di Gary North, traduzione a cura di Ashoka

Una ci toccherà. Questo se le cose ci andranno di lusso. Se invece andranno secondo quanto predice la teoria austriaca del ciclo economico allora ce ne sorbiremo due o tre.

Gli Americani hanno vissuto sinora nell’occhio del ciclone monetario. I prezzi sono rimasti stabili. A luglio sia il Consumer Price Index che il Median CPI erano piatti rispetto a Giugno.

Dobbiamo considerare cinque –flazioni:

Deflazione

Inflazione

Stagflazione

Inflazione di massa

Iperinflazione

E’ meglio che le consideriamo tutte una per volta.

-flazione: monetaria o dei prezzi?

Dobbiamo sempre tenere a mente che ci sono due modi di definire una –flazione: (1) come un’alterazione dell’offerta di moneta; (2) come un’alterazione del livello dei prezzi.

Queste definizioni ci fanno considerare altre due questioni: (1) il poter definire accuratamente che cos’è la moneta; (2) il poter definire accuratamente che cos’è il livello dei prezzi. Entrambe le questioni sono problematiche.

La Federal Reserve tre anni fa ha messo da parte M3. Ci è stato detto che M3 è inutile come indicatore dei prezzi futuri. Ce n’è voluto di tempo. La Fedaveva ragione. M3 era la più ingannevole di queste M: M1, M2, M3, MZM. Ha sempre sovrastimato la possibilità di un’impennata nel CPI. Non c’è dubbio su quale sia la migliore M per effettuare queste previsioni: M1. Per leggere la mia analisi dettagliata sui perché, andate qui.

Inoltre ci sono molte più informazioni in una “M” che il solo prevedere i futuri prezzi al consumo. C’è anche il problema di prevedere il ciclo economico. Non c’è accordo su questo tra gli economisti.

Poi c’è il livello dei prezzi. Quale paniere di beni e servizi dovrebbero usare gli statistici? Quale rilevanza dovrebbero dare a ciascuno bene e servizio, tra le centinaia presenti? Questi pesi cambieranno col cambiare dei gusti del consumatore. Nessun indice rimane intatto col passare del tempo. Sono tutti revisionati quando ci sono dei grandi cambiamenti, dal CPI all’indice Dow Jones.

Io cerco i trend. Uso quindi M1 ed il Median CPI.

Il problema cruciale è la politica monetaria. Secondo la teoria austriaca del ciclo economico, esso viene determinato dalla politica monetaria decisa dalla banca centrale. I periodi di boom e bust sono il risultato dell’inflazione monetaria creata dalla banca centrale, seguita da un’espansione più ridotta. Le altre scuole di pensiero rigettano questa teoria. Beh, si sbagliano. Per una introduzione al soggetto potete leggere il quindi capitolo del mio mini-libro Mises on Money.

Deflazione

Molti di coloro i quali prevedono la deflazione hanno in mente la deflazione dei prezzi. Un numero ristretto pensa che possa avvenire una deflazione monetaria causata dalla bancarotta delle banche, ma è una posizione molto difficile da difendere. L’FDIC (fondo di garanzia sui depositi) può tenere le porte delle banche aperte. Non ci sono corse agli sportelli per ritirare denaro contante. Ci sono soltanto “corse” che riguardano il trasferimento di moneta elettronica verso altre banche. Questo non cambia l’offerta di moneta.

La deflazione dei prezzi può avvenire all’interno del mercato libero. E’ il risultato di un aumento della produzione in un’economia in cui c’è una moneta stabile. Da qui il mio slogan: “Più beni dietro la stessa quantità di moneta.” Un’economia in cui la moneta è l’oro fornisce questo mondo, almeno finché le banche centrali non proteggono le banche insolventi. La stessa cosa avviene in un sistema bancario con riserva al 100%, cosa che non abbiamo mai avuto. Questo non è lo scenario offerto dai deflazionasti.

Questo è il loro scenario. Le banche creano credito. La moneta di carta abbassa il tasso di interesse. La gente prende in prestito. E fin qui la descrizione è consistente con la scuola austriaca. Questa struttura del credito non è sostenibile. Anche qui ci siamo.

Ma ecco dove le opinioni divergono. I deflazionasti dicono che in generale la gente non può pagare i suoi debiti. Fanno bancarotta. I prezzi cadono. Non solo i prezzi nei settori in cui si è sviluppata una bolla ma tutti i prezzi.

C’è un problema con questo argomento. Se metà delle cose che compri normalmente costano meno, tu continui a comprarne la stessa quantità, o anche qualcosa di più, e poi compri anche qualcos’altro. Questo vale anche per i beni capitali.

Non metti i soldi nel materasso. Con quel denaro compri qualcosa che i prezzi in discesa ti han permesso di comprare. Compri di più di B quando il prezzo di A scende… o compri più di A.

E’ semplice, no? Ma quelli che si definiscono deflazionasti non lo capiscono o non lo credono.

Nel sistema c’è la stessa quantità di moneta. Ognuno ne possiede una porzione. Anche tu ed io. Entrambi ne vorremmo di più… a qualche prezzo. Ma la contrazione del credito di un mercato dopo lo scoppio di una bolla non va a colpire l’offerta di moneta se la banca centrale o il Tesoro o l’FDIC intervengono ed impediscono che il sistema bancario a riserva frazionaria imploda e si porti con sé tutta la moneta digitale creata.

Questa è logica economica. Se la logica non è corretta allora dovrebbe esistere una critica teorica dettagliata. O, vista la debolezza del pensiero umano, forse la logica non corrisponde alla realtà. Gli economisti sono famosi per costruire teorie dettagliate che non si conformano alla realtà. Ma la teoria dei prezzi in un’economia di mercato come risultato della domanda ed offerta di moneta in relazione alla domanda ed offerta di beni e servizi è lineare. E’ la base di tutta la teoria economica. Se la buttiamo via che cosa ci rimane della teoria economica?

Se una banca centrale crea un boom con la moneta di carta e poi cessa di inflazione, può creare deflazione. Come? Rifiutandosi di salvare le banche implose. Questo permette che l’offerta di moneta si contragga in seguito alla sparizione dei depositi delle banche commerciali fallite. Un sistema bancario a riserva frazionaria può implodere. Questo creerebbe una depressione deflazionarla. Non abbiamo visto niente di tutto questo sin dal 1934, quando è stato creato l’FDIC.

Non contate che avvenga una cosa simile. Almeno non ancora.

Inflazione

L’inflazione monetaria produce inflazione di prezzi. Su questo sia i monetaristi della scuola di Chicago sia gli austriaci sono d’accordo.

Se la banca centrale espande l’offerta di moneta, i prezzi saliranno. Questo processo impiega tempo. Gli economisti dibattono su quale sia il ritardo: 6 mesi, un anno, 18 mesi. Ma in ogni caso l’espansione monetaria farà salire i prezzi. La moneta nuova deve finire da qualche parte, deve andare nel conto in banca di qualcuno.

Se la banca centrale espande la base monetaria comprando degli asset, crea la moneta con cui li acquista. Chi possedeva quegli asset spende quei soldi. Se è invece il Tesoro a essere il destinatario, è il Congresso a spenderla. (sia nella teoria che nella pratica, se il Congresso mette le sue mani collettive su del denaro, lo spende. Tutti gli economisti sono d’accordo su questo punto)

L’espansione monetaria prodotta dalla banca centrale è la causa del boom economico e delle bolle speculative. L’espansione economica riduce temporaneamente il tasso di interesse. Qualcuno prende in prestito la moneta appena creata.

Gli Stati Uniti hanno sofferto l’inflazione monetaria dal 1914 al 1930. Quindi, dopo un triennio di pausa dato dal collasso delle banche, ne abbiamo sofferto di nuovo dal 1934 ad oggi. Il dollaro ha perso il 95% del suo potere d’acquisto dal 1914. No, non penso che il CPI ci dica esattamente questo. Ma posso seguire il trend. Ed il trend ci dice che i prezzi vanno sù ed il potere d’acquisto della moneta va giù.

Finché avremo la Federal Reserve che crea moneta, avremo inflazione dei prezzi. L’unica cosa che può ritardare questo processo è se la Fed aumenta il coefficiente di riserva o se le banche commerciali inviano le riserve in eccesso nei loro conti presso la Fed. L’effetto monetario è lo stesso: aumentano le riserve. Questo riduce il moltiplicatore dei depositi.

L’inflazione dei prezzi sotto al 10% annuo è ciò che chiamo inflazione. Ma prima che arriviamo a questo punto, soffriremo la stagflazione.

Stagflazione

Questo è il peso degli anni ’70. C’è stata una massiccia espansione monetaria accompagnata da enormi deficit pubblici. Il deficit federale nel 1970 era di 25 miliardi di dollari e lo stesso fu l’anno seguente. Impensabile!

La teoria keynesiana che era allora dominante sosteneva che i deficit federali avrebbero sconfitto le recessioni. La banca centrale doveva soltanto inflazionare abbastanza per coprire parte del deficit. Ma ci furono due grandi recessioni negli anni ’70. La disoccupazione salì ed i prezzi insieme a lei. La combinazione di questi due eventi fu chiamata stagflazione.

Che possiamo avere stagnazione economica nel mondo di oggi è ovvio. Quasi tutti gli economisti mainstream prevedono una lenta crescita per il prossimo anno. Prevedere la familiare ripresa a V non è più di moda al giorno d’oggi.Più tipica è la previsione di Muhammed El-Erian, CEO di PIMCO, il più grande fondo obbligazionario del mondo. L’ha chiamata “la nuova normale”.

La crescita economica sarà mitigata per un po’ e la disoccupazione alta; la pesante mano del governo sarà evidente in molti settori; il cuore del sistema globale sarà meno coeso e, con il modello anglosassone che perde sostenitori, alla finanza non verrà più accordato un ruolo preminente nelle economie post industriali. Inoltre il bilancio del rischio si sposterà nel tempo verso il rischio paese, aspettative di inflazione e la stagflazione.

Questo scenario è una combinazione di lenta crescita ed aumento dei prezzi. Oggi abbiamo nessuna crescita e prezzi stabili. Quindi una lenta crescita e prezzi in aumento non è niente di concettualmente troppo diverso.

Penso che la stagflazione sia probabile una volta che la ripresa arriverà Ma stiamo assistendo ad un enorme deficit federale. Ross Perot nel 1992 parlava di un forte suono di risucchio. Diceva che quel suono erano i posti di lavoro persi verso il Messico. Penso invece che quello sia il suono del governo federale che risucchia tutto il capitale in eccesso negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Questo denaro non andrà al settore privato.

Quale sono le basi si una ripresa economica sostenibile? Un incremento del capitale. Ma noi stiamo assistendo ad una distruzione del capitale.

Per un po’ soffriremo la stagflazione. Non sarà stagdeflazione ma staginflazione.

Che cosa mi aspetto? Crescita economica sotto il 2% annuo con i prezzi che aumentano del 5% o più all’anno.

Inflazione di Massa

Questo fenomeno apparirà quando il deficit federale non potrà essere più coperto dagli investimenti dei privati e dagli acquisti delle banche centrali straniere. E’ quasi certo che questo accadrà entro dieci anni. Penso che probabilmente potrebbe verificarsi prima della fine del prossimo incarico presidenziale. Penso che il fondo della Social Security cesserà di avere un surplus che oggi viene usato per comprare titoli del Tesoro. I gestori del fondo dovranno anzi vendere alcuni di questi titoli di debito al Tesoro e quest’ultimo dovrà emettere altri titoli per coprire queste restituzioni.

Questo stadio sarà l’indicatore che il modello odierno “prendi in prestito e spendi” è fallito. La FED dovrà intervenire per fornire la differenza tra i titoli di debito comprati dal pubblico ed i prestiti richiesti dal governo. Quando ciò accadrà il tasso di inflazione aumenterà e con esso anche i prezzi.

Definisco inflazione di massa come inflazione a due cifre sopra al 20% ma sotto al 40%. Gli americani non l’hanno mai avuti. Nessuna nazione industrializzata ha visto una cosa del genere se non dopo una grave sconfitta militare.

I mercati dei capitali saranno distrutti. Il governo assorbirà virtualmente tutto il nuovo capitale formato. Non ci sarà nessun incremento netto di capitale. Ci sarà solo consumo del capitale.

Il valore internazionale del dollaro cadrà. Ma le altre nazioni occidentali staranno seguendo politiche simili. Non è chiaro fino a quanto cadrà il dollaro. Dipende dal livello di competizione che le varie nazioni avranno nel distruggere la propria moneta. Ogni paese occidentale dovrà affrontare il giorno della resa dei conti: la bancarotta del sistema pensionistico/sanitario.

A quel punto la FED dovrà fare una scelta: premere sul freno o distruggere il dollaro.

Iperinflazione

Lo scenario peggiore è l’iperinflazione. Ludwig Von Mises ha chiamato questo stadio “crack-up boom”. Conduce alla distruzione della moneta. L’economia si muoverà verso il baratto o una moneta alternativa. La divisione del lavoro collasserà.

Nessuna nazione industriali moderna ha sofferto questo dopo la seconda guera mondiale. L’Occidente non è lo Zimbabwe. Non è un’arretrata nazione agricola che possiede ancora un sistema tribale funzionante per aiutare i suoi membri.

Pensa alle implicazioni del fatto che i tuoi soldi non possono comprare nulla. Come potresti vivere? Abiti in città. Sei dipendente da un complesso sistema di previsioni computerizzate e dalla distribuzione. Tutto questo è governato dal sistema dei profitti e delle perdite. Questo sistema cesserà di funzionare ad un certo punto. Ed è lì che l’economia passa ad un sistema monetario alternativo.

Questo significa distruzione di ricchezza di scala comparabile a quello di una guerra. Creerebbe un nuovo ordine sociale.

Non penso che la Federal Reserve lo permetterà. Questo distruggerebbe il nostro sistema bancario. Lo scopo non ufficiale della Fed, ma che è il suo incarico primario, è preservare le banche più grandi nel sistema bancario. Se l’alternativa è tra provvedere moneta di carta per finanziare il debito governativo e la distruzione del dollaro, la Fed cesserà di comprare titoli di debito.

Quello sarà il punto di svolta.

Deflazione

Ed allora avremo il crash. La Fed proteggerà le banche più grandi, che inghiottiranno tutti gli asset delle banche più piccole. Un sacco di piccole banche andranno sotto e con esse i loro depositi.

Avremo corse agli sportelli. La gente vorrà denaro contante. L’FDIC andrà in bancarotta. Le banche pure. E con esse il denaro dei correntisti. Sarà come in “It’s a Wonderful Life” ma senza la scappatoia delle 6 di sera (orario di chiusura).

E’ meglio che quel giorno tu abbia i tuoi soldi nella banca di Harry Potter piuttosto che nella Bedford Falls Building & Loans.

La contrazione della moneta digitale sarà accompagnata da una recessione molto seria. I fallimenti saranno diffusi. La disoccupazione potrebbe non salire ma solo perché era già salita tanta durante le fasi finali dell’inflazione di massa.

Ci sarà poi un periodo di ripresa. Il costo della ripresa dipenderà da quanto saranno state cattive le dislocazioni durante il periodo di inflazione di massa. Se saranno molto serie, come mi aspetto, il periodo della recessione sarà tollerabile solo se avrai del denaro ed un lavoro. Ma le strategie di investimento per salvaguardasi contro l’inflazione di massa produrranno delle perdite. Un set opposto di strategie apparirà. Essere un debitore durante l’inflazione di massa. Essere un creditore nella ripresa dopo l’inflazione.

Se la Federal Reserve interverrà nuovamente, si ripeterà il ciclo dall’inizio. Ma i numeri saranno più grandi.

Conclusione

Scegli la tua –flazione. Puoi provare a batterla ma ogni successiva –flazione minaccia il tuo capitale.

Stiamo entrando in un periodo di consumo di capitale negli Stati Uniti. Penso che questo problema affliggerà tutto l’Occidente. Le stesse promesse politiche sono state fatte. Saranno tradite.

Chi manterrà il suo tenore di vita durante queste –flazioni sarà davvero benedetto. Chi diventerà ricco avrà fatto un miracolo

Sempre il paziente Ashoka spiega in un altro post cos’è davvero l’inflazione, leggiamo :

Che cos’è, davvero, l’inflazione?

Quante volte avete sentito parlare di “pericolo inflazione” nelle ultime settimane? Moltissime, vero?

E se qualcuno vi chiedesse che cos’è, esattamente, l’inflazione?

Probabilmente la risposta sarebbe questa:

”L’inflazione è l’aumento continuo e generalizzato del livello dei prezzi”

Questa è la definizione più accettata e diffusa al giorno d’oggi ma, come vedremo, è ingannevole ed imprecisa.

La cosa è evidente non appena ci si domanda quali siano le cause dell’inflazione.

Secondo quanto hanno riportato i giornali ad ottobre il rischio inflazione era dettato dall’aumento del prezzo del pane e della pasta., a novembre era invece la benzina. a “far correre” l’inflazione mentre a dicembre il governatore della Banca Centrale Europea, Claude Trichet, avvertiva di un pericolo di inflazione in caso di aumento dei salari

A gennaio, infine, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, fa un bilancio del 2007 e spiega che la causa dell’inflazione sarebbe da ricercarsi”soprattutto negli aumenti dei prezzi internazionali del greggio e dei beni agricoli”.

L’inflazione sarebbe quindi l’aumento dei prezzi ed i prezzi in aumento… causerebbe l’inflazione!

Corollario di questo ragionamento circolare è che i rincari spesso avvengano a causa di comportamenti opportunistici e speculativi da parte dei negozianti e dei distributori e che quindi il governo possa combattere l’inflazione istituendo un garante, il cosiddetto Mr. Prezzi.

Inflazione monetaria

Ma in un mondo in cui progressivamente le parole si sono svuotate del loro significato (si pensi al termine “missione di pace” per indicare gli interventi militari in Iraq ed Afghanistan) anche il termine “inflazione” ha seguito un simile destino.

Se vogliamo quindi comprendere che cosa sia realmente l’inflazione ed in quale modo causi l’aumento continuativo e generalizzato dei prezzi, dobbiamo tornare alla sua definizione originaria, ovvero quella utilizzata dalla scuola austriaca di economia e qui enunciata da Mises:

“L’inflazione, per come questo termine è sempre stato usato ovunque e specialmente in questo paese, sta ad indicare l’incremento della quantità di moneta e di banconote in circolazione e nei conti correnti. Ma la gente oggi usa il termine inflazione per indicare il fenomeno che non è nient’altro che una conseguenza dell’inflazione stessa, ovvero la tendenza di tutti i prezzi e dei salari di aumentare.”

Insomma, come diceva Ugo Tognazzi, ” Inflazione significa essere povero con tanti soldi in tasca”

Vediamo ora per quale motivo, in caso di aumento della quantità di moneta in circolazione, i prezzi tendono a salire:

Immaginiamo che Giorgio l’ortolano si rechi al mercato rionale per vendere le sue patate. Dall’esperienza delle settimane passate sa che fissando il prezzo a 2 euro il Kg riuscirà a vendere tutti e 15 i Kg di patate che ha portato con sé.

In piazza ci sono Anna, Beatrice e Carla che sono scese per fare la spesa: ognuna ha deciso di destinare 10 euro all’acquisto di patate dall’ortolano. Passa prima Anna e ne compra 5 kg, poi Beatrice fa lo stesso ed infine, nella tarda mattinata è il turno di Carla, che acquista gli ultimi 5 kg.

La settimana seguente il prezzo delle patate è sempre di 2 euro ma nel frattempo è successo qualcosa. Anna ha infatti sposato un bravissimo falsario ed ora può destinare all’acquisto di patate 20 euro, di cui 10 falsi.

All’apertura del mercato Anna acquista subito 10 Kg di patate e se ne va. Quando poco dopo giunge Beatrice e compra gli ultimi 5 chili Giorgio si ritrova senza più mercanzia. Siamo solo a metà mattinata e le patate sono già state tutte vendute: non c’è più nulla per Carla, che torna a casa a mani vuote.

Nei giorni seguenti Giorgio ragiona tra sé e sé: “Poiché non posso portare al mercato più di 15 chili di patate e dal momento che a 2 euro le ho vendute tutte subito, potrei provare ad aumentare il prezzo!”

Detto, fatto. La settimana successiva il prezzo delle patate è di 2 euro e cinquanta al chilo.

Come al solito passa Anna con i suoi 20 euro, con i quali ora può acquistare solo 8 kg di patate, seguita da Beatrice e Carla, le quali si dividono a metà gli ultimi 7 chili, pagando 8 euro e 75 centesimi a testa.

Giorgio l’ortolano se ne torna a casa con 37.5 euro, sette e mezzo in più della settimana precedente.

Che cosa ci insegna questo breve aneddoto esemplificativo?

– I primi a ricevere la moneta nuova incrementano il loro reddito a spese di chi la moneta non la riceve:

Anna riesce in un primo tempo ad acquistare i prodotti al “prezzo vecchio” ed anche dopo l’adeguamento dei prezzi può comprare più patate di quanto riuscisse a fare in partenza (+3 Kg) , il tutto a spese di Carla e Beatrice (-1,5 Kg a testa).

– Il prezzo aumenta in seguito ad un incremento della domanda

Giorgio non aumenta il prezzo delle patate perché è un negoziante cattivo e speculatore ma lo fa in seguito ad un aumento della domanda di patate innescata dai dieci euro falsi di Anna. Un eventuale intervento governativo volto a calmierare il prezzo non farebbe altro che peggiorare la situazione(nel cap. XII dei Promessi Sposi Manzoni ne dà una splendida descrizione)

– I prezzi non vengono adeguati in modo istantaneo ed uniforme

Trascorre del tempo tra l’introduzione della moneta nuova e l’aumento effettivo dei prezzi e questi ultimi non aumentano in modo uniforme. Vediamo perché:

Siamo sempre al mercato e stavolta ci occupiamo di Dario il macellaio.

Anna è vegetariana, Carla e Beatrice spendono ogni settimana 10 euro per comprare del filetto ed a fine giornata Giorgio l’ortolano destina un terzo dei suoi ricavi (10 euro) all’acquisto di carne.

Immaginiamo che la prima settimana il prezzo della carne sia di 10 euro al Kg e che Dario abbia in negozio 3 Kg di carne, che vengono tutti venduti. Per tre settimane tutto continua come prima fino alla sera della quarta settimana, quando Giorgio arriva in negozio con 13 euro (ne ha incassati 37,5) e vorrebbe acquistare della carne che però non c’è.

Che cosa accadrà la settimana seguente al prezzo della carne?

Dario lo aumenta ad 11 euro al chilogrammo! Tra l’altro sua moglie Laura sì era lamentata con lui per l’”immotivato” aumento del prezzo delle patate…

Col passare del tempo, man mano che la nuova moneta “circola” nell’economia, vi sono adeguamenti nei prezzi di tutti i beni (ed eventualmente anche nei salari), ma in tempi ed in modalità diverse: la settimana successiva all’introduzione dei 10 euro falsi il prezzo delle patate è aumentato del 25% mentre quella seguente è toccato alla carne rincarare del 10%.

L’effetto globale è proprio quello di un aumento continuo e generalizzato dei prezzi e dei salari accompagnato da un trasferimento di ricchezza reale dagli ultimi a “ricevere la moneta nuova” (i salariati il cui stipendio aumenta solo alla fine) verso i primi ad utilizzarla.

Ma nel mondo reale chi è il falsario e soprattutto chi è Anna?

Banca Centrale, il falsario “a norma di legge”

Nessuno avrebbe dubbi nel definire furto l’attività di un falsario, anche quando i lestofanti sono interpretati da Totò e Peppino, come nel film “La banda degli onesti”.

Quando invece il “falsario” è monopolista e svolge la sua attività per legge ecco che la sua attività cessa di essere furto e diventa “politica monetaria” mentre l’immissione in circolazione di nuove banconote create dal nulla viene salutata come “iniezione di liquidità per stimolare l’economia”.

Il meccanismo con cui vengono messe in circolazione le nuove banconote non è semplice: la Banca Centrale Europea non va come Totò a far compere dal tabacchino

Quello che fa è invece regolare il sistema delle banche commerciali stabilendone i requisiti di riserva obbligatoria, ovvero la percentuale dei titoli e soprattutto dei depositi che deve essere depositata presso la Banca Centrale, fissando il tasso di interesse per i propri prestiti ed intervenendo come “prestatore di ultima istanza” ogni volta che le banche si trovano in difficoltà.

Ecco ad esempio i dati pubblicati a dicembre dalla Banca Centrale Europea:

Il broad monetary aggregate M3, ovvero la stima di tutta la moneta circolante e creditizia presente nel sistema, ha registrato un aumento dell’11,5% rispetto allo stesso mese del 2006.

Scordatevi la figura dell’usuraio violento e senza cuore: se siete “Anna” ovvero le banche commerciali, la BCE e la Fed saranno sempre pronte a prestarvi del denaro fresco di stampa!

Non sono le “patate” però l’obiettivo privilegiato degli investimenti bancari. Gli istituti di credito, sicuri di avere le spalle coperte dalla Banca Centrale, si comportano piuttosto come un giocatore d’azzardo che punta su investimenti sempre più rischiosi senza preoccuparsi delle conseguenze.

Così nascono le bolle speculative e così si determinano le crisi che seguono.

Come dite? Sono aumentati i prezzi di latte e uova? Chissà perché!

Ed invece Johnny Cloaca sull’argomento ha tradotto un ottimo pezzo di Anderson che cita Rothbard per spiegare con cura cosa sia la deflazione.

Murray Rothbard e lo Spauracchio della Deflazione

Tuoni, fulmini ed insulti: guai a chi parla di deflazione! Povertà, Terza Guerra Mondiale, gatti che si accoppiano con cani, un ulteriore nobel a Stiglitz e chi più ne ha più ne metta. Ora a parte le varie disgrazie, una delle scuse (o la principale) per il quantitative easing annunciato è proprio il rischio di finire in deflazione; e visto che fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, analizziamo cosa sia in realtà la deflazione ed a chi fa realmente male.

di William L. Anderson

I Paul Revere dell’economia stanno cavalcando i loro cavalli avvertendo gli americani che: “Sta arrivando la deflazione! Sta arrivando la deflazione!” Da Paul Krugman a Joseph Gagnon ai vari divulgatori di notizie mainstream, il messaggio è lo stesso — il governo ha bisogno di indurre inflazione ora, oppure l’economia affonderà ulteriormente nel Mare della Disperazione e la disoccupazione aumenterà.

Un recente articolo dagli Stati Uniti dichiarava:

“Quando i prezzi delle macchine o dei maglioni o degli iPod cala, è una svolta per i consumatori ed un segnale positivo che la produttività economica sta migliorando. Ciò aiuta a far aumentare gli standard di vita. Ma quanto il prezzo di tutto crolla, è uno sviluppo allarmante che lascia presagire una stagnazione”.

L’indice dei prezzi al consumo, che misura l’inflazione, cala di tanto in tanto, di solito quando c’è un grande crollo nel prezzo di beni instabili come l’energia ed il cibo. Ma non c’è stata una deflazione sostenuta in America si dai primi anni del 1930. Ora potremmo essere sull’orlo di un’altra avventura economica snervante. L’inflazione negli ultimi 12 mesi è stata uno scarso 1,1%, il che è sotto il livello che molti economisti considerano ottimale. E senpre quest’anno l’inflazione su una base mensile è stata negativa tanto spesso quanto è stata positiva. Le probabilità sono crescenti che la bassa inflazione possa diventare deflazione — con alcuni economisti preoccupati che tale meccanismo sia già iniziato.

 

L’articolo continua:

“I prezzi in caduta incidono sulle entrate delle aziende che costruiscono le cose e provvedono ai servizi, così hanno bisogno di tagliare i costi per rimanere redditizie. Ciò di solito porta a licenziamenti e tagli di stipendio. Quando le persone portano a casa meno denaro, immutabilmente si sentono peggio e comprano di meno. Così la domanda per i prodotti cade ulteriormente, forzando anche più profondi tagli ai prezzi per attirare i consumatori. Rompere il ciclo diventa un gioco distruttivo tra le compagnie ed i consumatori, con nessuna delle due parti che vuole fare il primo passo”.

Ma non sono solo i giornalisti che lanciano l’allarme. Gagnon scrive:

“E’ ora evidente che la deflazione è un rischio più serio dell’inflazione per l’economia degli Stati Uniti. Gli ultimi dati mostrano cali generali nei prezzi di consumo e di produzione. Persino dopo le componenti alimentari ed energetiche, l’inflazione sottostante ha avuto un andamento ben al di sotto del 2% che le banche centrali vedono come ottimo per la crescita economica e che la FED ha adottato come suo scopo”.

Sfortunatamente tutti questi avvertimenti falliscono nel notare cosa Frédéric Bastiat una volta scrisse su cosa è visto e cosa non è visto. Tutti gli scritti anti-deflazione/pro-inflazione (e ciò include tutto quello che attualmente Paul Krugman sta dicendo) si basano unicamente sugli effetti iniziali sia dell’inflazione che della deflazione. Sappiamo che nei primi stadi dell’inflazione l’attività economica migliora, appena il boom inizia. Successivamente, come gli economisti Austriaci hanno fatto notare tante volte, il boom non è sostenibile. Appena la crisi inizia, i guadagni economici iniziali sono ritenuti ormai illusori ed alla fine l’economia affonda nella recessione.

 

Gli scritti pro-inflazione dell’attuale classe di “esperti” economici dimostra un grande fraintendimento del ruolo del denaro nell’economia. Nella sua forma più grezza questa visione è basata sulla credenza che un’aggiunta di denaro all’economia è un’aggiunta di ricchezza stessa, sebbene dubito seriamente che Gagnon o Krugman ammetterebbero una simile cosa.

Ci sono alcuni argomenti istruttivi qui, il più importante è la spiegazione di cosa realmente accade durante un periodo di deflazione — un’intero periodo — in opposizione a come la maggior parte degli economisti (specialmente i Keynesiani) e dei giornalisti, senza menzionare tutti gli altri, lo spiega.

La cosa importante che molte persone non capiscono è che l’inflazione e la deflazione hanno un profondo effetto sui fattori di produzione. Inoltre le persone non capiscono che durante il corso di un periodo sia deflazionistico sia inflazionistico, gli aggiustamenti dei fattori sono continuo ed i primi stadi di entrambe le situazioni non sono permanenti.

Quando pensiamo ai prezzi che salgono o scendono, generalmente ci stiamo riferendo ai prezzi di consumo e sicuramente sono influenzati da inflazione e deflazione. Comunque questa è solo una parte dell’equazione. Visto che così tante analisi economiche di mainstream sono fatte con prezzi di fattori “dati” o presumendo che i fattori siano omogenei, gli effetti più importanti dell’inflazione e della deflazione spesso sono riconosciuti dagli economisti di “professione” o dalla gente comune.

L’Analisi di Rothbard

Un’economista che non commise l’errore di guardare agli effetti dei cambiamenti monetari sui fattori fu Murray N. Rothbard, ed il suo classico Man, Economy, and State affronta questi argomenti in grande dettaglio. Ovviamente un breve articolo come questo non può dare giustizia a tutte le spiegazioni di Rothbard, così io vi raccomando fortemente di sedervi e leggerlo nella sua interezza.

 

In questo articolo, comunque, evidenzierò perchè le spiegazioni di Rothbard sull’inflazione e deflazione sono più complete e più accurate rispetto a cosa vediamo nel mainstream oggi. Primo, Rothbard affronta l’inflazione ed i suoi effetti nell’economia. Egli scrive:

“L’espansione del credito ha, ovviamente, lo stesso effetto come qualsiasi tipo di inflazione: i prezzi tendono a salire appena la massa monetaria aumenta. Come qualsiasi inflazione è un processo di redistribuzione, in base a cui gli inflattori, e la parte dell’economia che vende a loro, guadagna a spese di coloro che vengono alla fine della linea nel processo di spesa. Questo è l’incantesimo dell’inflazione — per i beneficiari — e la ragione per cui è stata così popolare, particolarmente sin da quando i moderni processi bancari hanno camuffato il suo significato per coloro che ci perdono e che sono rimossi dalle operazioni bancarie. I guadagni per gli inflattori sono visibili ed enormi; le perdite per gli altri nascoste e non viste, ma efficaci malgrado tutto. Proprio come metà dell’economia è formata da contribuenti e consumatori di tasse, così metà dell’economia sono pagatori d’inflazioni ed il resto consumatori d’inflazione.

La maggior parte di questi guadagni e perdite saranno “a breve termine” oppure “uniche”; accadranno durante il processo d’inflazione, ma cesseranno dopo che il nuovo equilibrio monetario sarà raggiunto. Gli inflattori fanno i loro guadagni, ma dopo che la nuova massa monetaria è stata diffusa in tutta l’economia, i guadagni e le perdite inflazionistiche sono finite”.

Difatti ciò è precisamente il perchè così tante persone che hanno beneficiato dall’inflazione stanno chiamando un’altro giro. Mentre le autorità politiche e monetarie continuano ad inflazionare, Rothbard nota che le seguenti cose accadono, cose che apparentemente sono invisibili agli economisti non allenati a vedere gli effetti dell’inflazione sui fattori:

“L’inflazione cambia anche il rapporto di mercato tra consumi/investimenti. In superficie sembra che l’espansione del credito incrementa enormemente il capitale, poichè il nuovo denaro entra nel mercato come l’equivalente di nuovi risparmi per il prestito. Dal momento che il nuovo “denaro della banca” è apparentemente aggiunto all’offerta dei risparmi nel mercato del credito, il mondo degli affari può prendere in prestito ad un tasso d’interesse più basso; da qui l’espansione del credito inflazionistica pare offrire la scappatoia ideale dalla preferenza intertemporale, come anche un’inesauribile fonte di capitale aggiunto”.

Anche questa attività economica sembrerà proficua all’inizio, coinvolgendo più aziende nell’industria. Rothbard continua:

“Al contrario ci sarà un’insufficienza di investimenti altrove. Così l’errore distorce il sistema di mercato dell’allocazione delle risorse e riduce la sua efficienza nel soddisfare il consumatore. L’errore sarà anche più grande in quelle aziende con una proporzione più grande di beni strumentali da produrre, ed in egual modo gli effetti distorsivi avranno luogo tramite gli eccessivi investimenti nelle industrie pesantemente “capitalizzate”, compensati da scarsi investimenti altrove”.

A questo punto la crisi è inevitabile e può essere solo stoppata quando i cattivi investimenti stessi sono fermati. Sfortunatamente, come abbiamo visto, le persone in queste industrie (specialmente se sono politicamente ben connesse, come abbiamo visto nei debacle della General Motors/Chrysler e di Wall Street ed i relativi salvataggi) sono spesso in grado di convincere le autorità per continuare a sostenere questi cattivi investimentitogliendo le risorse dalle aziende relativamente sane e dagli individui. In altre parole spesso hanno successo nel continuare il trasferimento, non con l’inflazione di per se, ma con mezzi più espliciti di espropriazione della proprietà.

 

Questo è dove siamo oggi e possiamo vederne i risultati. Comunque c’è realmente una cura, anche se persone come Gagnon e Krugman non possono vederlo — la deflazione. Ancora una volta la lucida analisi di Rothbard ci mostra la strada.

Primo, Rothbard evidenzia che la deflazione è uno sviluppo secondario; cioè viene dopo l’iniziale crisi dei cattivi investimenti ed è un’effetto, non una causa, del ribasso. Egli scrive:

“Dopo che la crisi arriva e la depressione inizia, vari sviluppi secondari spesso avvengono. In particolare, per ragioni che discuteremo più giù, la crisi è spesso segnata non solo da un’arrestodell’espansione del credito, ma da una reale deflazione — una contrazione nella quantità di denaro. La deflazione causa un’ulteriore calo nei prezzi. Qualsiasi aumento nella domanda di denaro accelererà l’aggiustamento a prezzi più bassi. Inoltre quando la deflazione avviene dapprima nel mercato dei prestiti, per esempio, come la contrazione del credito da parte delle banche — e questo è quasi sempre il caso — ciò avrà l’effetto benefico di accelerare il processo di aggiustamento della depressione”.

La maggior parte delle persone, inclusa la maggioranza degli economisti, commette un’errore quando fallisce nel vedere che gli effetti iniziali non sono permanenti, a patto che il governo e le autorità monetarie permettano che questi aggiustamenti avvengano. Proprio come l’inflazione ha un’effetto reale e doloroso sui relativi valori di produzione, anche la deflazione ha un’effetto sui fattori, ma l’effetto nel tempo è di ritornare a quei fattori con i loro corretti valori proporzionali, secondo le preferenze del consumatore.

 

Per metterla in un altro modo l’economia proprio ora ha bisogno di deflazione, anche se tutte le voci delle persone stanno gridando che la cosa di cui abbiamo realmente bisogno è che l’economia si prenda un’altra “bevanda alcolica che si dice curi la sbornia”. Rothbard spiega:

“Proprio come l’inflazione è generalmente popolare per il suo effetto narcotico, la deflazione è sempre altamente impopolare per le ragioni opposte. La contrazione di denaro è visibile; i prezzi cadono per coloro i cui benefici venivano dal comprare per primi e chi perde denaro per ultimo rimane nascosto. E le illusorie perdite della deflazione fanno credere al mondo degli affari che le proprie perdite sono più grandi, o i profitti più piccoli, rispetto a quello che effettivamente sono e ciò aggraverà il pessimismo finanziario.

E’ vero che la deflazione prende da un gruppo e da ad un altro, come fa l’inflazione. Ma non solo fa contrarre il credito velocizzando la ripresa e neutralizza le distorsioni del boom, ma anche, in un senso più ampio, porta via da coloro che originalmente guadagnavano con la coercizione e dà benefici a coloro che originalmente erano costretti a perdere. Mentre ciò non sarà vero per certo in ogni caso, nel senso più ampio gli stessi gruppi avranno benefici e perdite, ma in modo invertito da quello degli effetti redistributivi dell’espansione del credito. I gruppi con entrate fisse, vedove ed orfani guadagneranno, mentre aziende e possessori dei fattori originali che precedentemente raccoglievano i guadagni dall’inflazione perderanno. Più a lungo l’inflazione è continuata, ovviamente, meno gli stessi individui saranno retribuiti.

Alcuni potrebbero obiettare che la deflazione “causa” disoccupazione. Comunque, come abbiamo visto sopra, la deflazione può portare ad una continua disoccupazione solo se il governo o i sindacati mantengono i saggi salariali al di sopra del valore marginale dei prodotti del lavoro. Se ai saggi salariali è permesso di cadere liberamente, non avverrà nessuna disoccupazione continuata”.

Comunque i Keynesiani di oggi (ed altri cosidetti economisti mainstream di libero mercato) affermano che questa spirale al ribasso vada avanti per sempre, finchè l’economia è impantanata in una depressione al ungo termine. Non è così, dice Rothbard:

“Infine la contrazione deflazionistica del credito è necessariamente e severamente limitata. Mentre il credito può espandersi…praticamente all’infinito, il credito in circolazione può solo contrarsi tanto in basso quanto la quantità totale della moneta in circolazione. In breve, il limite massimo possibile è dato dall’eradicazione di tutta l’espansione del credito precedente”.

In altre parole, contrariamente all’attuale serie di “esperti”, questa economia ha bisogno di un serio attacco di deflazione per sradicare il resto dei cattivi investimenti e permettere all’economia di riprendersi per davvero. Sfortunatamente abbiamo visto che le autorità vanno dall’altra parte, provando ad inflazionare (chiamandolo “stimolo”) e poi guardare i tassi di disoccupazione aumentare e la fiducia diminuire.

 

Proprio ora gli Austriaci sembrano essere la versione economica di Cassandra, prevedendo il futuro e dando consigli ragionevoli, solo per essere rigettati dalla maggior parte degli economisti accademici e sicuramente dai politici. Krugman lo scorso anno ha chiesto che il governo “fermasse il dolore” tramite l’inflazione ed incrementi stratosferici nella spesa del governo.

Sfortunatamente più dosi di inflazione non fermeranno il dolore, almeno non a lungo, e più il governo inflaziona e spende incautamente, peggiore il dolore sarà. La cura “vera” per l’inflazione sarà ciò che rende l’economia più malata. Comunque se vorremmo sperimentare il vero dolore economico solo un pò di più, una reale ripresa sarebbe dietro l’angolo. Infatti se le autorità più di due anni fa avessero concordato sul fermare l’idiozia derivata dalla promozione di inflazione e cattivi investimenti, ora saremmo in ripresa.

Sfortunatamente non ci sarà nessuna ripresa, almeno per un lungo periodo di tempo. La deflazione è la risposta, ma pochi stanno ascoltando. Rothbard capì questo fatto profondamente. Coloro che rigettano la sua saggezza vivranno con il rimorso di ciò.

traduzione di Johnny Cloaca

Avanti :

La teoria sulla deflazione è un bidone. Siamo stati tutti venduti.

di Matthew Lynn

Per gran parte dello scorso anno i banchieri centrali, i leader delle industrie ed i politici ci hanno avvertito dei pericoli della deflazione. I prezzi in caduta, ci hanno detto, avrebbero creato un’altra depressione sullo stile di quella degli anni trenta. L’unica soluzione era stampare denaro come matti.

Ora viene fuori che quella teoria era un bidone.

La deflazione non è per nulla una minaccia.

Non impedisce all’economia di funzionare e non ne preclude nemmeno la ripresa. Le prove suggeriscono che un periodo di deflazione prolungata può invece essere ciò che è necessario perché le economia particolarmente indebitate tornino sulla giusta strada.

Il Cancelliere dello Scacchiere (equivalente del nostro Ministro delle Finanze) britannico, Alistair Darling, ha dichiaro quest’anno che la Bank of England doveva essere “preparata ad agire” per prevenire la deflazione dei prezzi.

“Siamo stati molto attenti ad evitare il rischio della deflazione,” ha dichiarato il Presidente della BCE Jean Claude Trichet in un’intervista questo mese. Lo stesso messaggio è stato passato a ripetizione in tutto il mondo dai leader economici.

E non sono stati nemmeno lenti a mettere in pratica i loro consigli. La Bank of England ha iniziato un programma di “quantitative easing”, ovvero ha creato nuova moneta, per respingere questa minaccia.

Il problema è che questa teoria non sta in piedi e la deflazione dei prezzi, dopo tutto, è già arrivata.

Prezzi in caduta

Secondo le statistiche dell’Unione Europea, nei paesi dell’eurozona i prezzi sono calati dello 0.7 per cento in Luglio rispeso all’anno precedente, dopo che erano calati dello 0.1 per cento in Giugno. In Germania, l’economia più grande tra quelle europee, i prezzi al consumo sono calati per la prima volta negli ultimi 22 anni. I prezzi all’ingrosso sono calati addirittura quasi dell’11 per cento.

Quindi dobbiamo dedurre che l’Eurozona, colpita dalla deflazione, sta scomparendo sotto un precipizio economico, vero? Pare di no. Sta portando fuori il mondo dalla recessione [sempre che ci stiamo uscendo davvero dalla recessione, NdA]. I dati rilasciati la scorsa settimana mostrano che la Germania e la Francia stanno trascinando la regione fuori dal declino – entrambe le economie si sono espanse dello 0.3 per cento da Aprile a Giugno dopo 12 mesi consecutivi di calo.

Non si vedono molte tracce dei pericoli della deflazione laggiù.

In realtà tutti quelli che hanno un minimo senso della storia economia avrebbero dovuto essere coscienti che tutta questa storia sulla deflazione è stata “venduta troppo”. Nel Regno Unito, la House of Commons Library pubblica i dati sui prezzi andando indietro fino al 1750. Dal 1814 al 1914 i prezzi sono aumentati un po’ in alcuni anni, diminuiti in altri, tanto che non vi è stato un cambiamento reale nel livello dei prezzi durante tutto il secolo.

La più grande potenza mondiale.

In altre parole ci sono stati un sacco di anni di deflazione. Nonostante ciò, lungo quel periodo, il Regno Unito divenne la più grande potenza economica del mondo. Il suo declino relativo iniziò soltanto quando si diede inizio all’inflazione. La deflazione non impedì la rivoluzione industriale, uno dei più sostenuti periodi di creatività economica mai visti.

Allo stesso modo, uno studio della Federal Reserve Bank di Minneapolis datato 2004, ha osservato i dati riguardo la deflazione su 17 paesi nell’arco di 100 anni. Ha trovato che sebbene la Grande Depressione degli anni trenta sia stata collegata ai prezzi in caduta, questo non era vero per nessun altro periodo storico. Non c’era “virtualmente nessuna prova” che la deflazione avesse causato una depressione.

Perché dovremmo allora credere a questa teoria? Ci viene costantemente detto che la deflazione è male perché fa sì che i consumatori si astengano da comprare, pensando che domani il prezzo sarà più basso. Ma questa è una sciocchezza!

Due impulsi

Tutti sanno che un computer oppure un I-pod saranno entrambi migliori e più convenienti tra sei mesi. Eppure la gente ne vuole uno proprio ora. Stretti tra questi due impulsi, un sacco di consumatori va fuori e compra computer e music player. Questo è vero per l’industria elettronica ed una volta che anche le altre industrie si abituassero a questa situazione, sarebbe vero anche per loro.

La deflazione però può essere un male per alcuni gruppi di interesse, che guarda caso sono molto potenti. E’ male per gli amministratori delegati. E’ più facile far crescere i tuoi profitti in un ambiente leggermente inflazionarlo. Puoi aumentare poco a poco i tuoi prezzi e spesso tagliare i salari reali dei tuoi lavoratori in modo occulto tenendoli costanti a livello monetario.

Anche l’industria bancaria, che fa affidamento sull’inflazione per rendere sostenibili i suoi prestiti ad alto beveraggio, non apprezza la deflazione. Allo stesso modo è male per i governi, che usano l’inflazione per ridurre il valore dei loro debiti.

Dall’altra parte la deflazione è buona per i risparmiatori, che diventano più ricchi semplicemente stando attaccati ai loro soldi. E’ un bene per i consumatori che pagano prezzi più bassi. E’ di solito benefica anche per i lavoratori che generalmente mantengono il valore del loro salario mentre i prezzi scendono.

Ci sono vincitori e perdenti come accade in quasi tutti gli sviluppi dell’economia. Il punto essenziale è che i perdenti sono gruppi molto più potenti di chi invece guadagna. Questo può spiegare perché sentiamo sempre dei pericoli della deflazione e mai dei suoi vantaggi. Però non rende questi pericoli più veri.

Non c’è nessuna minaccia dalla deflazione. Può anche essere desiderabile se incoraggia un rapporto bilanciato tra risparmio e consumo e scoraggia i governi e le banche dall’indebitarsi.

e per concludere il nostro viaggio, una interessante analisi proposta dal solito Ashoka :

Possiamo ancora evitare l’ìinflazione?

Il professor Krugman, dalle pagine del New York Times, fa sapere che tutte queste chiacchiere sull’inflazione sono prive di fondamento e che anzi sono solo un tentativo dei Repubblicani per gettare discredito sul grande programma di salvataggio del Presidente Obama.

Sarà, ma guardando i grafici dell’offerta di moneta negli Stati Uniti qualche dubbio mi viene :

offerta moneta usa

Il saggio seguente è tratto da una lezione di Friedrich Hayek tenuta davanti al Trustees and guests of the Foundation for Economic Education a Tarrytown, New York. Era il 1970 ma potrebbe essere oggi.

Possiamo ancora evitare l’inflazione?

di Friedrich A. Hayek

In un senso la domanda posta nel titolo è puramente retorica. Spero che nessuno di voi abbia sospettato che io dubitassi, anche solo per un momento, che esistesse qualche sorta di problema tecnico per fermare l’inflazione. Se le autorità monetarie davvero volessero farlo e fossero preparate per le conseguenze, lo potrebbero sempre fare dall’oggi al domani. Loro controllano saldamente la base della piramide del credito ed un annuncio credibile di non voler più aumentare la quantità di banconote in circolazione e di depositi bancari e, se necessario, andare a ridurli, sarebbe sufficiente. Su questo non ci sono dubbi tra gli economisti. Ciò che mi preoccupa non sono le questioni tecniche ma quelle politiche.

Qui, davvero, dobbiamo affrontare un’impresa così difficile che più e più persone, anche altamente competenti, si sono rassegnate all’inevitabilità di una continua ed interminabile inflazione. Non conosco infatti nessun serio tentativo di mostrare come superare questi ostacoli che non sono nel campo monetario ma in quello politico. Ed io stesso non posso dire di possedere una medicina brevettata che ritenga applicabile ed effettiva nelle condizioni attuale. Ma non considero che sia un’impresa al di là delle possibilità dell’ingegno umano, una volta che l’urgenza del problema sia compresa in modo generale. Il mio principale scopo stanotte è di spiegare chiaramente perché dobbiamo fermare l’inflazione se vogliamo preservare un’effettiva società di uomini liberi. Una volta che questa necessità è pienamente compresa, spero che la gente raccoglierà il coraggio per afferrare le catene che devono essere abbattute se gli ostacoli politici devono essere rimossi e se vogliamo avere una possibilità di ripristinare un’economia di mercato funzionante.

Nei libri di testo scolastici di economia, e probabilmente anche nell’opinione generale, viene considerato seriamente solo un effetto dannoso dell’inflazione, ovvero la relazione tra debitori e creditori. Ovviamente un non previsto deprezzamento del valore della moneta danneggia i creditori e beneficia i debitori. Questo è un effetto importante ma sicuramente non il più importante dell’inflazione. E siccome sono i creditori ad essere danneggiati ed i debitori a beneficiare, la maggior parte delle persone non se ne preoccupa troppo, al meno fino a quando non realizza che nella società moderna la più numerosa ed importante classe di creditori sono i lavorator ed i piccoli risparmiatori, ed il più rappresentativo gruppo di debitori che approfitta subito dell’inflazione sono le imprese e le istituzioni di credito.

Ma non voglio soffermarmi troppo sull’effetto più famigliare dell’inflazione, che è anche quello che viene corretto più prontamente. Venti anni fa avevo ancora qualche difficoltà a convincere i miei studenti che se si fosse previsto un incremento del livello dei prezzi del 5% , allora potevamo aspettarci un tasso di interesse nell’ordine del 9-10 percento o anche più alto. C’è ancora qualcuno che sembra non aver capito che tassi di interesse di questo genere sono destinati a continuare sino a quando continua l’inflazione. Tuttavia, fin quando le cose vanno così, e fin quando i creditori comprendono che sono parte del loro guadagno è netto, almeno per quando riguarda i prestatori a breve termine c’è poco spazio per le lamentele, anche se i creditori a lungo termine, come i possessori di titoli di debito governativi, sono in parte espropriati.

C’è però un altro e più infido aspetto di questo processo che devo almeno brevemente menzionare a questo punto. E’ il fatto che tutte le pratiche di contabilità vengono stravolte e vanno a mostrare profitti in eccesso a quelli che sono i guadagni reali. Certamente, un manager saggio può tenere in considerazione anche questo particolare, almeno a livello generale, e considerare come profitto solo ciò che rimane dopo aver tenuto conto del deprezzamento del denaro in merito ai costi di mantenimento del capitale. Ma l’esattore delle tasse non gli permetterà di farlo ed insisterà invece nel tassare tutto lo pseudo-profitto. Questo metodo di tassazione si traduce in confisca di parte del capitale, ed in caso di rapida inflazione può diventare un problema molto serio.

Ma tutto ciò è ben risaputo e ve lo volevo solo ricordare brevemente prima di passare ad un altro effetto meno apparente, ma per questo motivo più pericoloso, effetto dell’inflazione. Tutta l’analisi convenzionale dell’inflazione fatta nei testi scolastici procede come se ci fosse un aumento medio dei prezzi, intendendo che tutti i prezzi aumentano più o meno della stessa percentuale e che questo vale per tutti i prezzi determinati sul mercato, lasciando fuori solo pochi prezzi fissati per decreto o i contratti a lungo termine, come le tariffe dei beni pubblici, gli affitti ed altro. Ma questo non è né vero né possibile. Il punto cruciale è che fin tanto che il flusso di moneta spesa continua ad aumentare ed i prezzi di beni e servizi sono spinti verso l’alto, i singoli prezzi devono salire, non contemporaneamente ma in successione, e quindi, finché questo processo continua, i prezzi che aumentano per primi rimarranno sempre davanti agli altri. La distorsione della struttura dei prezzi sparirà soltanto un po’ di tempo dopo che il processo inflazionarlo si fermerà. Questo è un punto cruciale che il nostro maestro, Ludwig Von Mises, non si stancava mai di enfatizzare negli scorsi 60 anni. Sembra tuttavia necessario trattarlo in modo adeguato dal momento che recentemente ho scoperto, con stupore, che questa affermazione non era condivisa ed anzi esplicitamente negata da uno dei più famosi e distinti economisti viventi. [1]

Che l’ordine in cui un continuo aumento del flusso monetario alza i singoli prezzi sia cruciale per comprendere gli effetti dell’inflazione era chiaro già più di 200 anni fa a David Hume e prima di lui a Richard Cantillon. Era proprio per cercare di eliminare questo effetto che Hume ipotizzava, come prima approssimazione, che ogni mattino ogni cittadino di un paese si svegliasse trovando il suo stock di moneta miracolosamente raddoppiato. Ma anche così i prezzi non sarebbero tutti aumentati immediatamente della stessa percentuale. Ma non è così che avviene nella realtà. Il flusso della moneta addizionata al sistema avviene sempre in qualche punto particolare. Ci sono sempre persone che hanno più denaro da spendere prima degli altri. Chi sono queste persone dipende dal modo particolare in cui avviene l’aumento del flusso di moneta. Ad questo denaro può essere speso dal governo in opere pubbliche o aumentando i salari, oppure può essere prima speso dagli investitori che lo prendono in prestito, può essere spento in obbligazioni, in beni di investimento, in salari o in beni di consumo. Poi sarà speso in qualcosa di diverso dai primi destinatari della spesa originaria, e così via. Il processo prenderà molteplici strade a seconda della fonte (o delle fonti) iniziale della moneta addizionale e le sue ramificazioni saranno presto così complesse che sarà impossibile tenerne traccia. Ma una sola cosa sarà comune a tutte queste forme differenti di questo processo: che i singoli prezzi aumenteranno, non allo stesso tempo, ma in successione e che fin quando il processo continuerà alcuni prezzi saranno sempre avanti agli altri e tutta la struttura dei prezzi relativi sarà molto differente da quella che i teorici puri chiamano posizione di equilibrio. Ci sarà sempre quello che potremmo chiamare “gradiente dei prezzi” a favore dei beni e servizi che sono investiti per primi dal flusso monetario ed a sfavore dei successivi gruppi che sono raggiunti solo più tardi – con l’effetto che l’aumento, nel suo complesso, non sarà livellato ma come in un piano inclinato – se consideriamo normale il sistema dei prezzi che esisteva prima che l’inflazione iniziasse e che verrà ripristinato qualche tempo dopo la sua fine.

A questo cambiamento nella struttura dei prezzi, se è durato per qualche tempo e c’è aspettativa che continui, corrisponderà ovviamente un simile cambiamento nell’allocazione delle risorse: verrà prodotto di più, in termini relativi, di quei più beni e servizi il cui prezzo ora è comparabilmente più alto e di meno per quelli il cui prezzo è comparabilmente più basso. Questa redistribuzione delle risorse produttive persisterà fino a quando l’inflazione continuerà a quel tasso. Vedremo che questo stimolo a certe attività, o al volume di alcune attività, che viene continuato fintanto che l’inflazione continua, è uno dei modi in cui anche l’inflazione di oggi ci pone un dilemma, perché se smettiamo di inflazionare allora necessariamente alcuni dei posti di lavoro che l’inflazione ha creato saranno distrutti.

Prima che io passi alle conseguenze di un’economia che si adatta ad un continuo processo inflattivo, devo trattare un argomento che, anche se non sono sicuro che sia mai stato espresso chiaramente, tuttavia sembra essere alla radice di molti punti di vista che considerano l’inflazione innocua. Sembra infatti che, se i prezzi futuri possono essere previsti correttamente, allora ogni set di prezzi previsto nel futuro è compatibile con una posizione di equilibrio, perché i prezzi presenti si aggiusteranno rispetto ai prezzi futuri. Perché questo avvenga, tuttavia, non è chiaramente sufficiente che sia previsto correttamente il livello generale dei prezzi nelle varie date future poiché, come abbiamo visto, i prezzi si modificano in modo differente. L’assunzione che i prezzi futuri di un particolare bene possano essere previsti correttamente durante un periodo di inflazione è probabilmente sempre non vera poiché, quali che siano i prezzi futuri previsti, i prezzi presenti non si aggiustano da soli rispetto ai maggiori prezzi futuri, ma solo tramite un incremento nel presente della quantità di moneta, con tutti i cambiamenti nei vari prezzi che esso necessariamente comporta.

Cosa più importante, tra l’altro, è il fatto che se i prezzi futuri fossero effettivamente previsti in modo corretto, allora l’inflazione non avrebbe nessuno di quelli effetti stimolanti per cui è così bene accolta da tanta gente.

Ora l’effetto principale dell’inflazione che la rende inizialmente benvoluta alle aziende è precisamente il fatto che i prezzi dei prodotti si dimostrano essere generalmente più alti di quanto previsto. E’ questo che produce lo stato generale di euforia, il falso senso di benessere in cui tutti sembrano prosperare. Chi senza l’inflazione avrebbe fatto alti profitti continua a farlo. Chi avrebbe fatto profitti normale ne ottiene un livello inaspettatamente alto. E non solo le aziende che erano vicino al fallimento ma anche alcune che avrebbero dovuto fallire sono tenute a galla dal boom inaspettato. C’è un generale eccesso di domanda rispetto all’offerta – tutto viene venduto e tutti possono continuare il proprio lavoro precedente. Sembra essere una benedizione in cui ci sono più posti di lavoro che lavoratori, ciò che Lord Beveridge ha definito stato di piena occupazione – non capendo mai che il il calo del valore della sua pensione di cui si lamentava tanto in età avanzata non era altro che l’inevitabile conseguenza delle sue raccomandazioni.

Ma tutto questo mi porta al punto successivo. La “piena occupazione” per durare non richiede solo una inflazione continuata ma anche crescente. Perché, come abbiamo visto, ha un effetto benefico immediato solo fino a quando la sua grandezza non può essere correttamente prevista. Ma quando continua per un certo tempo ci si aspetti che persista. Se i prezzi si sono alzati per un certo periodo del 5% annuo, diventa prassi comune aspettarsi che lo stesso avvenga per il futuro. I prezzi presenti dei fattori produttivi vengono spinti verso l’alto dalle aspettative di prezzi più alti per i prodotti – a volte dove alcune delle componenti dei costi sono fisse, il costo variabile può essere spinto in alto anche di più del previsto aumento del prezzo del prodotto – fino al punto in cui non si realizza solo il profitto normale.

Ma se i prezzi poi non aumentano più di quanto aspettato, non viene realizzato nessun profitto extra. Benché i prezzi continuino ad aumentare al tasso precedente, questo non possiede più quell’effetto magico che aveva prima sulle vendite e sull’occupazione. I guadagni artificiali scompaiono, ci sono di nuovo perdite, ed alcune aziende scoprono che a quei prezzi non riescono a coprire i costi. Per mantenere l’effetto che aveva prima quando non era stato anticipata la sua piena magnitudine, l’inflazione deve crescere. Se all’inizio un tasso annuale di crescita dei prezzi del 5% era stato sufficiente, una volta che questo viene dato per scontato, serve qualcosa di più, come un 7%, per avere lo stesso effetto di stimolo che prima veniva garantito con una crescita del 5%. E siccome, se l’inflazione è in atto già da un certo tempo, un numero maggiore di attività è diventata dipendente dalla sua continuazione ad un tasso crescente, avremo presto una situazione in cui, a dispetto dei prezzi crescenti, molte azienda subiranno delle perdite, e una sostanziale disoccupazione. Una depressione con prezzi crescenti è una tipica conseguenza di una lieve frenata sulla crescita del tasso di inflazione una volta che l’economia ha ingranato grazie ad un certo tasso di inflazione.

Tutto questo significa che, a meno che non siamo preparati ad accettare un tasso crescente di inflazione che alla fine dovrà superare ogni limite assegnabile, essa avrà sempre e solo un effetto benefico temporaneo sull’economia e non solo cessa di avere un effetto di stimolo ma anzi continua a lasciarci con una serie di aggiustamenti rimandati e nuovi cattivi investimenti che rendono ancora più difficili i nostri problemi. Notate che non sto dicendo che una volta che scegliamo l’inflazione siamo tenuti a seguirla necessariamente sino a quando diventa iperinflazione. Non credo che questo sia vero. Ciò che sto invece dicendo è che se volessimo perpetuare il peculiare effetto di prosperità e di creazione di posti di lavoro che l’inflazione ha, dovremmo progressivamente e sempre aumentare il suo tasso. Abbiamo una conferma empirca di questa affermazione dalla Grande Inflazione in Germania dei primi anni venti. Fino a quando essa è aumentata a tassi geometrici c’è stata davvero (tranne verso la fine) assenza di disoccupazione. Ma ogni volta che l’incremento del tasso di inflazione anche solo rallentava, la disoccupazione assumeva subito grandi proporzioni. Non credo che dobbiamo necessariamente seguire quel sentiero – almeno fino a quando abbiamo alla guida persone almeno un po’ responsabili – anche se non sono così sicuro che una continuazione delle politiche monetarie degli scorsi dieci anni non possano creare una situazione in cui vadano al governo persone meno responsabili. Ma questo non è ancora il nostro problema. Quello che stiamo sperimentando ora è ciò che in Gran Bretagna è conosciuto col nome di politica degli “stop’n’go” in cui di volta in volta le autorità monetarie si allarmano e cercano di rallentare, ma solo col risultato che ben prima che i prezzi smettano di salire, la disoccupazione inizia ad assumere un livello preoccupante e le autorità sono costrette a far ripartire l’espansione. Questo meccanismo può ancora andare avanti per qualche tempo ma non sono sicuro l’efficacia di relative piccole dosi di inflazione nel far partire il boom non stia rapidamente decrescendo. L’unica cosa che, devo ammettere, mi ha sorpreso riguardo al boom degli scorsi venti anni è quanto a lungo sia durata l’efficacia di una nuova espansione nel far ripartire il boom . Mi aspettava che questo potere di far ripartire gli investimenti con una leggera espansione del credito si esaurisse presto – e possiamo avere raggiunto ora quel punto. Ma non sono sicuro. Possiamo magari avere ancora dieci anni di politica degli “stop’n’go”, probabilmente con efficacia decrescente delle ordinarie misure di politica monetaria e intervalli di recessione più lunghi. All’interno della struttura politica e dell’opinione pubblica esistente il chairman attuale della Federal Reserve farà probabilmente quanto di meglio ci si possa aspettare da chiunque. Ma le limitazioni imposte su di lui dalle circostanze al di là del suo controllo e sulle quali mi focalizzerò tra un momento restringeranno molto la sua possibilità di poter fare ciò che vuole.

In un’occasione passata in cui molti di voi erano presenti, ho paragonato la posizione di coloro che sono responsabili delle politica monetaria dopo che per qualche tempo si è perseguita una strategia volta a raggiungere la piena occupazione a quella di “tenere una tigre per la coda”. Mi sembra che queste due posizioni abbiamo più cose in comune di quanto sia di conforto contemplare. Non solo la tigre tenderà a correre sempre più velocemente ed il movimento di chi segue proseguirà a balzi sempre più pronunciati ma la prospettiva di lasciar andare la tigre sembra sempre più terrificante man mano che questa diventa più furiosa. Un’altra metafora che viene spesso giustamente usata per descrivere questa connessione sono gli effetti di aver assunto delle droghe. Gli immediati effetti piacevoli e la necessità seguente di compiere una scelta difficile costituiscono davvero un dilemma simile. Una volta che si è in questa posizione vi è la tentazione di fare affidamento su palliativi ed accontentarsi di superare le difficoltà di breve termine invece di affrontare i problemi di base contro cui possono poco coloro i quali sono responsabili solo per la politica monetaria.

Prima che proceda verso il punto principale, tuttavia, devo ancora dire alcune parole riguardo la supposta indispensabilità dell’inflazione come condizione per una rapida crescita. Vedremo che gli sviluppi moderni delle politiche dei sindacati nei paesi industrializzati hanno condotto ad una situazione in cui, davvero, la crescita ed un livello di occupazione alto e stabile possono, fin quando queste politiche continuano, fare dell’inflazione l’unico metodo effettivo di superare gli ostacoli che esse creano. Ma questo non significa che l’inflazione sia, in condizioni normale, e specialmente in paesi meno sviluppati, necessaria o addirittura favorevole alla crescita. Nessuna delle grande potenze del mondo moderno ha raggiunto la sua posizione mentre stava deprezzando la sua moneta. I prezzi in Gran Bretagna nel 1914 erano, per quello che può essere significativo un paragone lungo un periodo così esteso, più o meno dove stavano duecento anni prima, ed i prezzi Americani nel 1939 erano anche loro allo stesso livello del punto più lontano di cui abbiamo i dati, il 1749. Benché sia generalmente vero che la storia del mondo sia una storia di inflazione, le poche storie di successo che troviamo sono storie di paesi e periodi in cui era stata preservata una moneta stabile, e nel passato di solito la svalutazione della moneta è andata mano nella mano con la decadenza economica.

Non c’è nessun dubbio, ovviamente, che temporaneamente la produzione di beni capitali può essere aumentata da ciò che viene chiamato “risparmio forzato”, ovvero l’uso di un’espansione creditizia per direzionare l’uso di gran parte delle risorse alla produzione di beni capitali. Alla fine di un tale periodo la quantità fisica di beni capitali esistenti sarà più grande di quanto sarebbe normalmente stata. Alcuni di questi potrebbero essere guadagni che perdurano: le persone potrebbero ottenere case per ciò che non è permesso loro di consumare. Ma non sono sicuro che una tale crescita forzata dello stock di equipaggiamento industriale renda sempre un paese più ricco, ovvero, che il valore dello stock di capitale divenga più grande o che, grazie ad esso, la produttività venga aumentata di più di quanto non sarebbe stata altrimenti. Se gli investimenti erano guidati dall’aspettativa di maggiori investimenti futuri (o di un tasso di interesse più basso, o di salari reali più alti, che portano alla stessa cosa) di quanto poi non si verifica, il tasso di investimento più alto potrebbe aver fatto meno per aumentare la produttività generale di quanto avrebbe potuto fare un tasso di investimento più basso se avesse preso forme più appropriate. Questo ritengo che sia un particolare e serio pericolo per quei paesi sottosviluppati che si affidano all’inflazione per aumentare il loro tasso di investimenti. L’effetto normale di questa politica per me è che una piccola frazione dei lavoratori di questi paesi viene equipaggiata con un quantitativo di capitale pro capita molto superiore a quanto si possa sperare di fare nel prossimo futuro per tutti i lavoratori e che quindi quell’investimento, più grande in totale, abbia minore efficacia nell’alzare la qualità della vita di tutti di quanto avrebbe fatto un investimento di meno entità ma diffuso più equamente. Coloro i quali consigliano ai paesi in via di sviluppo di accelerare il loro tasso di crescita tramite inflazione mi sembrano totalmente irresponsabili, ad un livello quasi criminale. L’unica condizione che, secondo le ipotesi keynesiane, rende l’inflazione necessaria per una piena utilizzazione delle risorse, ovvero la rigidità dei salari determinata dai sindacati, non è presente. E niente che io abbia visto degli effetti di tali politiche, in Sud America, Africa o Asia, può cambiare la mia convinzione che in quei paesi l’inflazione ha solamente effetti dannosi e distruttivi, producendo uno spreco di risorse e ritardando lo sviluppo di quello spirito di calcolo razionale che è una condizione indispensabile per la crescita di una efficiente economia di mercato.

L’intero argomento keynesiano per una politica di espansione creditizia si poggia completamente sull’esistenza di un livello dei salari monetari determinato dai sindacati che è caratteristica dei paesi avanzati dell’Occidente ma che è assente nei paesi in via di sviluppo, e per ragioni differenti è meno marcato in Germania e Giappone. E’ solo in quei paesi in cui, come è stato detto, i salari monetari sono “rigidi verso il basso” e sono costantemente spinti verso l’alto dalle pressioni sindacali che si può sostenere con una certa plausibilità che un alto livello di occupazione può essere mantenuto solo da una continua inflazione – e non ho nessun dubbio che sino a quando queste condizioni persisteranno continueremo ad ottenerla.Quello che è capitato qui alla fine della scorsa guerra è che sono stati adottati dei principi, spesso inseriti nelle leggi, i quali in pratica scagionavano i sindacati di ogni responsabilità per quanto le loro politiche salariali potevano avere sulla piena occupazione e le conferivano in toto nelle mani delle autorità monetarie e fiscali. Queste ultime sono in effetti necessarie per fornire abbastanza moneta in modo che l’offerta di lavoro ai salari fissati dai sindacati possa essere assorbita dal mercato. E siccome non si può negare che almeno per un certo periodo le autorità monetarie hanno il potere, tramite lo strumento dell’inflazione , di assicurare un alto livello di occupazione, saranno forzate dall’opinione pubblica ad usarlo. Questa è la sola causa degli sviluppi inflazionistici degli ultimi 25 anni e continuerà ad operare sino a quando permetteremo da una parte ai sindacati di aumentare i salari monetari al livello consentito dai datori di lavoro – e questi datori di lavoro accettano di pagare quei salari monetari solo perché sanno che le autorità monetarie ridurranno il danno che subiscono diminuendo il potere d’acquisto della moneta e quindi il livello reale dei salari monetari accordati.

Questo è il fatto politico che rende oggi l’inflazione un fatto inevitabile e che può essere invertito non tramite un cambio di politica monetaria ma solo tramite un cambio nella politica dei salari. Nessuno deve illudersi del fatto che sino a quando verrà mantenuta la condizione attuale del mercato del lavoro saremo condannati ad avere un’inflazione continuata. Tuttavia non ce lo possiamo permettere e non solo perché l’inflazione diventa sempre meno efficace nel prevenire la disoccupazione ma anche perché dopo che è durata per qualche tempo e tende ad operare ad un alto tasso, inizia progressivamente a scombinare l’economia e creare forti pressioni per l’imposizione di ogni tipo di controllo. L’inflazione è un male ma l’inflazione repressa dai controlli anche peggio: è la fine dell’economia di mercato.

Le catene di ferro da cui dobbiamo liberarci se vogliamo preservare il sistema di libera impresa e mercato è quindi, il potere dei sindacati nel fissare i salari. A meno che questi, ed in particolare i salari relativi tra le singole industrie, tornino ad essere soggetti alle forze del mercato e diventino veramente flessibili, in particolari gruppi sia verso l’alto che verso il basso, non c’è possibilità per una linea politica che non sia inflazionarla. Una semplice considerazione mostra che, se non si consente a nessun salario di scendere, tutti i cambiamenti nei salari relativi che sono necessarie devono essere compiute alzando tutti i salari tranne quello a cui non è consentito di scendere. Questo significa che in pratica tutti i salari monetari devono salire se si vuole modificale la struttura salariale. Tuttavia appare impossibile, oggi, che un sindacato consenta una riduzione nei salari del suo gruppo. Nessuno, ovviamente, ci guadagna da questa situazione, in quando l’aumento nei salari monetari è vanificato da un deprezzamento del valore della moneta se non si vuole causare disoccupazione. Mi sembra, però, che sia diventata una necessità insita nel sistema di determinazione dei salari tramite contratto collettivo tra sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro insieme ad una politica di piena occupazione.

Penso che fino a quando non si risolverà questo problema fondamentale non vi sono speranze di miglioramento nello strumento di controllo monetario. Ma questo non significa che gli accordi di oggi sono soddisfacenti. Sono stati progettati precisamente per rendere più facile abbandonarsi alle necessità determinate dal problema dei salari, ovvero per rendere più facile ad ogni paese la volontà di ricorrere all’inflazione. Il gold standard è stato distrutto principalmente perché ne era un ostacolo. Quando nel 1931, pochi giorni dopo la sospensione del gold standard in Gran Bretagna, Lord Keynes scrisse in un giornale londinese che “ci sono pochi Inglesi che non si rallegrano per la rottura delle nostre catene d’oro,” e quindici anni dopo poteva assicurarci che gli accordi di Bretton Woods erano “l’opposto del gold standard”. Tutto questo era diretto contro la caratteristica principale del gold standard che rendeva impossibile ad ogni paese perseguire una prolungata politica inflazionarla. E benché io non sia sicuro che il gold standard sia il miglior sistema possibile per raggiungere questo scopo, tuttavia è stato l’unico a garantire un certo successo. Ha probabilmente molti difetti, ma le ragioni per cui è stato distrutto non sono quelle e ciò che è stato messo al suo posto non ne è certo un miglioramento. Se, come ho recentemente sentito dalla bocca di uno dei membri del gruppo originario di Bretton Woods, il loro intento era piazzare l’onere dell’aggiustamento dei bilanci internazionali solo sui paesi in surplus, mi sembra che il risultato non sia alto che una continua ed internazionale inflazione. Ma ho menzionato questo solo alla fine per mostrare che se vogliamo evitare una continua e globale inflazione dobbiamo adottare un differente sistema monetario internazionale. Tuttavia potremo pensarci in modo proficuo solo quando i paesi leader avranno risolto i loro problemi interni. Sino ad allora dovremo accontentarci di aggiustamenti, e mi sembra che oggi, e fino a quando le difficoltà fondamentali che ho menzionato continueranno ad esistere, non c’è possibilità di risolvere il problema dell’inflazione globale ripristinando il gold standard, anche se fosse una proposta concreta.

Il problema che deve essere risolto prima che possiamo anche solo sperare di raggiungere un ordine monetario soddisfacente, è quello della determinazione dei salari.

Friedrich Hayek, Maggio 1970

[1] [Vedi la critica di Hayek's a John Hicks nel suo articolo, "Three Elucidations of the Ricardo Effect," Journal of Political Economy (March-April 1969): 274 ed.]