si percepisce subito l’alto ritmo di produzione della cooperativa. Mi raccontano che, oltre alle esportazioni, la loro produzione copre il 20 per cento del mercato nazionale. La produzione oggi è al massimo della capacità. I 95 soci che formano la cooperativa studiano la convenienza di strutturarsi su un turno di lavoro in più.
Tutte queste fabbriche sono organizzati in una struttura prevalentemente orizzontale. Le decisioni vengono prese in Assemblea e tutti percepiscono la stessa retribuzione. L’autogestione si rivela più pragmatica che ideologica. Sembrerebbe che la soluzione ai problemi concreti costituisca la via per la costruzione di un progetto sociale alternativo: questa volta la teoria potrebbe nascere dall’azione.

L’Argentina sfida il fondo monetario ed impartisce una lezione di economia alla grande finanza

di Sepp Hasslberger

Tre anni dopo il collasso della economia argentina sotto il peso delle ricette per lo sviluppo fornite dal FMI e dalla Banca Mondiale, la ripresa in sboccio della nazione sud-americana sbalordisce gli osservatori internazionali. Sfidando le prescrizioni del FMI, il presidente Kirchner ed i suoi consiglieri economici avevano detto ai creditori di mettersi in coda ed attendere, mentre si ricostruiva l’economia a partire dal punto piu’ basso. Un eccellente articolo sul ”the New York Times” riferisce la storia.
Il saccheggio della Argentina da parte della finanza internazionale e la susseguente disintegrazione della sua economia nel dicembre 2001 e’ solo uno degli esempi di quale sia stata la politica ufficiale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale per decenni: indebitare le nazioni in sviluppo garantendo enormi prestiti per progetti che beneficano gli appaltatori stranieri piuttosto che l’economia locale, raccogliere i rimborsi e, quando avviene il del tutto prevedibile default finanziario, passare alla spremitura per “aprire la nazione alla economia di mercato”. Abbassare le paghe, eliminare ogni sussidio sociale, aprire i servizi di base alla competizione multinazionale e cedere le materie prime a prezzi di svendita.

John Perkins, in passato un membro rispettato della comunità bancaria internazionale, ha deprecato duramente questa pratica.

Nel suo libro “Confessioni di un sicario dell’economia” descrive come egli, da professionista ben pagato, aiutò gli Usa a derubare nazioni povere in tutto il mondo per migliaia di miliardi di dollari, concedendo loro in prestito più denaro di quanto esse potessero eventualmente restituire, e successivamente a prendere possesso delle loro economie.

Democracynow.org ha pubblicato una interessante intervista a Perkins.
In effetti le aspre critiche mosse dai seguaci del globalismo economico dipingono un quadro a tinte nere. La “soluzione magica” proposta da “la creme de la creme” degli economisti è – difficile da credere – legare la valuta argentina al dollaro e rinnovare gli sforzi per compiacere la finanza internazionale.

Peccato che naturalmente ciò sia esattamente la causa primaria del crollo.
Come si comportarono gli Argentini ? Ripudiarono il “buon consiglio” ed iniziarono a lavorare nella propria nazione, convincendosi che l’economia di un paese non viene costruita con investimenti internazionali, quanto piuttosto con produzione e consumi realizzati proprio all’interno di esso.

Fonte: http://www.newmediaexplorer.org/

Ecco qui di seguito la copia dell’articolo del “the New York Times”…

La ripresa economica argentina sfida le previsioni

di Larry Rohter

BUENOS AIRES, 23 dicembre 2004 – Quando l’economia argentina collasso’ nel dicembre 2001, le previsioni da giorno del Giudizio Universale abbondavano. A meno che essa adottasse politiche economiche ortodosse e siglasse velocemente un accordo con i suoi creditori stranieri, certamente sarebbe seguita una super-inflazione, il peso sarebbe diventato senza valore, investimenti e riserve di valuta estera sarebbero svaniti ed ogni prospettiva di crescita sarebbe stata soffocata.

Ma tre anni dopo che l’Argentina dichiaro’ un default per un debito record di più di 100 miliardi di dollari, il piu’ largo nella storia, l’apocalisse non e’ arrivata.

Invece l’economia e’ cresciuta del + 8 % annuale per due anni consecutivi, le esportazioni sono parecchio cresciute, la moneta e’ stabile, gli investitori stanno gradualmente ritornando e la disoccupazione e’ calata dai livelli record – il tutto senza un accordo relativo al debito, ne’ le misure standard richieste dal Fondo Monetario Internazionale per concedere la sua approvazione.

La ripresa argentina è stata innegabile, ed e’ stata raggiunta almeno in parte ignorando e persino sfidando l’ortodossia economica e politica.

Piuttosto che procedere alla immediata soddisfazione dei possessori di obbligazioni, banche private ed FMI, così come invece altre nazioni in sviluppo hanno fatto in crisi anche meno severe, il governo a guida peronista scelse per prima cosa di stimolare i consumi interni e disse ai creditori di mettersi in coda insieme a tutti gli altri.

“Questo e’ un importante evento storico, che sfida 25 anni di politiche fallimentari” ha asserito Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerche Economiche e Politiche, gruppo di ricerca di orientamento liberale in Washington.

“Mentre altre nazioni continuano tuttora a zoppicare, l’Argentina sta sperimentando una crescita molto sana, senza che alcun segno indichi che essa non possa continuare, ed essi hanno ottenuto questo risultato senza essere costretti a fare alcuna concessione per ottenere l’arrivo di capitale straniero.”

Le conseguenze di tale decisione si possono vedere nelle statistiche governative e nei negozi, nei quali i consumatori una volta di piu’ spendevano robustamente prima di Natale. Piu’ di due milioni di posti di lavoro sono stati creati a partire dal punto piu’ basso della crisi all’inizio del 2002, e secondo le statistiche ufficiali anche il reddito reale, cioe’ al netto della inflazione, e’ rimbalzato, ritornando quasi al livello degli ultimi anni ’90.

Fu in questi anni che la crisi emerse, durante i quali l’Argentina provo’ a stringere la cinghia secondo le prescrizioni FMI, col solo risultato di collassare nella peggiore depressione della sua storia, che provoco’ anche l’avvio di una crisi politica.

Alcuni dei nuovi posti di lavoro provengono dal programma governativo volto alla creazione di occupazione a bassa paga, ma circa la meta’ riguardano il settore privato.

Come risultato, la disoccupazione ha declinato da piu’ del 20 % a circa il 13 %, ed il numero di Argentini che vivono sotto la linea della poverta’ e’ sceso di circa 10 punti percentuali dal livello record del 53,4 % di inizio 2002.

“Le cose non sono assolutamente tornate normali, ma abbiamo acquisito la sensazione di essere tornati sulla strada giusta” – ha affermato Mario Alberto Ortiz, riparatore di impianti di refrigerazione.

“Per la prima volta dacche’ tutto crollo’, posso effettivamente permettermi di spendere un po’ di soldi”.

Gli economisti tradizionali seguaci del libero mercato rimangono scettici riguardo l’approccio governativo.

Mentre riconoscono che c’e’ stata una ripresa, la attribuiscono soprattutto a fattori esterni piuttosto che alle politiche del Presidente Néstor Kirchner, che ha assunto la carica dal maggio 2003.

Inoltre sostengono anche che la ripresa comincia a perdere forza. “Siamo stati fortunati”- ha affermato Juan Luis Bour, capo economista presso la Fondazione Latino-Americana di Ricerche Economiche in Argentina.

“Abbiamo avuto prezzi alti per le merci e bassi tassi di interesse. Ma se vogliamo crescere nel 2005, dobbiamo fare un accordo per la questione del debito e riscontrare l’arrivo di capitale estero.” Il FMI, che i dirigenti argentini incolpano di aver provocato la crisi in prima battuta, ribatte che l’attuale governo agisce almeno in parte come il FMI ha sempre raccomandato.

Ha limitato la spesa e si e’ attivato per incrementare le entrate, una prescrizione classica per una economia sofferente, ed ha accumulato un attivo di entita’ doppia di quella che il Fondo aveva richiesto prima che le trattative fossero congelate molti mesi fa.

“Il ritorno a questi numeri incoraggianti e’ stato molto aiutato da una disciplina fiscale, che e’ quasi senza precedenti secondo gli standard argentini”- ha affermato John Dodsworth, il responsabile FMI in Argentina.

“Abbiamo avuto un attivo primario che e’ aumentato in maniera decisa in questi pochi ultimi anni, sia a livello centrale che a quello provinciale, e che e’ stata l’ancora fondamentale dal lato economico.”

Ma una parte di tale attivo record del bilancio e’ arrivato da un paio di tributi sulle esportazioni e sulle transazioni finanziarie, che gli economisti ortodossi del FMI e di altri organismi vogliono vedere abrogati.

Circa un terzo delle entrate governative è ora raccolto da tali tributi, che sono aumentati.

“Il FMI vuole che queste tasse siano eliminate, ma d’altra parte i suoi rappresentanti desiderano anche che l’Argentina migliori la sua offerta ai creditori e anche che essa rimborsi il Fondo, cosi’ da poter ridurre la sua esposizione presso di esso” – ha affermato Alan Cibils, economista argentino associato allo indipendente Centro Interdisciplinare per lo Studio di Indirizzo Pubblico in Argentina.

In altre parole dicono: “Dovete pagare di piu’ e trattenere di meno”, che e’ una prescrizione sicura per produrre un’altra crisi.

A causa della assenza di un accordo sul debito e dello stallo sulle tariffe delle “utility” (gas, luce e acqua), alcuni investitori, specie europei, continuano ad evitare l’Argentina, citando quella che chiamano la carenza di “sicurezza giudiziaria”. Ma altri, soprattutto latino-americani, abituati ad operare in ambienti instabili o essi stessi sopravvissuti a simili crisi, hanno aumentato la loro presenza in Argentina a causa della espansione delle opportunita’.

“Questi sono slogan che le persone ripetono senza pensare, come se essi fossero pappagalli” – ha affermato Roberto Lavagna, ministro della economia, quando interpellato in merito alle previsioni che gli investimenti starebbero per venire meno. “Nel 2001 e all’inizio del 2002 tutti i tipi di contratto furono annullati” – ha detto.

“Cosi’ perche’ ora investono ?
Chiaramente perche’ oggi possono ottenere un ottimo livello di rendimento .”

La compagnia petrolifera brasiliana Petrobras ha comprato una parte delle azioni di una primaria compagnia energetica argentina.

Un’altra compagnia brasiliana, la AmBev, ha acquisito una larga compartecipazione nella Quilmes, importante societa’ argentina produttrice di birra, ed una compagnia messicana ha acquisito il controllo di una grossa industria fornaia e pasticciera. Le nazioni asiatiche, Cina e Sud-Corea soprattutto, hanno cominciato ad operare in Argentina.

Durante una visita di stato il mese scorso, il presidente cinese Hu Jintao ha annunciato che la sua nazione progetta di investire venti miliardi di dollari ìin Argentina nello spazio dei prossimi dieci anni.

Ma il grosso dei nuovi investimenti viene dagli stessi Argentini, che stanno cominciando a spendere il loro denaro in patria, sia riportando i loro risparmi dall’estero, sia prelevandoli dal di sotto dei loro materassi.

Per la prima volta in tre anni, e’ maggiore la quantita’ di denaro che entra nella nazione di quella che ne esce.

Cio’ ha consentito a Kirchner il lusso di assumere una linea dura con il fondo monetario e con i creditori esteri che reclamano il rimborso.

“La questione e’ che l’Argentina ha al momento un attivo di conto, cosicche’ essa in realta’ non ha granche’ bisogno di investimenti stranieri” – ha affermato Claudio Loser, economista argentino e precedente direttore del FMI per l’emisfero occidentale.

“Gli investimenti nazionali stanno prendendo piede, perche’ vi sono opportunita’ in agricoltura, petrolio e gas.” Proprio questa settimana il governo ha annunciato che le riserve di valuta estera sono risalite a 19,5 miliardi di dollari, il loro livello piu’ alto a contare dal crash e a piu’ del doppio del minimo segnato a meta’ del 2002, un anno che segno’ un deflusso netto di 12,7 miliardi di dollari.

“Il picco degli investimenti negli anni ’90 era del 19,9 % del PIL, e oggi e’ del 19,1%, in risalita da un minimo del 10%” – ha affermato Lavagna.

Il governo Kirchner continua a cercare un accordo riguardo il debito di 167 miliardi di dollari tuttora esistente, e progetta di effettuare quella che esso definisce la sua offerta finale all’inizio del prossimo mese.

Ma la svolta in Argentina ha inspirato un tale senso di confidenza che il governo non solo parla di tagliare i suoi ultimi legami con il FMI, ma anche insiste che ogni rimborso ai possessori di obbligazioni debba essere condizionato al protrarsi della buona salute economica dell’Argentina.

“E’ molto semplice” – ha affermato Lavagna. “Nessuno puo’ raccogliere soldi da una nazione che non sta crescendo economicamente.”

Traduzione di Francesco Caselli

Fonte: http://francescocaselli.blogspot.com

Cina e Paesi emergenti trainano l’economia mondiale

La ripresa globale si mostra sempre più dipendente dalle economie emergenti e, in particolare, dalla Cina. Come indicato dal FMI e da altri organismi internazionali, mentre l’Europa è ancora immersa nella dicotomia tra stabilità (del debito) e (bassa) crescita, e gli USA tentano una timida ed incerta ripresa, sono proprio le maggiori economie emergenti dell’Eurasia (Russia, India e Cina) ed America Latina (Argentina e Brasile) a mostrare di essere sopravvissute alla grande recessione globale assai meglio di Europa e Stati Uniti, diventando players globali di assoluta rilevanza nel traino dell’economia globale.

I risultati ottenuti dalle economie emergenti latino-americane ed asiatiche nel 2010 sono notevoli. I dati di crescita del PIL per il 2010 (fonte The Economist) danno la Cina al +10,2%, l’Argentina al +8,3%, il Brasile al +7,5% e la Russia al +4,2%. Sono dati impietosi se paragonati alla crescita degli USA (+2,6%) o della UE (+1,6%), dove anche la Germania, con il suo +3,3% di crescita, non arriva ad un terzo di quella cinese o alla metà di quella argentina o brasiliana.

[…]

L’Argentina salda il debito col Fondo Monetario Internazionale

di Paolo Della Sala – 5 gennaio 2006

L’Argentina dei bond spazzatura del 2001, che hanno messo in ginocchio molti investitori italiani, solleva la testa. Si tratta di una notizia particolarmente importante, da tenere in considerazione proprio in rapporto ai rimborsi dei titoli di Stato. Il debito argentino con il Fondo Monetario Internazionale ammontava a 9,5 miliardi di Dollari: oggi è stato rimborsato ricorrendo alle riserve del Banco Central de Argentina e a quelle depositate presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI).

La BRI è una banca internazionale creata nel 1930 dalle banche centrali di Italia, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna e Belgio e da un’organizzazione privata americana, allo scopo di gestire il pagamento delle riparazioni di guerra tedesche dopo la fine della prima guerra mondiale. Oggi, la banca ha un importante ruolo di intermediazione finanziaria tra i governi e si è allargata a 45 nazioni. La decisione di procedere all’estinzione del debito, comunicata il 15 dicembre dal Presidente argentino, è diventata operativa ieri. Dopo la restituzione di quanto dovuto l’Argentina sarà comunque monitorata dal Fondo Monetario, anche perché la cifra è pari al 35% delle intere riserve monetarie nazionali. Per compensare la perdita finanziaria verrà emesso un Titolo di Stato in Dollari, non trasferibile, della durata di dieci anni. I possibili acquirenti di questi nuovi titoli adesso saranno più avvertiti?

Per loro informazione: l’Argentina ha avuto una crescita del PIL pari al 9% per il terzo anno consecutivo. Il reddito individuale annuo è di 6928 Dollari. Il debito estero rimane (rinegoziato) a 124 miliardi di Dollari. L’inflazione è al 12%. Secondo l’Indice per le libertà economiche (pubblicato dalla Heritage Foundation, realizzato con la collaborazione del Wall Street Journal, della Hayek Foundation, dell’Istituto Bruno Leoni, etc.) l’Argentina occupa il centoquattordicesimo posto nel ranking mondiale dei mercati più liberi (con Algeria e Cina, ma davanti a India e Russia: l’Italia era ventiseiesima, quest’anno scivolerà più in basso, anche grazie alla crisi di Bankitalia e del protezionismo del settore bancario).

Tutti i quotidiani argentini riportavano la notizia con grande evidenza in prima pagina. Il Ministro dell’economia, Felisa Miceli, propone l’eliminazione del debito anche con altri organismi internazionali (si tratta di altri 20 miliardi di Dollari) entro l’anno. La Naciòn rileva che Bush in poco tempo ha cambiato la sua definizione dei rapporti tra USA e Argentina, passati da «eccellenti» a «positivi». Molto interessante un’intervista dello stesso quotidiano a Steven Levitsky, professore a Harvard, esperto in Scienze Sociali e amministrative, autore di La democrazia argentina: la politica della debolezza istituzionale, un libro che consiglierei di tradurre a Rubbettino o Lindau o un altro editore liberale, cambiando solo la parola «argentina» con «italiana». Levitsky è autore di un altro libro dal titolo singolarmente profetico (continuo a riferirmi all’Italia): «Trasformazione del giustizialismo: dal partito sindacale al partito clientelista: 1899-1999». Scusate se è poco.

Ma torniamo all’Argentina, Paese molte volte simmetrico rispetto all’Italia, e non solo a causa dell’emigrazione. Nella sua intervista alla Naciòn, Levitsky rileva che: «Kirchner è più ideologico di quanto si sperava». «Vi sono molte somiglianze tra Carlos Menem e il suo successore, sia per le modalità della loro ascesa al potere, sia per il loro riformismo, e infine per il comune peronismo». Potremmo tradurre «peronismo» con «trasformismo». Intanto il Partito Giustizialista rimane comunque alle spalle del governo del Kirchner di centrosinistra. Quanti possibili paralleli con l’Italia vi vengono in mente?

Il governo argentino rimborsa il “Club di Parigi”. Narducci (PD/Estero) : “Un passo importante per dare fiducia al sistema economico argentino”.

(2008-09-04)

“Il Governo argentino rimborserà i crediti vantati da Germania, Giappone, Olanda, Italia (in misura dell’8%), Spagna e Stati Uniti, in pratica i Paesi del Club di Parigi creditori verso l’Argentina dopo il ben noto default del 2001. I 6,7 miliardi di dollari occorrenti per saldare i debiti con il Club di Parigi usciranno dalle riserve valutarie disponibili presso la Banca Centrale”. E’ quanto ha dichiatrato il presidente argentino, Cristina Fernandez Kirchner.

Tra i creditori ufficiali del Paese Sudamericano c’è anche il Governo italiano e Franco Narducci, Vice Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati italiana ha espresso grande soddisfazione per la mossa del Governo argentino, che, negli ultimi tempi, sembra essere molto preoccupato per le prospettive negative previste per il prossimo anno, se dovesse continuare il recente calo delle materie prime che esporta.

Per Narducci l’atteggiamento propositivo e l’impegno che si coglie nelle dichiarazioni del Presidente risulta “passo avanti importante”. “L’estinzione dei debiti contratti con il Club di Parigi – ha proseguito l’On. Narducci – accrescerà la fiducia a livello internazionale verso il sistema economico e istituzionale dell’Argentina, e in questa fase i mercati finanziari mondiali guardano con estrema attenzione agli indicatori che “misurano” il capitale fiducia”.

“Sono convinto che l’azione del Governo a farsi carico degli impegni e degli obblighi finanziari internazionali sia fondamentale per migliorare il posizionamento dell’Argentina sotto il profilo dell’affidabilità occorrente per rilanciare la crescita dell’economia e mettere a frutto le sue potenzialità. Mi auguro – ha concluso il Vice Presidente della Commissione affari esteri italiana – che l’atteggiamento dimostrato dal Presidente  verso il Club di Parigi, possa contribuire anche a riaprire una via negoziale con i cittadini stranieri (tra cui 200 mila italiani) possessori di obbligazioni argentine, colpiti dal default del 2001”.

Anche se la mossa unilaterale della signora Kirchner solleva diversi interrogativi, perché gli accordi con il Club di Parigi sono normalmente coperti dall’approvazione da parte del Fondo monetario internazionale di un programma economico, approvazione che in questo caso non c’è, dato che Buenos Aires ha interrotto da due anni le regolari consultazioni con l’Fmi (a sua volta rimborsato nel gennaio 2006 per 9,5 miliardi di dollari). Per ora il Club di Parigi si è trincerato dietro un no comment.(04/09/2008-ITL/ITNET)

Passa un mese :

In scena Argentina 2, il ritorno del default

Websim – 22/10/2008 17:46:17
Argentina 2, l’incubo default ritorna. Oggi il presidente Cristina Fernandez de Kirchner ha confermato l’invio al Parlamento di un progetto di legge che nazionalizza il sistema dei fondi pensione privati. Immediata la reazione della Borsa che sta crollando del 10% dopo il ribasso dell’11% di ieri. Da inizio anno l’indice Merval della Borsa di Buenos Aires ha più che dimezzato il suo valore.

Anche il default del 2001 era stato preceduto dal tentativo di nazionalizzazione dei fondi pensione. Il progetto di legge oltre a prevedere l’eliminazione dei fondi pensioni stabilisce che i fondi da essi accumulati – circa 30 miliardi di dollari – vengano trasferiti allo Stato.

Ricordate cosa si porta appresso l’iniziativa?

What has government done to our families ?

Morte del matrimonio nella Scandinavia

Ma proseguiamo :

La lettura del mercato è stata unanime: lo Stato ha bisogno di soldi e li preleva con la forza dai fondi pensione. Il crollo del Merval ha effetti a catena sulle altre piazze finanziarie internazionali. In Europa a pagare il conto più salato è Madrid che ha chiuso in ribasso dell’8%. Molte aziende spagnole, soprattutto banche, hanno una forte esposizione nel Paese sudamericano.

Repsol, il maggiore produttore petrolifero spagnolo, è caduta in Borsa del 15% a 15 euro, il maggiore ribasso da 11 anni a questa parte. Anche Telefonica ha perso il 9,4% a 14,097 euro e il Banco Santander è caduto del il 10,3% a 8,29 euro. Repsol fra l’altro possiede YPF, la maggiore compagnia petrolifera argentina.

Il costo per proteggere l’ Argentina dal rischio-default è salito al 32%, secondo indicazioni date da Bloomberg. I rendimenti offerti dai bond argentini sono schizzati al 24% prima che il presidente Cristina Fernandez de Kirchner annunciasse ieri un piano per nazionalizzare i fondi pensionistici privati, con asset per 29 miliardi di dollari. L’ Argentina finì in bancarotta nel 2001, venendo meno agli impegni relativi a circa 95 miliardi di dollari di bond emessi.

Se le più esposte sono le società spagnole, anche in Italia non mancano casi di gruppi con una forte presenza nel Paese sudamericano. Prima fra tutti Tenaris: il titolo oggi è caduto del 14,7% portandosi a 7,71 euro, minimo degli ultimi tre anni. “Un quinto della produzione del gruppo arriva dal Paese sudamericano e il 15% del fatturato è generato nei Paesi latino-americani”, spiega un analista. Ad avere un’alta esposizione in Argentina è anche Socotherm, tramite la controllata Socotherm Argentina, quotata alla Borsa di Buenos Aires. La capitalizzazione dall’inizio dell’anno è scesa del 59%.

Presenza molto limitata invece per gli altri colossi petroliferi di Piazza Affari. Eni ha qualche esposizione attraverso la controllata Italgas “ma si tratta davvero di poco”, conferma un analista. Dal bilancio 2007 emerge che le partecipazioni argentina di Eni hanno fruttato dividendi per 60 milioni di pesos che al cambio di oggi sono pari a 14 milioni di euro, niente rispetto ai 10 miliardi di utili del gruppo nel 2007.

Per rimanere nel settore energetico Enel, tramite Endesa, controlla diverse società in Argentina. “L’esposizione è limitata, le attività nel paese argentino contribuiscono solo per l’1,2% dell’Ebitda del grupp”, spiega un analista.

Anche altre imprese italiane che storicamente hanno avuto una forte presenza nel Paese argentino dopo il bagno di sangue del 2001 ora sono molto meno esposte e non temono il secondo default, è il caso di Parmalat e Impregilo. Il gruppo di Collecchio infatti assicura che dopo la vendita della controllata Parmalat Argentina, il fatturato prodotto nel Paese è nullo.

Anche i conti di Impregilo sono al sicuro. “Abbiamo svalutato quasi tutte le concessionarie in Argentina, in essere rimangono attività solo per 13 milioni di euro a fronte di un debito di 12 milioni”, spiegano dalla società. Tra controllate e partecipate, Impregilo ha concessioni per 592 kilometri, tutte già in pareggio. Impregilo poi ha attività nel settore delle energie rinnovabili e del trasporto dell’acqua ma con un valore davvero limitato.

Argentina nel caos: paura di un altro crack

Una tregua di un mese per arrivare a un accordo con il governo argentino di Cristina Fernandez de Kirchner. Lo stop alle agitazioni è stata annunciato ieri in Argentina dai sindacati del settore rurali che per 21 giorni hanno bloccato la distribuzione delle produzioni agricole, dalla soia al mais, passando per il latte e la carne. Risultato? Prezzi alle stelle, penuria di alcuni piatti tradizionali in tavola, tra cui il celebre “asado” di carne e, soprattutto, una raffica di posti di lavoro persi: 52mila secondo il segretario generale del “Sindacato de la carne”, Silvio Etcheún.
Ma a cosa si deve lo sciopero dei “campesinos” e come è stata gestita dalla Kirchner questa gravissima crisi che ha fatto ritornare in piazza, con pentole e cucchiai in mano, i cosiddetti “cacerolazos”, come nel dicembre 2001 quando il governo dell’epoca arrivò a bloccare tutti i conti correnti bancari?

Ma guarda…

I contadini e le loro associazioni sono letteralmente infuriati per la decisione del governo della “presidenta” di aumentare sino al 45% il carico fiscale sulle esportazioni di soia, semi di girasole e altri prodotti agricoli.

Chi la prende in quel posto assieme ai “cacerolazos”? (indovina…)

Difficile prevedere se si arriverà a un accordo. Ciò che è certo è che la crisi è stata esacerbata dagli insulti con cui la “presidenta” si è rivolta ai contadini del suo Paese. “Estorsori che fanno scioperi del benessere”, li ha definiti una decina di giorni fa, scatenando la furia dei “campesinos”. Lei denuncia una guerra civile ma in realtà il settore rurale argentino si è visto in pochi mesi tartassato da prezzi controllati e tasse sulle esportazioni. E mentre l’inflazione reale continua a crescere si diffondono due notizie boomerang per l’esecutivo: da un lato che il marito di Cristina, l’ex presidente Néstor Kirchner, ha assunto una media di 23 dipendenti pubblici al giorno nei suoi quattro anni di presidenza, dall’altro che, durante gli scioperi, il governo avrebbe assoldato gruppi di picchiatori per creare disordini. Il sindacato degli agricoltori ha già fatto sapere ieri per bocca del leader dei sindacati rurali argentini, Mario Lambías, che la tregua annunciata ieri è solo “momentanea” e che continueranno “a fare pressioni affinché siano ritirati gli aumenti fiscali. In caso contrario torneremo in strada”. Per vedere come terminerà la guerra tra Cristina e i “campesinos” non resta che aspettare cosa succederà nei prossimi 30 giorni.

Tira un’arietta da villaggio vacanze…

Per fare il punto : la Russia si è impegnata e in qualche anno ha restituito la somma che doveva al “Club di Parigi”. L’Argentina ha prima stipulato un accordo con il FMI e successivamente si è indebitata con il medesimo Club. Anche l’Argentina salda il conto, ma per farlo mette di nuovo a repentaglio la condizione economica del paese, dovendo ricorrere a nuovi gettiti fiscali per far fronte alle spese.

Ma chi diavolo è il “Club di Parigi”?

Da Wikipedia :

Il Club di Parigi è un gruppo informale di organizzazioni finanziarie dei 19 paesi più ricchi del mondo, che procede ad una accurata rinegoziazione del debito pubblico bilaterale dei Paesi del Sud del mondo (aventi ingenti difficoltà nei pagamenti). I debitori sono spesso raccomandati dal Fondo Monetario Internazionale dopo il fallimento di altre soluzioni.

Dunque il Club di Parigi lavora in linea con il FMI…

Esso si riunisce ogni sei settimane in Francia presso il Ministero dell’Economia, delle Finanze e dell’Industria di Parigi. Il Club venne istituito a Parigi nel 1956 fra l’Argentina e le altre nazioni sue creditrici. Le regole vennero fissate alla fine degli anni settanta nel contesto dei dialoghi Nord-Sud.

I membri coordinano le loro azioni di cancellazione, recupero e riprogrammazione dei crediti nei confronti dei Governi dei Paesi debitori.

Nel corso degli anni novanta, iniziò ad operare nei confronti di Stati appartenenti ai HIPC (Paesi poveri altamente indebitati) e non-HIPC attuando politiche differenti. Il Club iniziò a garantire in maniera sempre maggiore la riduzione del debito dei paesi del Terzo mondo. Per i paesi non-HIPC, venne decisa una minore azione di riduzione del debito proponendo in alternativa l’assunzione del loro debito ad investitori privati.

Nel 2004, il Club decise di cancellare il debito dell’Iraq a causa dell’incomparabile costo della ricostruzione del paese. Dopo il maremoto dell’oceano Indiano del 2004, il Club di Parigi decise di sospendere temporaneamente alcune delle scadenze dei paesi coinvolti nel disastro.

Questa la vediamo dopo…

Nell’aprile 2006, la Nigeria divenne il primo paese africano a pagare per intero il debito, stimato in 30 miliardi di dollari, nei confronti del Club di Parigi.

Nel settembre 2008, l’Argentina ha dichiarato di voler pagare il suo debito che ammonta a più di 6 miliardi di dollari. Allo stato di fatto l’Argentina non ha ancora effettuato tale pagamento.

da Uninews

È un gruppo informale formato da 19 Paesi creditori: Germania, Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Spagna, Stati Uniti, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Giappone, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Russia, Svezia e Svizzera.

Il Club di Parigi è stato fondato nel 1956, per far fronte ad una crisi finanziario-debitoria dell’Argentina. Il Club è incaricato di rinegoziare il debito pubblico bilaterale dei Paesi del Sud del mondo che hanno difficoltà nei pagamenti.

Dalla sua costituzione, il Club ha effettuato circa 393 ristrutturazioni debitorie a favore di circa 80 Paesi. Dal 1983 ad oggi il Club ha ristrutturato debiti per oltre 471 miliardi di dollari.

Al Club di Parigi i membri coordinano le loro azioni di cancellazione, recupero e riprogrammazione dei crediti nei confronti dei Governi dei Paesi debitori. I lavori del Club si basano sui principî del consensus; condizionalità (il debitore deve avere in atto un Programma con il FMI che dimostri la necessità di ottenere sia dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali che dai creditori bilaterali un “debt relief”); solidarietà (tutti i membri creditori applicheranno in modo uniforme a livello bilaterale il contenuto delle Intese firmate al Club); e comparabilità di trattamento (il debitore non può concedere ad alcun creditore non membro del Club un trattamento meno favorevole rispetto al consensus raggiunto al Club di Parigi).

dal Ministero degli Affari Esteri :

IL CLUB DI PARIGI

Il Club di Parigi è stato fondato nel 1956, per far fronte ad una crisi finanziario-debitoria dell’Argentina. Dal 1956 il Club ha effettuato circa 404 ristrutturazioni debitorie a favore di circa 85 Paesi. Dal 1983 al dicembre 2008 il Club ha ristrutturato debiti per oltre USD 512 miliardi. I Paesi membri sono 19: Austria, Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Federazione Russa, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Giappone, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svezia, Svizzera ed USA. Sono stati invitati a partecipare a singole ristrutturazioni, in qualità di creditori, Abu Dhabi, Argentina, Brasile, Corea, Israele, Kuwait, Marocco, Messico, Nuova Zelanda, Portogallo, Sud Africa, Trinidad e Tobago e Turchia. Al Club di Parigi i membri coordinano le loro azioni di cancellazione, recupero e riprogrammazione dei crediti nei confronti dei Governi dei Paesi debitori. I lavori del Club si basano sui principî del consensus; condizionalità (il debitore deve avere in atto un Programma con il FMI che dimostri la necessità di ottenere sia dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali che dai creditori bilaterali un “debt relief”); solidarietà (tutti i membri creditori applicheranno in modo uniforme a livello bilaterale il contenuto delle Intese firmate al Club); e comparabilità di trattamento (il debitore non può concedere ad alcun creditore non membro del Club un trattamento meno favorevole rispetto al consensus raggiunto al Club di Parigi).

DECISION POINT

Per raggiungere il “decision point” il Paese HIPC deve aver attuato con successo una serie di misure in campo economico (programmi di stabilizzazione macroeconomica, riforma del settore pubblico, riorientamento della spesa pubblica per progetti nel campo della riduzione della povertà, educazione, sanità e sociale), aver predisposto, con la più ampia consultazione,  un Documento di Strategia di Riduzione della Povertà e aver regolato gli arretrati. In questa fase viene calcolato l’ammontare della riduzione debitoria necessaria per portare gli indicatori del debito ai livelli previsti dall’Iniziativa ed il Paese comincia a beneficiare della cancellazione parziale del debito.

COMPLETION POINT

Per raggiungere il “completion point” il Paese deve aver mantenuto la stabilità macroeconomica, attuato le riforme chiave in campo strutturale e sociale e realizzato con successo per almeno un anno la Strategia di Riduzione della Povertà. Il Paese beneficia quindi della cancellazione debitoria finale e dell’eventuale assistenza aggiuntiva.

INTERIM DEBT RELIEF

L’”Iniziativa HIPC rafforzata” consente al Paese che ha raggiunto il “decision point” di beneficiare dell’assistenza di “Interim debt relief”, che consiste nella cancellazione del 90% e nel riscadenzamento del restante 10%, a titolo simbolico e di incentivo, del pagamento delle scadenze debitorie eleggibili, cioè “pre-cut-off-date”, del periodo interinario tra il “decision point” ed il “completion point”, allo scopo di dare un primo, immediato, “respiro” finanziario al Paese HIPC che ha raggiunto il “decision point”. L’Italia invece cancella il 100% di tutte le scadenze interinarie, sia da crediti commerciali che di aiuto, sia “pre” che “post-cut-off-date”.

CUT OFF DATE

La “cut-off-date” (in gergo “c.o.d.”) è la data convenzionale che viene stabilita nel momento in cui un Paese chiede di ristrutturare per la prima volta il proprio debito estero al Club di Parigi. La “c.o.d.” suddivide temporalmente il debito maturato a quel momento, e che sarà oggetto della ristrutturazione (“pre cut-off-date” – “pre c.o.d.”), da quello che potrebbe maturare successivamente (“post cut-off-date” – “post c.o.d.”), che in linea di principio non sarà ristrutturabile in futuro. La “c.o.d.” serve quindi a tutelare le Agenzie per il Credito all’Esportazione (ECAs) che, in mancanza di tale data convenzionale, potrebbero non assicurare operazioni economiche nel Paese debitore nel timore che questi non onori i nuovi crediti e chieda una nuova ristrutturazione al Club di Parigi. La “c.o.d.” dovrebbe quindi aiutare anche il Paese debitore in crisi finanziario-debitoria, sia in termini di nuovo accesso al credito, sia di stimolo agli investimenti privati dall’estero. Solo in casi del tutto eccezionali (e comunque limitatamente ai soli Paesi HIPC) il Club di Parigi può decidere di ristrutturare anche una parte del debito “post cut-off-date”, onde colmare l’eventuale “gap” finanziario -segnalato dal FMI al Club- della bilancia dei pagamenti del debitore.

TOPPING UP

Ulteriore riduzione del debito concessa  al “completion point”, solo in casi eccezionali, a quei paesi in cui si sia verificato un significativo deterioramento del rapporto debito-PIL rispetto alle proiezioni formulate al termine della prima fase, a causa di fattori esterni e indipendenti dalle politiche economiche poste in essere nel frattempo al fine di consentire che gli stessi, attraverso l’HIPC,  raggiungano un livello di debito effettivamente sostenibile.

EU IDA LOANS

Nel 1987, con una decisione del Consiglio, i nove Stati membri della CEE di allora affidarono all’IDA (Associazione Internazionale per lo Sviluppo) del gruppo Banca Mondiale USD 385 milioni (c.d. IDA administered ECC Special Action Credits) da impiegare per interventi a favore dei Paesi a basso reddito. Il contributo complessivo dell’Italia fu di USD 34,92 milioni.
Nel 2005 l’Italia, insieme agli altri Paesi dell’Unione Europea, ha deciso di cancellare ai Paesi HIPC che hanno raggiunto il “completion point”, la propria quota dei suddetti crediti.

Dunque, le nazioni partecipanti le abbiamo… cercando fra i membri salta fuori pure Trichet della BCE…

Dal sito ufficiale vediamo le collaborazioni in genere, alcune le avevamo già percepite, altre sono come al solito da annotare :

Paris Club partners:

IMF
World Bank
OECD
UNCTAD
European Commission
African Development Bank
Asian Development Bank
European Bank for Reconstruction and Development
Inter-American Development Bank

Issues of interest:

IMF HIPC web site
World Bank HIPC web site
OECD web site : OECD countries agree sustainable lending principles for official export credits

Già che parlavano dello Tsunami, andiamo a vedere come lavorano questi gentili signori.

Tsunami : il Club di Parigi accetta solo la moratoria del debito

Il Club di Parigi degli stati creditori ha raggiunto oggi un accordo solo per una moratoria del debito dei Paesi colpiti dallo tsunami asiatico. “La sospensione ha effetto immediato” – ha dichiarato il presidente Jean-Pierre Jouyet in conferenza stampa, aggiungendo che la misura si applicherà a quei paesi che vorranno accettarla. I debiti esteri di questi Paesi ammontano in totale a circa 272 miliardi di dollari, con l’Indonesia che da sola deve al Club circa 48 miliardi di dollari

Ma, in un dettagliato articolo, Antonio Tricarico della “Campagna per la riforma della Banca mondiale” ricorda che alla fine del 2003 gli undici paesi colpiti dallo tsunami avevano un debito di 406 miliardi di dollari e che nel solo 2003 hanno ripagato ai governi del Nord ben 38 miliardi.

“La partita del debito dei paesi colpiti dallo tsunami arriva finalmente in Europa, dove la società civile è stata prontamente allertata dalle reti del Sud, a partire da INFID dell’Indonesia. E sembra che le pressioni della società civile internazionale stiano già portando i primi risultati, quanto meno nel rendere meno remissiva l’indebitatissima Indonesia, che all’inizio dell’emergenza sembrava soddisfatta di strappare una non ben definita moratoria sul debito al Club di Parigi, con il rischio che gli interessi non pagati siano addebitati alla fine del periodo di sospensione” -scrive Tricarico

Importante ricordare che il Club di Parigi tratterà solamente dei 32 miliardi di debiti che l’Indonesia deve ai paesi ricchi, ma non dei 28 miliardi di debito multilaterale dovuto a Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, per non parlare degli ulteriori 70 miliardi di debiti privati. Un grave limite, dal momento che il Fondo monetario, senza dover mettere in discussione i propri crediti, oggi potrebbe proporre termini migliori di una moratoria all’Indonesia imponendo però un nuovo piano di aggiustamento strutturale, dopo quello che fu imposto a seguito delle crisi finanziarie del ’97-’98, producendo un maremoto sociale senza precedenti nel paese appena uscito dalla dittatura di Suharto. Di fatto quello che è già successo soltanto un mese fa con l’Iraq, quando il Club ha accettato l’idea di una cancellazione dell’80 per cento sotto la pressione della Casa Bianca, condizionandola però all’applicazione delle rigide prescrizioni neoliberiste del Fondo monetario.

Anche l’Italia è presente al Club di Parigi, nonostante lunedì scorso la Farnesina ancora farfugliasse su una possibile riconversione del debito generato dai crediti di aiuto italiani per i paesi colpiti dalla tsunami per un totale di circa 38 milioni di euro in fondi di contropartita per la ricostruzione, magari con la condizione alquanto discutibile che le imprese italiane partecipino agli appalti.
La società civile internazionale oggi rigetta la legittimità del Club di Parigi a trattare una questione così cruciale, dal momento che il Club di fatto impone da più di vent’anni le sue decisioni al singolo paese debitore e non permette lo svolgersi di un vero negoziato equo e trasparente con un arbitro indipendente, un requisito che per altro il diritto fallimentare di tutti i paesi industrializzati prevede per i creditori privati ed anche per gli enti locali pubblici, nel caso americano. I movimenti sociali indonesiani chiedono, invece, una conferenza speciale, gestita in maniera indipendente, per discutere la legittimità di tutto il debito del proprio paese su iniziativa del governo di Jakarta.

Si pensi che alla fine del 2003 gli undici paesi colpiti dallo tsunami avevano un debito di 406 miliardi di dollari ed hanno ripagato ai governi del Nord ben 38 miliardi nel solo 2003, considerando che dal 1980 il loro debito è aumentato di cinque volte complessivamente e da allora i ripagamenti hanno totalizzato ben undici volte il valore originario nel 1980. Fino ad oggi ci sono stati più di 4 miliardi di dollari di impegni in aiuti per l’emergenza tsunami da parte delle istituzioni internazionali e dei governi occidentali. Di fronte all’onda inarrestabile del debito, si tratta senza dubbio di molto poco. Soltanto una cancellazione incondizionata del debito dei paesi colpiti dal maremoto, affidando alle organizzazioni sociali il controllo dei fondi liberati in questo modo, sarebbe una risposta adeguata alla scala del disastro che stiamo vivendo. Altrimenti tutti gli aiuti prima o poi non faranno altro che ritornare nelle casse dei governi occidentali sotto forma di ripagamento del debito – conclude Tricarico. [GB]

Sempre sulla questione maremoto

Altrove :

Kinshasa chiusa nella morsa del Club di Parigi

A breve il governo di Kinshasa incontrerà i membri del Club di Parigi, che lo scorso ottobre hanno deciso di differire al 2011 la riduzione, originariamente prevista per quest’anno, di una buona parte del debito della Repubblica democratica del Congo. Circa 10 miliardi di dollari.
Lo ha riferito Le Potentiel, il principale giornale congolese, che ieri ha pubblicato un lungo articolo sul provvedimento che ha lasciato di stucco l’intero Paese africano. Sembrava infatti cosa fatta: la riduzione del debito congolese doveva concretizzarsi entro la fine dell’anno grazie al raggiungimento, da parte della Rdc, del “punto di completamento” della cosiddetta “Iniziativa per i Paesi poveri molto indebitati del Fmi e della Bm”.

Sono le “iniziative solidali”!

Un “premio” che lo scorso luglio era stato annunciato dalle due istituzioni finanziarie internazionali, che per tre anni hanno ricattato il governo di Kinshasa, costretto, tra le tante cose, a rinunciare ad una parte (circa 3miliardi di dollari) del valore del contratto firmato nel 2008 con un consorzio di aziende cinesi, un affare da 9 miliardi di dollari.
Ma il Club di Parigi – un organismo informale composto da 19 Paesi che decidono all’unanimità, ma sempre in coordinamento con il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, sulla gestione dei crediti concessi ai Paesi del Sud del mondo – ha cambiato le carte in tavola. Secondo il Comitato per l’annullamento del debito dei Paesi del Terzo Mondo (Cadtm), il Club, che gestisce più della metà del debito congolese, non ha apprezzato il modo in cui il presidente Joseph Kabila ha gestito – con troppa “sovranità” e “indipendenza” scrive ironicamente Le Potentiel – le immense risorse minerarie del Paese. Non è un caso che lo scorso anno, nel dicembre 2009, il Club di Parigi avesse fatto pressione sul Fmi chiedendogli di non offrire ulteriori prestiti al governo di Kinshasa, che mesi prima aveva annullato un importante contratto di sfruttamento minerario concesso alla società canadese “First Quantum”.

?!?

Nell’articolo de Le Potentiel si fa il punto della situazione. Ancora una volta sarebbero i contratti cinesi a non piacere. Il Club di Parigi, in particolare i Paesi dell’Unione Europea, esigerebbero infatti una seconda rilettura dei termini fissati nell’accordo con cui Pechino si è assicurata l’estrazione di 10,6 tonnellate di coltan e 626 tonnellate di cobalto in cambio di un moderno sistema autostradale e di un piano di ricostruzione del Paese. Promesse che, secondo l’Occidente, la Cina non sarebbe in grado di mantenere. Non solo. I contratti cinesi sarebbero stati formulati sotto forma di “un aiuto vincolato”, nel senso che Pechino non fa nulla per niente e in cambio delle infrastrutture vuole il coltan e il cobalto.
Un paradosso che la critica venga proprio dal Club di Parigi, che insieme al Fmi e alla Bm, è il peggior strozzino della Rdc.
Il giornale di Kinshasa ricorda inoltre che il Paese congolese ha perso, tra il 1999 e il 2004, più di 10 miliardi di dollari a causa del devastante saccheggio delle risorse minerarie. Una somma che avrebbe permesso di “ripianare il debito per il quale continua a mettersi in ginocchio davanti alle istituzioni finanziarie internazionali per implorare la cancellazione”.
Ma non basta indebitare il Paese africano. L’unione Europea vuole molto di più: entrare a far parte del contratto cinese. E non potendo sborsare miliardi di dollari, come Pechino, per sostenere un piano di ricostruzione cerca di ricattare il governo di Kinshasa per mettere mano alle risorse naturali del Congo.

Osce : Finanza creativa per ristrutturare il debito della Nigeria

Mentre l’attenzione della Farnesina è concentrata sulla vicenda dei tre tecnici italiani dell’Eni e del nigeriano rapiti in Nigeria nella zona di Brass, nel Delta del Niger, martedì scorso i Paesi del Comitato per l’assistenza allo sviluppo dell’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica (OCSE) – tra cui l’Italia – hanno concordato l’inclusione di una parte dei 12,5 miliardi di dollari di ristrutturazione/cancellazione del debito, pari a 3,1 miliardi di dollari, nel computo dell’aiuto allo sviluppo per il 2006. “In pratica, una volta di più i paesi ricchi cercano di gonfiare il proprio reale contributo a favore del dimezzamento della povertà e dell’ampia diffusione del diritto all’educazione ed alla salute tramite trucchetti contabili contrari non solo a ciò che è necessario, ma anche agli impegni internazionali assunti nel corso degli anni” - commenta Francesco Oddone di Eurodad.

“La cancellazione del debito, è fondamentale per liberare essenziali risorse e riequilibrare (molto) parzialmente le profonde ingiustizie accumulate nel corso quantomeno degli ultimi decenni, ma non dovrebbe essere assolutamente considerata nel computo degli aiuti allo sviluppo verso l’obiettivo del pur striminzito 0,7% rispetto al PIL. Questo perché nel corso della conferenza di Monterrey del 2002 sul finanziamento dello sviluppo, i paesi membri delle Nazioni Unite avevano unanimemente deciso di considerare ‘addizionali’ rispetto ai reali flussi di risorse ‘fresche’ a favore dei paesi più poveri del pianeta” – nota il ricercatore.

Si tratta, di fatto, di “un’operazione di mercato senza alcuna rilevanza sul piano dello sviluppo“: il cosiddetto sconto sul riacquisto, il ‘buy-back’, del debito residuo dopo la parziale cancellazione da parte del Club di Parigi. Se si considera che tutti i debiti accumulati dalla Nigeria erano derivanti da operazioni di agenzie di credito all’esportazione dei paesi industriali assai difficilmente configurabili come aiuti allo sviluppo; la loro inclusione ‘postuma’ in questa categoria, a maggior ragione in seguito ad un meccanismo sempre escluso in passato che rappresenta piuttosto lo strumento per massimizzare i recuperi potenziali da parte di creditori attenti esclusivamente al proprio bilancio, e certamente non le necessità fondamentali del debitore.

“Ciò di cui i nostri governi non si rendono purtroppo conto è che queste ripetute operazioni di finanza creativa sul versante degli aiuti allo sviluppo possono forse ingannare gli osservatori meno attenti – non certo le organizzazioni non governative più preparate – ma non potranno perdurare nel tempo poiché sono, per loro intrinseca natura, irripetibili. Per giungere allo 0,7% dal 2015 in poi – anche se sarebbe ovviamente auspicabile arrivarvi prima – occorrerà in ogni modo trovare fonti di finanziamento reiterabili anno dopo anno, e solo un solido impegno sul fronte della ‘fiscalizzazione’ di adeguate risorse da dedicare alla cooperazione allo sviluppo potranno consentire tale obiettivo. Peccato che dal governo Prodi non sia arrivato un chiaro segnale di discontinuità anche in questo campo” – conclude Oddone.

Simpatici!

Bulgaria : la beffa della cancellazione del debito dell’Iraq

“Non abbiamo intenzione di cancellare il debito dell’Iraq” – ha commentato il Ministro delle finanze bulgaro Milen Velchev circa la recente decisione del Club di Parigi di cancellare l’80% dei 39 miliardi di dollari dei debiti dell’Iraq. “Continueremo a chiedere al governo iracheno i quasi due miliardi di dollari che ci deve“. Lo ha affiancato il vice Ministro degli esteri, Germana Grancharova la quale ha specificato che la Bulgaria intraprenderà tutte le strade possibili per fare in modo che il debito venga ripagato. Quest’ultima ha inoltre ricordato che non è la prima volta che la Bulgaria riceve forti pressioni per cancellare il debito iracheno – riporta Tanya Mangalakova in un documentato articolo per l’Osservatorio sui Balcani.

Creditrice nei confronti dell’Iraq di 1,7 miliardi di dollari accumulati durante il periodo comunista, in particolare legati alla fornitura di armamenti, la Bulgaria è il secondo creditore mondiale dell’Iraq e il debito iracheno rappresenta ben il 12,5% del prodotto interno lordo bulgaro. Superiore al credito bulgaro vi è solo quello che vantano gli Usa nei confronti di Baghdad. Ma quest’ultimo, che si aggira sui 2 miliardi di dollari, rappresenta solo lo 0,056% del Pil Usa. Il debito dell’Iraq nei confronti della Russia rappresenta il 2,5% del Pil di quest’ultima mentre quello della Francia rappresenta lo 0,2%. “Se cancelleremo il debito diventeremo i più grandi donatori in Iraq, se teniamo conto della grandezza della nostra economia” – nota il quotidiano Sega.

La Bulgaria non sarebbe quindi nelle condizioni economiche per rinunciare a tale cifra. Il Paese ristagna in una situazione economica precaria, mancano fondi per l’educazione e la sanità e si continuano a spendere soldi per mantenere le proprie truppe in Iraq. E proprio su questo punto è forte la delusione dl governo di Sofia. La Bulgaria, infatti, ha partecipato all’invio di militari in Iraq sulla base della promessa dell’amministrazione Bush di recuperare gran parte del proprio credito. Il governo sembra non avere alcuna intenzione di ritirare il proprio contingente dopo il gennaio del 2005. Sofia ha speso sino ad ora 53 milioni di euro per mantenere il proprio contingente di 500 soldati in Iraq. Una cifra al ribasso, secondo l’opposizione, che accusa il governo di aver impiegato ben 250 milioni di euro.

Ulteriori spese che, col venir meno della possibilità di recuperare i credito iracheno, fomentano il dibattito politico. Il Partito Socialista Bulgaro ha già annunciato che in caso di vittoria alle politiche di gennaio ritirerà il contingente dall’Iraq. “Il contingente bulgaro ha già fatto quello che doveva fare. Ora è il caso che torni a casa. Sosteniamo la posizione assunta dal premier spagnolo Jose Zapatero” – commentano. Comunque vada alle prossime elezioni una cosa è certa: la Bulgaria già ora si sente beffata. [GB]

Si potrebbe pensare “gentili, hanno cancellato l’80% del debito in Iraq”.

Vi piacerebbe eh?

Il dramma dell’Iraq fra guerra e debito.

Il Tavolo Campagne si è sempre espresso contro le guerre e le minacce di interventi armati ed ha espresso con chiarezza la sua opposizione totale alle guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq. All’interno della Rete Lilliput tutte le organizzazioni presenti nel Tavolo hanno aderito a campagne e iniziative contro le guerre e soprattutto hanno partecipato alla mobilitazione mondiale del 15 febbraio 2003.
Oggi che le peggiori previsioni espresse dal movimento internazionale si stanno rivelando molto più accurate e mature delle analisi delle potenze militari presenti in Iraq, nonché completamente errate anche nell’identificare la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, rinnoviamo il nostro impegno a chiedere il ritiro delle forze occupanti e l’accelerazione del passaggio dei poteri ad un governo nazionale democraticamente eletto dal popolo iracheno senza indebite inteferenze internazionali.

Ma non possiamo esimerci dal richiamare l’attenzione delle organizzazioni internazionali, dei governi coinvolti e interessati e di tutte le organizzazioni del movimento contro la guerra su un ulteriore flagello che si sta preparando in questi mesi e che infliggerà un colpo terribile alle speranze di democrazia, libertà e giustizia della popolazione irachena: la trasformazione in debito estero del futuro governo iracheno dei vecchi debiti accumulati tramite l’acquisto di armi, il pagamento dei danni di guerra, nonché il finanziamento della ricostruzione post-bellica.

Il Tavolo Campagne è costituito da: Sdebitarsi | CTM-Altromercato | Nigrizia | Campagna per la Riforma della Banca Mondiale | Manitese | AIFO | Pax Christi | Beati i costruttori di pace | Rete Radié Resch | WWF-Italia | Associazione Botteghe del Mondo | Bilanci di Giustizia | Innovazioni e Reti per lo Sviluppo/Ired Nord

Iraq: il paese più indebitato al mondo

L’Iraq soffre un debito finanziario “odioso” enorme accumulato da Saddam a danno del popolo iracheno ed a vantaggio dei produttori di armi e delle grandi imprese occidentali, che sarà utilizzato dalle potenze occidentali per condizionare il nuovo Iraq. Allo stesso tempo nessuno parla del parimenti enorme credito ecologico e sociale del popolo iracheno dovuto ai governi e alle popolazioni dei paesi occidentali verso cui per decenni il petrolio iracheno è stato esportato a danno delle condizioni sociali e ambientali in cui sono vissuti gli iracheni, spesso privi anche dell’accesso a risorse energetiche essenziali.

Subito dopo la capitolazione del regime di Saddam, si è aperto un ampio dibattito internazionale sulle stime del debito estero iracheno prodotto da quasi 25 anni di dittatura, dal momento che questo paese non ha riportato al Club di Parigi dei principali creditori occidentali ed al Fondo monetario internazionale regolarmente le cifre del proprio debito consolidato, come sono tenuti a fare tutti i paesi in via di sviluppo. Inoltre, non sono stati ancora nemmeno trovati i documenti dei crediti arrivati in Iraq archiviati nel Ministero delle Finanze a Baghdad, che potrebbero anche essere andati perduti nel caos del dopoguerra.

Jubilee Iraq è giunta ad una valutazione dei debiti complessivi dell’Iraq tra i 95 e i 153 miliardi di dollari. Queste cifre escludono gli indennizzi per danni prodotti dalla prima guerra del Golfo, che dovrebbero raggiungere la cifra di circa 50 miliardi di dollari. Il Fondo Monetario Internazionale dichiara che i debiti dell’Iraq ad oggi ammontano a 120-130 miliardi di dollari, ai quali dovrebbero aggiungersi circa 55 miliardi di dollari di compensazioni dei danni di guerra. La stima più precisa sembra essere quella del Center for Strategic and International Studies che nell’aprile 2003 stimava il debito iracheno in 127 miliardi di dollari, di cui 47 di soli interessi. L’esposizione verso i paesi del Golfo ammonterebbe a 55 miliardi di dollari (con i quali l’Iraq aveva rinegoziato debiti per circa 30 miliardi nel 2002), la Francia vanta crediti tra i 4 e gli 8 miliardi, gli altri paesi del Club di Parigi esclusa la Russia, crediti per circa 15 miliardi. Altri 4,8 miliardi sono richiesti da banche commerciali e 26,1 miliardi da una galassia di creditori minori, tra cui paesi dell’Europa centro-orientale, di cui circa 10 miliardi di competenza del governo russo. Altre pendenze, che potrebbero riguardare alcune decine di miliardi di dollari, sarebbero collegate a contratti non rispettati con imprese internazionali, molte delle quali russe, soprattutto nel campo dell’energia e delle telecomunicazioni.

Per quanto riguarda l’Italia, l’esposizione verso l’Iraq è pari come minimo a 1,346 miliardi di Euro, controllati dalla SACE, l’assicuratore pubblico che ha indennizzato con i soldi degli ignari contribuenti italiani operazioni di imprese e banche italiane che hanno operato in Iraq dopo aver stipulato una polizza assicurativa contro i rischi politici e commerciali con il governo italiano. Il quale governo, ad indennizzo effettuato come prevedibile a causa del mancato pagamento dei contratti da parte della controparte irachena, ha prelevato il credito privato delle imprese verso il governo iracheno, trasformandolo in un credito pubblico di tutti i cittadini italiani verso Saddam. Allo stesso tempo, imprese e governo italiano hanno presentato richieste di indennizzo per danni di guerra nel 1991 pari a 3,44 miliardi di Euro. Tra le principali imprese e banche che hanno operato in Iraq negli anni ’80 e ’90 spiccano la Banca Nazionale del Lavoro, invischiata nello scandalo Atlanta e del super-cannone per Saddam, la cui produzione era iniziata nei cantieri di Genova, la Fincantieri, l’ENI e l’Ansaldo.

Per la Exotix, società di brokeraggio esperta di debiti, il 60% del debito in essere è probabilmente dovuto a finanziamenti connessi con l’acquisto di armamenti e comprendono prestiti, spesso a tasso quasi di mercati, concessi dai governi occidentali membri del Club di Parigi, tra cui l’Italia. Il resto comprende in gran parte prestiti per l’acquisto di prodotti commerciali.

Se si sommano tutte le stime dei debiti in essere (incluse le riparazioni per i danni di guerra) secondo Jubilee si perviene a una cifra intorno ai 200 miliardi di dollari. Il reddito nazionale dell’Iraq nel 2000 (quindi prima dell’ultima guerra) era di circa 32 miliardi di dollari ed il valore delle sue esportazioni pari a 15 miliardi di dollari nel 2002, di cui 10 da risorse petrolifere. Secondo la Banca mondiale il reddito nazionale dell’Iraq nel 2003 è stato invece soltanto di circa 12-16 miliardi di dollari, a fronte di un’entrata petrolifera di soli 2 miliardi di dollari. E’ evidente che l’Iraq è di gran lunga il paese più indebitato del mondo con un debito pari a circa 13-17 volte il suo prodotto interno lordo! Inoltre, è sempre un paese che ha urgente necessità di aiuti di emergenza e di interventi di ricostruzione, per i quali le stime variano tra i 100 ed i 600 miliardi di dollari.

La storia del debito iracheno: i danni inflitti dall’embargo e dalle compensazioni di guerra

Quando Saddam Hussein finì di consolidare il suo controllo sull’Iraq nel luglio del 1979, il paese disponeva di riserve per 36 milioni di dollari e non aveva debiti esteri a lungo termine. Nel settembre del 1980 iniziò la guerra contro l’Iran, durata 8 anni e costata un milione di morti.
A causa della rivoluzione islamica sviluppatasi in Iran, sia i paesi occidentali che quelli socialisti, come pure alcuni paesi arabi, sostennero l’Iraq perché non potevano accettare l’emergere di uno stato non allineato con i loro interessi nell’area. L’acquisizione di prestiti dall’estero rese possibile una rilevante spesa militare, mai prima verificatasi, producendo un permanente squilibrio nella bilancia commerciale del paese, acuito dall’importazione diretta di numerose merci ed in particolare di sistemi di arma direttamente dall’occidente. Tra il 1981 ed il 1985, ad esempio, i redditi derivanti dalle vendite di petrolio ammontavano a 48,4 miliardi di dollari, mentre la spesa militare era due volte e mezza più grande, in quanto superava i 120 miliardi di dollari. Alla fine della guerra nel 1988, quindi, la Export-Import Bank degli Stati Uniti calcolò che l’Iraq era debitore di circa 27 miliardi di dollari verso i paesi occidentali e di 50 miliardi verso i paesi del Golfo.

Quando l’Iraq riemerse dalla guerra con l’Iran e cercò di ricostruire la sua economia, dovette fronteggiare una grave crisi finanziaria, dovuta al basso prezzo internazionale del petrolio e agli oneri complessivi di restituzione dei crediti che ammontavano a 3 miliardi di dollari l’anno. Ciò portò alla richiesta di nuovi prestiti e ad un ulteriore aumento del debito nei confronti dei paesi occidentali oltre i 50 miliardi di dollari. Il ruolo oscuro giocato dal Kuwait in sostegno alla politica americana di controllo al ribasso del prezzo del petrolio ed il rifiuto del piccolo paese confinante di ridurre il debito iracheno concedendo nuove risorse fresche, portò Saddam alla scelta sciagurata di invadere il paese nell’agosto del 1990. L’embargo commerciale e finanziario imposto dall’ONU sull’Iraq fintantoché non avrebbe lasciato il Kuwait e poi la prima guerra del golfo nel 1991 che ne seguì non soltanto devastarono l’Iraq ambientalmente e socialmente mettendo a rischio la capacità di sopravvivenza del popolo iracheno, ma aumentarono ulteriormente il peso del debito estero.

Liberato il Kuwait, il Consiglio di Sicurezza avrebbe dovuto revocare o trasformare le sanzioni, ma al contrario le rinnovò ponendo altre due condizioni, assai più politiche e più difficili da verificare: il pagamento dei danni di guerra ed il disarmo non convenzionale del paese (nucleare, chimico, balistico e biologico). Inoltre, furono istituite tre Commissioni: la ben nota UNSCOM per l’attuazione e la verifica del disarmo non convenzionale; quella sulle sanzioni, incaricata dell’attuazione di queste e di eventuali eccezioni all’embargo, quali ad esempio il programma “Oil for Food” istituito nel 1996 per l’importazione di merci essenziali per la popolazione pagate con una parte delle limitate vendite di petrolio iracheno autorizzate; e la UNCC, la Commissione delle Nazioni Unite per le compensazioni, cioè i risarcimenti per i danni di guerra, che non ha precedenti dai tempi del Trattato di Versailles. In sostanza l’Iraq è stato considerato responsabile per tutte le perdite e i danni economici derivanti dalla sua invasione del Kuwait dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Ovviamente durante i 13 anni di embargo l’intero servizio sul debito estero (quote di capitale da restituire, interessi e spese finanziarie) non venne onorato e quindi gli interessi arretrati si accumularono iniziando a costituire una parte significativa dell’intero debito.
Inoltre, vanno ricordati gli ampi margini di discrezionalità nella definizione di merci “essenziali” per la popolazione irachena all’interno del programma “Oil for Food”: in sostanza medicine e alimenti per la popolazione ridotta alla fame erano in concorrenza con l’uso dei fondi destinati invece al pagamento dei danni di guerra (in un primo momento il 30%, poi ridotto al 25% nel 2000, del totale delle entrate dalle vendite petrolifere permesse), all’affitto dell’oleodotto che collega Kirkuk nel nord dell’Iraq con il terminale turco di Ceyhan sul Mar Mediterraneo per le esportazioni del greggio (di cui ha benificiato anche l’ENI e l’Italia), nonché al funzionamento dello stesso ONU in Iraq.

A partire dal 1996 l’Iraq ha venduto petrolio per 64 miliardi di dollari, ma la popolazione ha ricevuto prodotti essenziali per la sopravvivenza solo per 27 miliardi di dollari. In effetti, a partire dall’8 aprile del 2003, cioè da quando Kofi Annan ha ricevuto l’incarico di utilizzare parte dei fondi delle vendite del petrolio per interventi di emergenza, con la creazione del Fondo di Sviluppo per l’Iraq che ha sostituito il programma “Oil for Food”, e come ONU ha lanciato appelli per contribuzioni speciali per gli aiuti umanitari, ben 870 milioni di dollari sono stati pagati al Kuwait, all’Inghilterra e ad altri paesi per le compensazioni dei danni di guerra. Successivamente, il 23 giugno 2003, l’ONU ha richiesto 259 milioni di dollari per sopperire alle esigenze umanitarie mentre negli stessi giorni la UNCC annunciava la sua intenzione di prelevare altri 600 milioni di dollari dal programma “Oil for Food” per pagare le compensazioni di guerra. La contraddizione appare evidente, si toglie con una mano ciò che si da con l’altra, in palese violazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n.687 dell’aprile del 1991 che affermava che il livello dei pagamenti dell’Iraq doveva “prendere in considerazione le esigenze della popolazione irachena, la capacità di pagamento del paese e i fabbisogni dell’economia dell’Iraq”.

Proprio negli ultimi mesi sta prendendo forma l’immenso conto per le compensazioni per i danni associati alla prima guerra del Golfo presentato da tutti coloro che sono stati danneggiati dalle iniziative militari di Saddam Hussein, imprese private, governi ed individui, eccetto gli iracheni che non hanno alcun diritto a richiedere compensazioni per i danni subiti! L’ammontare complessivo non è stato ancora determinato perché la Commissione UNCC ha ricevuto ad oggi ben 2,6 milioni di richieste di indennizzi per i danni della prima guerra del 1991 per ben 349 miliardi di dollari, di cui 180 miliardi solo dal Kuwait (80 per danni ambientali), ed ha completato la verifica soltanto delle richieste presentate da singoli individui, ma non quelle di governi ed imprese private. Circa il 70 per cento dei risarcimenti richiesti sono stati ridotti a 46,25 miliardi di dollari di indennizzi autorizzati, e di questi 18,5 sono già stati pagati dal programma “Oil for Food”, mentre ancora 27,5 miliardi devono essere sborsati (pari a ben il 250 per cento dell’intero PIL attuale del paese!). Se si applica lo stesso tasso medio di risarcimento applicato fino ad oggi ulteriori 23 miliardi di dollari di indennizzi potrebbero essere accordati, portando quindi i rimborsi ancora da effettuare a circa 50 miliardi di dollari (pari a circa il 400 per cento del PIL attuale iracheno!).

Inoltre, se la Commissione continua a procedere con le stesse controversie e lentezze che la hanno caratterizzato fino ad oggi, si stima che l’Iraq continuerà a pagare compensazioni per la prima guerra del Golfo per almeno altri venti anni. Comunque, l’UNCC parla di un prelievo di circa 600 milioni di dollari per i pagamenti del 2003, circa il doppio del pagamento medio effettuato fino ad oggi, e pari a circa il 5 per cento del PIL iracheno odierno ed al doppio della cifra richiesta dall’ONU nell’ultimo appello umanitario a favore delle popolazioni irachene.
Tutto ciò senza considerare le nuove possibili riparazioni di guerra da calcolare per la guerra del 2003, su cui i paesi occupanti ancora non si pronunciano. Concordiamo con Khaldun al Naqeeb, professore di scienze politiche all’Università del Kuwait, secondo cui gli accordi attualmente in vigore garantiscono che “il futuro economico dell’Iraq è stato ipotecato per gran parte di questo secolo a causa delle centinaia di miliardi di dollari richiesti per danni di guerra”.

La Risoluzione n.1483 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata il 22 maggio 2003, si è espressa in favore della continuazione dei pagamenti, utilizzando il 5% delle entrate per il petrolio iracheno destinate ad alimentare il Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq, dal momento che è stata decretata la fine del programma “Oil for Food” a decorrere dal novembre 2003.
Bisogna notare che l’Iraq non ha avuto alcun diritto di appellarsi contro le decisioni dell’UNCC (il cui consiglio direttivo ha la stessa composizione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU!), ed a maggior ragione non lo ha oggi che non ha un governo ed istituzioni democratiche. Soltanto se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU con una sua risoluzione eliminasse l’obbligo delle riparazioni , l’Iraq sarebbe liberato dalla necessità di pagare questa cifra enorme, pari a circa un quarto del suo debito estero. Ironia della sorte, oggi l’Iraq deve anche pagare le stesse attività svolte dall’UNCC, calcolate in 278 milioni di dollari alla fine del 2002; decisamente un onorario parecchio salato per i legali della Commissione.

L’ipocrisia dei creditori e del Club di Parigi

Nell’incertezza delle stime esatte del debito estero dell’Iraq, i paesi creditori, pur richiedendo almeno parzialmente i relativi pagamenti, si sono presi del tempo per documentare le loro richieste. Ciò può in parte dipendere dalla segretezza che copre alcuni dei prestiti concessi a Saddam, ma anche dal fatto che dopo 13 anni di mancato servizio sul debito, possono in molti casi aver di fatto cancellato l’aspettativa di un pagamento di questo.

Il Club di Parigi, che comprende i 19 più grandi paesi creditori al mondo, inclusi tutti quelli del G8, ha finalmente reso note le sue richieste il 10 luglio 2003, tre mesi dopo la caduta di Baghdad. Tuttavia non è stato in grado di precisare l’ammontare degli interessi e degli arretrati, ma soltanto le richieste relative al valore del capitale prestato all’inizio, cioè 21 miliardi di dollari. Si riteneva che il Fondo Monetario Internazionale avrebbe fornito un rapporto sulle richieste dei paesi creditori non appartenenti al Club, ma ciò non si è ancora verificato. Il Presidente del Club di Parigi, Jean Pierre Jouyet, ha dichiarato che “Il Club di Parigi definirà un accordo con l’Iraq non appena nel paese saranno in funzione delle autorità locali, quando queste saranno riconosciute a livello internazionale e quando il Fondo monetario avrà valutato a quale livello sarà necessario alleggerire il debito. Più presto le autorità locali saranno in attività, più presto noi potremo fare tutto ciò” ed ha aggiunto che spera che ciò avvenga entro il 2004. Un compito alquanto arduo per lo stesso Fondo monetario, dal momento che l’Iraq risulta essere il paese più indebitato al mondo.

In realtà gli Stati Uniti erano riusciti già a fine maggio al vertice del G8 di Evian a definire a sorpresa una nuova politica per il Club di Parigi, al fine di preparare la strada ad una cancellazione del debito ad hoc nel caso dell’Iraq per permettere subito alle imprese ed agli investitori americani di operare nella ricostruzione del paese sulla base di nuovi prestiti e potenzialmente nuovi debiti. In sostanza il pragmatismo Usa ha portato alla definizione di nuove regole per il Club di Parigi, i cosiddetti Evian Terms, dopo venti anni di rigidissima applicazione neoliberista dei precetti di semplice ristrutturazione del debito estero dei paesi in via di sviluppo.
Con il caso Iraq il Club di Parigi si vede la possibilità di effettuare cancellazioni dei crediti bilaterali dei paesi più ricchi, di operare queste per qualsiasi tipo di credito e non solo quelli che risalgono a prima dell’inizio dei processi di ristrutturazione del debito di un paese presso il Club, ma soprattutto prevedono un trattamento ad hoc caso per caso, senza regole precise su come effettuare le cancellazioni del debito. Sarebbe da chiedersi se un tale trattamento sarà riservato anche ad altri paesi a basso reddito pesantemente indebitati, oppure soltanto ai governi amici degli Stati Uniti o sconfitti con guerre preventive unilaterali.

Secondo una fonte molto vicina al Club di Parigi, il gruppo di paesi membri non ha ancora deciso la misura della cancellazione del debito dell’Iraq, anche se è improbabile che raggiunga il livello del 90% di cancellazione concesso sulla carta ai paesi più poveri del pianeta, come quelli dell’Africa sub-sahariana. Lo scenario più probabile contemplerebbe una cancellazione pari al 70% del valore dei debiti in essere.
La società finanziaria Exotix prevede una riduzione compresa tra 51,5 e 57,3 miliardi di dollari, quindi pari ad un quarto del debito complessivo incluse le riparazioni di guerra, con il risultato finale che invece di non pagare nulla, l’Iraq dovrà pagare fino a 5 miliardi di dollari di servizio sul debito ogni anno. L’Iraq, infatti, potrebbe probabilmente pagare solo gli interessi dei primi 4 o 5 anni, quindi con pagamenti dell’ordine di 2,25 miliardi di dollari all’anno, ma dopo cinque anni, potrebbero essere aggiunti alle restituzioni dei capitali, altri pagamenti per interessi per circa 2,75 miliardi di dollari all’anno, portando i versamenti annui complessivi dell’Iraq a poco più di 5 miliardi in totale. Una cifra che gli analisti finanziari, e potenzialmente anche il Fondo monetario internazionale, troverebbe sostenibile: praticamente poco meno della metà del PIL iracheno di oggi!

Allo stesso tempo, una riduzione del debito verso i governi porterebbe paradossalmente con sé un aumento del “prezzo” del debito dell’Iraq: secondo l’agenzia Reuters “la cattura di Saddam ha costituito una nuova spinta per i paesi creditori verso la cancellazioni di alcuni dei miliardi di dollari che l’Iraq deve restituire e questo processo potrebbe aumentare il valore di alcuni crediti di privati anche in misura superiore al 50%.” Può sembrare una stranezza che il valore del debito possa aumentare quando viene annunciata una cancellazione, ma la ragione è che i creditori finora avevano poche speranze di ottenere dei pagamenti, mentre ora sembra che il Club di Parigi abbia raggiunto una posizione comune che obbligherà l’Iraq a pagare, anche se in misura ridotta, il suo debito probabilmente per alcuni decenni.

Nel suo tour europeo lo scorso dicembre, l’inviato americano James Baker è riuscito a strappare l’impegno di Blair, Schroeder e Chirac ad una sostanziale riduzione del debito dell’Iraq nell’ambito del Club di Parigi, con un accordo sul fatto che avere il nuovo governo in funzione non rappresenta una condizione preliminare per muoversi verso una ristrutturazione del debito. Dopo la visita di Baker il 17 dicembre 2003, anche l’Italia si è dichiarata d’accordo con gli Stati Uniti sulla necessità di una sostanziale riduzione del debito dell’Iraq attraverso il Club di Parigi ed il comunicato emesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio per l’occasione ha sottolineato che “Berlusconi e Baker sono d’accordo sull’esigenza di approvare un accordo insieme agli altri Stati creditori per ridurre i debiti causati da un regime dittatoriale che ha ridotto l’Iraq alla povertà”.
Successivamente anche Putin ha dato la sua disponibilità a Baker a pervenire ad una qualche riduzione del debito russo verso l’Iraq, nonostante questo possa ammontare ad una cifra importante per le casse della Russia. Ed infine anche il Giappone, ha confermato il suo impegno ad una sostanziale cancellazione, nonché lo stesso Kuwait lo scorso gennaio si è impegnato ad una riduzione di ben 16 miliardi di dollari.

Ma dietro il presunto altruismo dei paesi creditori nel loro impegno ad una significativa cancellazione del debito iracheno, concordiamo con Jubilee Iraq nel credere che la verità sia ben diversa: i paesi creditori rastrelleranno in ogni caso pagamenti non dovuti dalla popolazione irachena per dei prestiti che la hanno pesantemente danneggiata in passato. Molti degli iracheni credono che sono i creditori che dovrebbero cercare di far dimenticare al popolo iracheno il sostegno finanziario che essi hanno dato a Saddam. Sarebbe, invece, necessario avere un giusto processo di tipo arbitrale che esamini le causali dei prestiti che hanno beneficiato Saddam e non la popolazione dell’Iraq, visto che i creditori oggi possono perseguire lo stesso Saddam per questi debiti.

Il business della ricostruzione: privatizzazioni e nuovo debito imposti agli iracheni

In molti hanno tentato di fare i conti sui costi reali e complessivi della seconda guerra contro l’Iraq, ma le stime variano moltissimo, andando dai 100 miliardi di dollari per un conflitto di breve durata agli oltre 1400 per una guerra prolungata. Gli Stati Uniti hanno finanziato la guerra in Iraq prima con 75 miliardi di dollari (addizionali rispetto al bilancio normale per la difesa) e poi con 87 miliardi, di cui 20 per la ricostruzione in forma di donazioni. Il Regno Unito ha investito nella guerra già due miliardi di sterline con possibili ulteriori quattro miliardi da stanziare a breve.

Allo stesso tempo già dalla fine del 2003, con una guerra di fatto ancora in corso in Iraq, si è iniziato a discutere di come finanziarie il grande business della ricostruzione. In occasione della prima Conferenza dei paesi donatori del 23 ottobre scorso a Madrid, la Banca Mondiale ha presentato una prima stima del fabbisogno di risorse per la ricostruzione dell’Iraq. Nei prossimi quattro anni saranno necessari almeno 55 miliardi di dollari, di cui 17,4 nel 2004. 36 miliardi sarebbero destinati alla ricostruzione in settori prioritari come sanità, scuola, infrastrutture, risorse idriche, agricoltura, mentre l’Autorità provvisoria irachena, cioè le forze della coalizione guidate dagli Stati Uniti, dovrebbe disporre di 19 miliardi di dollari per garantire la sicurezza e la produzione di petrolio.

Intanto è importante ricordare che persino in Afghanistan, dove la guerra è stata da tempo dichiarata “terminata”, secondo una recente denuncia dell’ONU la ricostruzione dopo due anni non è di fatto ancora iniziata. Mancano in particolare i fondi previsti per il processo di democratizzazione e quindi non è stato ancora possibile attuare il processo di registrazione degli elettori, elemento essenziale per far svolgere la consultazione elettorale nel giugno 2004. I paesi donatori hanno erogato in complesso solo 23,5 miliardi di dollari rispetto ai 78,2 previsti dal piano di interventi.

Ritornando alla ricostruzione in Iraq, a fronte di un impegno americano di 20 milioni di dollari già approvati dal Congresso, dell’impegno della Banca mondiale di versare fino a 5 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e del Fondo monetario di fornire fino a 4,25 miliardi, ben pochi sono stati gli impegni degli altri alleati della coalizione: Giappone 1,5 miliardi a breve, più altri 3,5 in prestiti nel periodo 2005-2007; Regno Unito 470 milioni di dollari già spesi, altri 438 entro due anni; Spagna 300 milioni fino al 2007; Canada 220 milioni, ed Unione europea con soli 235 milioni per il 2004. L’aiuto italiano dovrebbe essere di 236 milioni di dollari, la Polonia ha annunciato che non potrà largheggiare, Francia, Germania e Russia (non rappresentate a Madrid, con l’ultima, di contro, disposta a sostenere le sue imprese direttamente con quattro miliardi) si limiteranno a quanto dato in sede europea ed a qualche aiuto umanitario e di emergenza non collegato agli altri interventi per la ricostruzione. Il totale di 33 miliardi di dollari di impegni dovrebbe confluire in un Fondo Multilaterale a cui parteciperanno 58 paesi e 19 organizzazioni internazionali, che probabilmente sarà gestito dalla Banca mondiale e dall’ONU.

Attualmente però risulta ancora poco chiaro quanti di questi soldi saranno dati a prestito e quanti a dono, nonostante si parli di una quota di circa il 50 per cento di prestiti che rischiano di generare subito nuovo debito. Inoltre, non è chiaro se una parte dei fondi confluiranno anche nel Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq dell’autorità Provvisoria della Coalizione, gestito da un comitato di 21 membri, con 11 con diritto di voto, di cui sette americani, un inglese ed un australiano. Al riguardo va segnalato che l’avanzo di cassa del programma “Oil for Food”, sotto il controllo delle Nazioni Unite fino alla sua dismissione lo scorso novembre, è stato devoluto al Fondo per lo Sviluppo. Secondo Christian Aid, si tratta di ben 3,5 miliardi di dollari ricavati dalla vendita di petrolio prima della guerra, di 3 miliardi relativi alle vendite dopo la fine della guerra, più 2,5 miliardi provenienti dalla confisca di fondi iracheni all’estero: in totale quindi ben 9 miliardi di dollari passati dall’ONU sotto il controllo anglo-americano!
In sostanza, un’appropriazione indebita di fondi multilaterali, che riteniamo inaccettabile e lesiva dello stesso mandato delle istituzioni internazionali.

Nel frattempo la guerra in Iraq ha scatenato l’appetito di numerose imprese occidentali per quanto riguarda l’acquisizione di commesse per forniture agli eserciti, gli appalti per i lavori di ricostruzione e l’acquisizione del controllo su materie prime e servizi del paese nel lungo periodo.
Alcuni esperti indipendenti calcolano che di quattro miliardi di dollari al mese necessari per mantenere le truppe di occupazione nel paese, almeno un terzo viene appaltato a soggetti privati. Inoltre, dei 2,6 miliardi di dollari accordati dall’amministrazione Bush nell’immediata caduta del regime di Saddam solo 800 milioni sono stati destinati all’emergenza umanitaria e il resto è andato alle prime opere di ricostruzione di infrastrutture, di cui un terzo della cifra alla Kellog, Brown & Root, filiale inglese della famosa Hulliburton vicina al vice-presidente americano Cheney e coinvolta in numerosi scandali di corruzione in Iraq e nel mondo.

Infatti, molte imprese americane ed inglesi, specialmente nel settore dell’energia, mirano ad utilizzare proprio il processo di ricostruzione in questi mesi per occupare il futuro mercato iracheno che sarà ampio e cruciale. BP, Shell e Exxon Mobil, tre delle quattro imprese straniere (la quarta era la francese Total-Elf-Fina, oggi marginalizzata) che partecipavano al capitale della Iraq Petroleum Company prima della sua nazionalizzazione nel 1973, vorrebbero avere il monopolio del petrolio iracheno e sottrarlo alle decisioni dell’OPEC, acquisendo così il controllo di una fonte dove il barile costa 5 dollari rispetto ai 15 nel Texas. Si è valutato un fabbisogno di almeno 5 miliardi di dollari di investimento per riportare il settore petrolifero almeno alle condizioni di funzionamento analoghe a quelle precedenti la prima guerra del Golfo, quando il paese riusciva a produrre 3,5 milioni di barili al giorno – oggi ne produce al massimo 2 milioni di barili. Molti sono quindi gli interventi da effettuare, tra cui la manutenzione straordinaria degli impianti di pompaggio, l’ammodernamento di raffinerie e terminali, e la riparazione di oleodotti, etc. Se invece si guarda ad una prospettiva più a lungo termine, cioè se si considera l’obiettivo di aumentare di 4-4,5 milioni di barili al giorno l’estrazione complessiva del paese, servirebbero da 30 a 50 miliardi di dollari all’anno. In altre parole, non solo le spese sarebbero ingenti, ma per far ritornare l’Iraq uno dei quattro paesi maggiori produttori di petrolio al mondo ben pochi introiti potrebbero essere destinati ad altri interventi, tipo la ricostruzione e le spese di natura sociale.
Tutto questo, mentre oggi la popolazione irachena vede l’accesso ai prodotti petroliferi razionalizzato dalle forze di occupazione, che sono molto più interessate all’export che a soddisfare il fabbisogno locale di chi avrebbe il diritto di disporre delle risorse energetiche del paese a proprio piacimento.

Inoltre, nel dicembre 2003 sono stati definiti dall’amministrazione Bush i criteri che saranno seguiti nell’assegnazione degli appalti in Iraq: “E’ necessario, per la protezione degli essenziali interessi di sicurezza degli Stati Uniti, limitare la competizione per i contratti primari a imprese degli Stati Uniti, dell’Iraq, dei partner della coalizione e di paesi che contribuiscono alla forza schierata in Iraq”. Per i 18,6 miliardi di dollari disponibili, la direttiva elenca 63 paesi eleggibili per partecipare alle gare per i 26 contratti inerenti la ricostruzione delle infrastrutture, il ripristino dei servizi petroliferi e l’equipaggiamento del nuovo esercito. Subito la decisione ha provocato le reazioni dei nove paesi dell’UE esclusi, tra cui Francia e Germania, nonché del Canada, che poi, poiché aveva contribuito all’intervento in Afghanistan, è stato reinsenrito in seconda battuta.

L’Italia, ammessa nel club ristretto degli investitori in Iraq dall’amministrazione Bush, cerca anch’essa di ritagliare uno spazio significativo per le proprie imprese nella spartizione dei 18, 6 miliardi di dollari che si prevede saranno spesi in Iraq a breve. In corsa nelle gare per i maggiori contratti sarebbero la Magrini Elettronica, la Nuovo Pignone, la FATA, nonché progetti specifici sono già stati presentati alla Amministrazione Provvisoria della Coalizione da tre società del gruppo Finmeccanica: Ansaldo Energia, per ristrutturare la centrale di Bajii, la Elsag per creare una smart card per controllare la diffusione delle derrate alimentari, e la Alenia Marconi per rifare il sistema radar dell’aereoporto di Bagdad.

Allo stesso tempo, tutti questi investimenti avverranno in un contesto che l’Economist ha definito come “il sogno di un capitalista”. Il 19 settembre 2003 il reggente protempore Bremer ha emanato il decreto 39 con il quale ha stabilito che duecento imprese pubbliche irachene sarebbero state privatizzate, che le società straniere possono detenere il 100% di banche, miniere e fabbriche irachene ed infine che queste aziende possono trasferire tutti i loro utili fuori dall’Iraq senza alcun vincolo. Secondo diversi osservatori il decreto sarebbe in violazione dei Regolamenti dell’Aja, in particolare dove dicono che una potenza occupante “sarà considerata solo amministratrice e usufruttuaria degli edifici pubblici, del patrimonio immobiliare, delle foreste e dei fondi agricoli, situati nel paese occupato.” L’usufrutto è un contratto che garantisce ad una parte il diritto di trarre beneficio da un bene altrui “senza alterarne la sostanza”. Quindi, lo stesso controllo seguente ad una conquista provvisoria di guerra non darebbe diritto alla vendita per sempre dei beni del paese occupato. Già in una nota interna del 26 marzo, infatti, il procuratore generale britannico Lord Peter Goldsmith avvertiva il suo premier Tony Blair che “l’imposizione di importanti riforme economiche strutturali non sarebbe autorizzato dal diritto internazionale”.

Crediamo che le regole “neocoloniali” emanate da Bremer violino la convenzione internazionale che regola il comportamento delle forze occupanti, i Regolamenti dell’Aja del 1907 (che come le Convenzioni di Ginevra del 1949 sono stati ratificati dagli Stati Uniti) ed il codice di guerra dello stesso esercito americano. Una privatizzazione degli enti pubblici iracheni senza il consenso democratico della popolazione pregiudicherà gravemente le possibilità di sviluppo del popolo iracheno quando un giorno avrà nuovamente un governo democratico e rappresentativo.

Ancora più vergognoso risulta l’accordo siglato proprio a Roma lo scorso 5 dicembre, alla presenza della Trade Bank of Iraq e dell’Autorità Provvisoria della Coalizione, tra le agenzie di credito all’esportazione di 16 paesi, tra cui l’italiana SACE, che autorizza la copertura assicurativa pubblica per più di 2 miliardi di dollari agli investimenti occidentali in Iraq nei primi sei mesi del 2004. Ben 500 milioni di dollari la copertura proposta dalla Eximbank, mentre 250 milioni di è l’impegno della SACE nell’ambito di un plafond di un miliardo già autorizzato dal CIPE nel settembre 2003. Di fronte ad un’assenza di prospettiva credibile per l’instaurazione di un governo democratico in Iraq ed il trasferimento dei pieni poteri a questo, la decisione è stata soltanto politica visto che in passato in analoghe circostanze di conflitti militari le agenzie di credito all’esportazione hanno sospeso tutti i loro interventi. Ancora più sorprendente che l’Italia abbia ospitato un tale incontro in qualità di presidente della UE, a fronte di un assenza politica di importanti paesi membri dell’Unione quali la Francia.

Sanpaolo IMI risulta l’unica banca italiana partecipante al consorzio internazionale guidato dalla JP Morgan ed avrà il ruolo di banca agente per lo svolgimento delle attività connesse alla gestione degli strumenti commerciali che la Trade Bank of Iraq emetterà a favore degli esportatori italiani e per cui verrà chiesta un’assicurazione pubblica alla SACE contro i rischi politici e commerciali associati alle operazioni. Comunque, i governi delle compagnie assicurate nei propri investimenti in Iraq saranno sicuri di recuperare eventuali indennizzi da pagare a queste, in quanto l’accordo prevederebbe che il Fondo di Sviluppo per l’Iraq, alimentato con i proventi del petrolio esportato e originariamente pensato per lo sviluppo della popolazione irachena, servirà per ripagare appunto i governi occidentali, Italia inclusa. In sostanza, un’impresa petrolifera italiana che investe oggi in Iraq non solo sarà assicurata dallo stato ed i suoi profitti saranno da questo garantiti, ma lo stesso stato, non volendo rimetterci con eventuali indennizzi alle imprese, si arroga il diritto di farsi ripagare con i proventi dell’export petrolifero, realizzato magari dalla stessa compagnia, che almeno in parte dovrebbero rimanere in Iraq.

Crediamo che questo ennesimo accordo capestro dimostri in maniera lampante che saranno le multinazionali di alcuni paesi occidentali a beneficiare del Fondo per lo sviluppo iracheno e non gli iracheni. In questo modo si creano meccanismi per generare nuovo debito che dovrà essere ripagato in ogni caso direttamente dalla popolazione irachena, anche se non ha ancora un governo democratico e non ha autorizzato democraticamente tali accordi. Una vera e propria ciliegina sulla torta a stelle e strisce, nonché tricolore, dell’occupazione militare.

Conclusioni: tutto il debito è odioso e va cancellato

Le esperienze del passato mostrano che è improbabile che si possa risolvere la crisi debitoria dell’Iraq sulla base dell’altruismo dei paesi creditori. I paesi del G8 hanno finora cancellato solo un terzo dei 100 miliardi di dollari di alleviamento del debito che, in risposta alla campagna di Jubilee, avevano promesso al vertice di Colonia del 1999 per i 41 paesi più poveri e più fortemente indebitati. Pur essendo un impegno limitato, era sottoposto alla condizione che sarebbe stato concesso solo ai paesi disposti a sottomettersi ai devastanti programmi di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario internazionale.

Il caso dell’Iraq, di contro, ha riportato il dibatito internazionale al concetto di debito “odioso”, ossia quello contratto da un dittatore o da un governo militare che hanno utilizzato i fondi per scopi militari o di repressione interna, e che caduti tali regimi, dovrebbe essere pagato da popolazioni che non hanno tratto alcun beneficio dai prestiti e che anzi hanno subito tutte le conseguenze di un regime antidemocratico e repressivo. La stragrande maggioranza dei debiti di Saddam ricadono in questa categoria di prestiti poiché egli deteneva il potere nel periodo in cui il popolo iracheno era decimato e impoverito mentre cifre rilevanti venivano dissipate dal regime Baath e spese per l’oppressione esercitata dai militari e dallo Stato. Allo stesso tempo tutti i creditori erano perfettamente a conoscenza dell’uso che veniva fatto delle cifre da essi stessi concesse. Al riguardo si pensi soltanto al fatto che da quando gli Usa hanno intensificato la caccia ai fondi depositati all’estero dal dittatore negli ultimi mesi, è emerso che 1,7 miliardi di dollari erano depositati in 17 filiali di banche con sede negli Stati Uniti stessi e rappresentano profitti illeciti degli ultimi anni derivanti da vendite illegali di petrolio esportato, nonostante l’embargo, verso i paesi limitrofi ed i mercati occidentali.

Come ammesso dal finanziere George Soros, la cancellazione del debito odioso “potrebbe costituire un segnale per il mercato finanziario che è pericoloso entrare in contatto e fare accordi con i regimi oppressivi”, andando così oltre la specificità del caso Iraq. Per rendere questo possibile è necessaria l’applicazione dell’intera dottrina dell’arbitrato internazionale che prevede il ricorso ad un “tribunale di arbitrato internazionale”. Vi sono molti precedenti internazionali che possono guidare la costituzione di un tale tribunale, che sarebbe composto in parti uguali, da giuristi iracheni, rappresentanti dei creditori e membri indipendenti agenti da arbitri. Ogni creditore che intende ottenere dalla popolazione irachena i pagamenti relativi ad un prestito in essere ottenuto da Saddam, dovrebbe sottoporre una documentazione che dimostri al tribunale che il prestito è stato utile per la popolazione. Il Tribunale discuterebbe e giungerebbe ad una conclusione con sedute pubbliche e dovrebbe autorizzare i pagamenti solo in presenza di crediti “legittimi”. Una procedura di questo tipo ridurrebbe in misura molto rilevante il debito iracheno, stabilirebbe un chiaro precedente anche per altri paesi che si trovano in condizioni analoghe e scoraggerebbe i creditori dal finanziare i Saddam del futuro.

Per quel che concerne le riparazioni per i danni della prima guerra del Golfo, ed eventualmente per l’ultima guerra, andrebbe applicato lo stesso principio, ossia che quindi anche questi debiti “odiosi” dovrebbero essere cancellati in quanto il popolo iracheno non può essere considerato responsabile. Al riguardo si ricordi l’importante precedente della cancellazione dei danni di guerra che la Germania avrebbe dovuto pagare a numerosi paesi dopo la seconda guerra mondiale.

Altri organismi da tempo impegnati nel sostegno della popolazione irachena hanno avanzato delle richieste rivolte ed al governo italiano ed alla comunità internazionale, in particolare “Un Ponte Per?”; oltre a impegnarci a sostenerle in tutte le sedi riteniamo opportuno ampliare e precisare alcune di tali richieste in quanto il caso dell’Iraq ci sembra purtroppo fortemente rappresentativo dei meccanismi economici e finanziari in atto oggi a livello internazionale.

Chiediamo, quindi, in solidarietà con la popolazione dell’Iraq e ribadendo la richiesta di ritiro delle forze di occupazione della coalizione dal territorio iracheno, che:

- i cittadini iracheni non siano considerati titolari di alcuno dei debiti prodotti dal regime di Saddam senza il loro consenso e dai quali non hanno affatto beneficiato, in quanto anch’essi vittime delle guerre contro l’Iran ed il Kuwait, nonché dei ripetuti bombardamenti occidentali;

- tutti gli individui, compagnie e governi creditori non chiedano il pagamento del debito alla popolazione irachena. Qualora non vogliano procedere a questa cancellazione o siano in grado di provare che i loro prestiti abbiano direttamente beneficiato gli iracheni non essendo quindi “odiosi”, allora dovranno presentare un caso con tutti i giustificativi ad un collegio arbitrale indipendente e pubblico, soltanto quando il popolo iracheno avrà eletto il proprio governo rappresentativo;

- l’utilizzazione immediata di tutte le risorse del Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq, incluso l’avanzo di cassa del programma “Oil for Food”, in maniera trasparente a vantaggio diretto della popolazione irachena per far fronte all’emergenza umanitaria nel paese;

- il Club di Parigi e tutte le altre istituzioni internazionali rispettino il riconoscimento del debito odioso iracheno e l’eventuale processo arbitrale, procedendo ad un riscadenzamento del pagamento dell’eventuale debito iracheno residuo soltanto alla fine del processo di cancellazione;

- tutti gli aiuti pubblici governativi ed internazionali per la ricostruzione in Iraq avvengano sotto forma di doni e di prestiti a fondo perduto, i prestiti privati siano a tassi facilitati ed inoltre le operazioni assicurate dai governi occidentali non siano controassicurate dal Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq o dal futuro governo sovrano dell’Iraq;

- l’Ordine 39 emesso dall’Autorità Provvisoria della Coalizione per la privatizzazione di quasi tutti gli enti pubblici iracheni e la facilitazione degli investimenti esteri, in particolare nel settore dell’energia, sia immediatamente revocato, così come tutte le altre ordinanze che rischiano di intaccare il patrimonio pubblico degli iracheni;

- la popolazione irachena abbia immediatamente la possibilità di eleggere un organo democratico responsabile della vendita del petrolio e della gestione del Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq;

- l’istituzione di una Commissione indipendente in ambito ONU nominata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e quindi sottratta al controllo diretto del Consiglio di Sicurezza, che abbia il mandato di valutare le richieste irachene di compensazioni per danni di guerra subiti dal 1980 in poi; un fondo ad hoc per le compensazioni dovrà essere costituito con le risorse finanziarie sottratte illegalmente dal passato regime e da contributi della comunità internazionale, a partire dai paesi della Coalizione che ha occupato l’Iraq in violazione del diritto internazionale.

Privatizzazione dell’Acqua in Africa

La privatizzazione dell’acqua è un problema molto diffuso in molti paesi africani. Gli investitori dicono che porta efficienza nel sistema. Gli oppositori dicono che sfavorisce il povero. Qualunque cosa uno creda, i poveri non hanno nessuno che parli della questione. In Tanzania, vogliono privatizzare il Dar es Salaam Water and Sewerage Autorithy (DAWASA), una delle condizioni imposte al paese per ricevere lo sgravo del debito dell’HIPC.

Ma guarda cosa salta fuori?

Recentemente, il governo ha elevato un credito per procurare i 145 milioni di dollari (americani) per la pendenza del DAWASA, che ha avuto necessità di svendere la società ad un prezzo più basso mentre aumentava efficacemente il debito nazionale che lo stato cercava di ridurre. Ci sono di conseguenza preoccupazioni che la privatizzazione produrrà acqua che costi di più o che diverrà un’altra trappola di corruzione.

Negli ultimi cinque anni, il Fondo Monetario Internazionale (la IMF) sta insistendo per privatizzare DAWASA, come una condizione per includere la Tanzania nei Paesi Poveri Molto Indebitati (HIPC). L’inclusione nell’ HIPC fornisce alla Tanzania un servizio di debito assistenziale significativo, teoricamente un valore di miliardi di dollari. Sfortunatamente, gli adeguamenti strutturali, che includono anche la privatizzazione dell’approvvigionamento d’acqua, sono comunque un prezzo alto da pagare. Non è la Tanzania l’unica nazione con la quale l’IMF attua questa politica. Il fondo sta promuovendo la privatizzazione dell’ approvvigionamento d’acqua a tutti gli stati sul continente africano, provocando proteste dalle società civili e dai gruppi di anti-globalizzazione internazionali. Anche se i fornitori di acqua statali africani sono soprattutto inefficaci ed in stato precario, hanno fornito a molte persone povere acqua a prezzo conveniente o libero. I contestatori dicono che questi rilevamenti internazionali stanno escludendo i poveri da un approvvigionamento di acqua pulito ed economico.

Chapter 6 : chi lavora alle Nazioni Unite?

Il segretariato dell’ONU assume 7,500 membri di personale sotto il bilancio regolare, ed un numero quasi uguale sotto consolidamento speciale. Venendo da 170 paesi, loro amministrano la politica ed i programmi dell’ONU a New York e in stazioni lavorative in tutto il mondo. Il sistema dell’ONU nell’insieme- l’ONU con i suoi relativi programmi ed agenzie specializzate, inclusa la World Bank e l’IMF – assume circa 61,000 persone nel mondo.

L’imbrazzo della scelta quando dovremo chiedere spiegazioni…

Per esempio, il Governo Federale statunitense assume più di 89,000 civili esteri da solo; la città di Vienna ha oltre 70,000 impiegati pubblici; mentre Disneyland e Disney World assumono più persone che il sistema ONU intero.

E gestiscono i problemi come Paperino.

I salari professionali dell’ONU sono notevolmente più bassi che in molte altre organizzazioni internazionali.

Breve estratto : Drying up

La privatizzazione dei sistemi di approvigionamento d’acqua è una politica principalmente spinta dal FMI (fondo monetario internazionale) e dalla World Bank per dare in cambio prestiti e aiuti. L’acqua, dopo tutto, è una risorsa vantaggiosa, degna della valutazione di 45 miliardi di dollari in tutto il mondo. La World Bank valuta che due miliardi di persone, un terzo della popolazione mondiale, vivono in zone che hanno risorse idriche limitate, ma quel numero si è potuto raddoppiare durante questi ultimi 30 anni.

Consiglio di leggere tutto l’articolo e di tornare con la memoria alle allegre puntate del World Heritage.

Lo scopo è sempre lo stesso e il teatrino è finanziato tramite il rastrellamento fiscale.