dall’ottima traduzione di Paxtibi

Tratto da PrisonPlanet e scritto da Steve Watson, Alex Jones & Paul Watson

Stanno realizzando profitti creando penuria artificiale. “Il picco del petrolio” è propaganda pura del complesso militar-industriale. Manuali di strategia del CFR e del Club di Roma pubblicamente disponibili da 30 anni spiegano che un governo globale ha bisogno di creare artificialmente la carenza al fine di controllare la popolazione del mondo per mezzo di un neo-feudalesimo. Ora che gli architetti sociali hanno de-industrializzato gli Stati Uniti, stanno incolpando la mancanza di disponibilità di energia della nostra disintegrazione economica. La globalizzazione riguarda interamente il consolidamento. Ora che l’economia mondiale è diventato così centralizzata grazie alle operazioni dei Globalisti, essi stanno continuando a consolidare incolpando il “diabolico” consumo eccessivo di combustibili fossili dell’ovest, mentre allo stesso tempo ostruiscono lo sviluppo e l’integrazione delle tecnologie non inquinanti rinnovabili. In altre parole il picco del petrolio è una truffa per creare penuria artificiale e per spedire i prezzi in alto. Nel frattempo, tecnologie alternative del combustibile che sono state in giro per decadi sono soppresse intenzionalmente.  Questo anno in particolare abbiamo visto un forte aumento nei prezzi del petrolio e ci stanno dicendo semplicemente di abituarci ad esso perché così è e così sarà. Come conseguenza degli uragani Rita e Katrina i prezzi dei combustibili sono aumentati vertiginosamente tra gli avvisi di scarsità di energia. Agli americani stanno chiedendo di spegnere le luci, cambiare le regolazioni del termostato, guidare più lentamente, isolare le abitazioni e prendere altre misure. Nel frattempo le compagnie petrolifere continuano a realizzare profitti record. Anche il New York Times ha precisato che “la crisi energetica” recente sembra essere puramente tattica: “Per i critici del Sig. Bush, la richiesta di conservazione colpisce per la sua vana pomposità, come chiudere il cancello del garage dopo che il S.U.V. è stato rubato. Dopo tutto, il presidente ha speso le settimane passate piombandosi nella regione dell’uragano a bordo dell’Air Force One, un’ora di volo del quale l’aeronautica valuta costi $40.000 .” Ciò che vola di fronte alla cosiddetta crisi del picco del petrolio sono i fatti. Se stiamo terminando così rapidamente il petrolio allora perchè le riserve aumentano continuamente e la produzione s’impenna? Negli anni 80 l’OPEC ha deciso commutare ad un sistema di quote di produzione basato sulla dimensione delle riserve. Più grandi le riserve dichiarate da un paese, più greggio esso potrebbe pompare. All’inizio di quest’anno l’Arabia Saudita secondo ciò che è stato riferito ha aumentato le proprie riserve grezze fino a circa 200 miliardi di barili. L’olio saudito è sicuro ed abbondante, sono le conferme ufficiali. “Queste enormi riserve permettono al regno di rimanere un produttore di petrolio importante per 70 fino a 100 anni, anche se aumenta la propria capacità di produzione a 15 milione di barili al giorno, come potrebbe succedere durante i prossimi 15 anni” È questo la normale sequenza di azioni se siamo attualmente al picco di produzione per il petrolio? La risposta è no, è la linea di condotta normale per una produzione in aumento. Ci sono stati inoltre rapporti che affermano che la Russia ha aumentato notevolmente le proprie riserve, addirittura oltre a quelle dell’Arabia Saudita. Perchè farebbero questo se credessero che non ci sia più petrolio da estrarre? Sembra chiaro che la Russia è pronta per una produzione futura di petrolio illimitata. C’è una chiara contraddizione fra la teoria del picco dell’olio e l’aumento continuo delle riserve e della produzione petrolifera. Nuove fonti inesplorate di petrolio si stanno scoprendo dappertutto sulla Terra. La nozione che ci sono in qualche modo soltanto alcune fonti che l’ovest sta provando a monopolizzare è un totale mito, promulgato da coloro che rastrellano profitti voluminosi. Dopo tutto come realizzare profitti enormi da qualche cosa disponibile in abbondanza? Un articolo di Peter Huber e Mark Mills pubblicato dal Wall Street Journal descrive come il prezzo del petrolio rimanga elevato perché il costo del petrolio rimane così basso. Non dipendiamo dal Medio Oriente per il petrolio perché i rifornimenti del mondo stanno diminuendo, ma perché è più vantaggioso colpire i rifornimenti mediorientali. Così il mito del Picco del Petrolio è necessario per fare tacere la richiesta per lo sfruttamento delle altre abbondanti riserve del pianeta. Richard Branson ha persino dichiarato la sua intenzione di installare una propria raffineria perché il prezzo del petrolio viene mantenuto alto artificialmente mentre nuove fonti non vengono esplorate e nuove raffinerie non sono costruite. “L’OPEC è effettivamente un cartello illegale che può incontrarsi serenamente, nessuno li porterà in tribunale”, ha detto Branson. “Colludono per mantenere i prezzi elevati.” Così se più raffinerie fossero costruite e nuove risorse sfruttate, i prezzi del petrolio scenderebbero ed il cartello illegale OPEC vedrebbe i profitti diminuire. Non sorprende allora che la discussione sul picco del petrolio stia facendo appello all’OPEC. Se nessuno investe per costruire le raffinerie perché non credono che là ci sia abbastanza olio, allora chi si avvantaggia? L’OPEC e le elite del petrolio, naturalmente. Sembra che ogni volta che c’è una qualche crisi energetica, l’OPEC AUMENTI la sua produzione. La cosa notevole a questo proposito è che dichiarano sempre che lo stanno facendo per diminuire i prezzi, tuttavia i prezzi aumentano sempre vertiginosamente perché promulgano il mito che stanno mettendo sul mercato alcune delle loro ultime riserve. Gli analisti sembrano confusi e dichiarano sempre che non credono che aumentando la produzione i prezzi si abbassino. In un recente rapporto il Fondo Monetario Internazionale ha proiettato che la domanda globale di petrolio nel 2030 raggiungerebbe i 139 milioni di barili al giorno, un aumento del 65 per cento. “Dovremmo aspettarci di convivere con prezzi del petrolio elevati e volatili,” ha detto Raghuram Rajan, l’economista principale del FMI. “In breve, è una strada rocciosa quella che ci troviamo davanti.” Tuttavia gli analisti indipendenti e perfino alcuni all’interno dell’OPEC sembrano credere che la domanda di petrolio stia diminuendo. Perchè questa contraddizione? I miti del picco del petrolio e della domanda sono pubblicizzati dai falsi gruppi di attivisti di sinistra controllati dall’establishment, strumenti dei globalisti e dell’OPEC quanto del FMI. Persino la rivista Rolling Stone ha pubblicato un articolo nella sua edizione di aprile in cui attacca pesantemente il tentativo di far credere alla gente la menzogna del picco del petrolio. Anche le prove scientifiche volano in faccia alla teoria del picco del petrolio. Una ricerca scientifica datata più di cento anni fa, più recentemente aggiornata in un documento scientifico pubblicato su “Energia”, suggerisce che il petrolio è abiotico, non quindi il prodotto di materia biologica decaduta da molto tempo. Il petrolio, bene o male che sia, non è una risorsa non rinnovabile. Esso, come il carbone, e il gas naturale, si rinnova da fonti all’interno del manto della Terra. Nessuna coincidenza allora se i Russi, che hanno aperto la strada a questa ricerca hanno pompato la spesa nelle escavazioni petrolifere di grande profondità. Abbiamo precedentemente esposto scientificamente la truffa del picco del petrolio. Qui c’è una clip audio di più di un’ora con le osservazioni di Alex Jones sul picco del petrolio e inoltre l’analisi del rispettato commentatore scientifico dott. Nick Begich che presenta prove che suggeriscono che l’idea del peak-oil è artificiale. Un precedente pericoloso che si è stabilito è che la gente su entrambi i fronti, destra e sinistra, crede che le guerre vengano combattute per sfruttare le ultime riserve di petrolio sul pianeta. “La coalizione dei Volenterosi”, chiunque ne faccia parte per ogni data guerra, non presterà particolare attenzione nel confutare questo assunto perché concede loro un motivo per iniziare e continuare detta guerra. Anche se molti lo vedranno come immorale, molti nel subcosciente lo fisseranno come motivo per la guerra. In realtà la guerra è puramente per il profitto, il potere e il controllo, il petrolio può esserne una parte, ma soltanto se l’assunto del picco del petrolio rimane valido. Se continuiamo a lasciarci dire dall’elite corrotta che dipendiamo interamente dal petrolio, possiamo raggiungere una situazione contorta per cui possono giustificare l’inedia ed la povertà globale di massa, forse persino lo spopolamento, anche all’interno del mondo occidentale dato che le nostre disponibilità di energia sono finite. Il picco del petrolio è solo un’arma in più che i globalisti hanno nel loro arsenale per muoversi verso un nuovo ordine mondiale dove l’elite diventi più ricca e tutti gli altri cadano ancora più in basso.

Qui invece abbiamo un’altra traduzione a cura di Vincenzo :

‘Peak Oil’ Scam Unravels, Oil Reserves Increasing

di George Crispin Eugene Island è una montagna sotto acqua che si trova a circa 80 miglia al largo della costa della Luisania nel golfo messico. Nel 1973 fu estratto il petrolio ed eretta una piattaforma, Eugene 330, in mare aperto. All’inizio il campo produceva 15000 barili al giorno, poi gradualmente si abbassò, come è normale che sia, a 4000 barili al giorno nel 1989. Poi vennero le sorprese. La produzione si invertì nuovamente aumentando a 13000 barili al giorno. Probabile che le riserve siano passate da 60 milioni a 400 milioni di barili. Il campo sembra alimentarsi dal basso e il grezzo che viene su oggi è di una diversa era geologica dal grezzo che veniva su all’inizio, ciò porta al’ipotesi che il mondo ha una fornitura illimitata di petrolio. Questo ha interessato vari scenziati. Thomas Gold, astronomo e professore emerito del Cornell afferma per anni che il petrolio sia effettivamente un liquido primordiale rinnovabile continuamente riprodotto dalla terra sotto condizione estremamente calde e di tremenda pressione. La sostanza si sposta verso l’alto togliendo batteri cha lo attaccano facendolo apparire come se avesse un origine organica, per esempio, dinosauri e vegetazione. Per quello che sono riuscisto a trovare fin’ora scienziati russi supportano questa posizione, almeno quella del petrolio di origini primordiali. Ci sono abbastanza evidenze che provano la presenza di metano nel nostro universo. E’ facile da vederlo come parte della formazione della terra. Sotto le condizione adatte di temperatura e pressione, si converte in idrocarburi più complessi. Roger Andersen, un oceanografo a direttore esecutivo del Columbia’s Energy Research Center, propose di studiare il comportmento di questo serbatoio. La terra sottomarina attorno all’isola di Eugene è particolare, tagliata da faglie e fessure che sprigiona gas e petrolio. Il campo è gestito dalla PennzEnergy Co. Andersen propose di studiare le azioni della base attorno alla montagna sottomarina e il campo alla sua sommità e persuase il dipartimento della energia americano di finanziare con 10 milioni che andarono ai giganti del petrolio come Chevron, Exxon, and Tex Corp. Il lavoro iniziò nello stesso periodo in cui la tecnologia 3-D sismica fu introdotta per l’esplorazione di petrolio. Anderson fu in grado di assemblare immagini 3D facendole risultare in un’immagine 4D che mostrava il serbatoio in 3 dimensioni spaziali è permise ai ricercatori di tracciare il movimento del petrolio. La loro scoperta più sbalorditiva fu una prfonda faglia nell’angolo in basso del computer che mostrava petrolio che usciva letteralmente come uno zampillo. “Potevamo vedere il flusso” dice Andersen. “Non c’è neppure da discutere che era così”. Il lavoro continuò per 5 anni fino alla fine dei fondi stanziati. Con il mondo che ha 40 anni di riserve garantite in mano, è difficile invogliare la maggioranza dei produttori del petrolio in maggiori esplorazione, buttare al vento qualcosa fatto solo per mera ricerca, e fino ad ora dalla teoria dell’origine fossile del petrolio. Simli casi si sono riscontrati all’altro campo del golfo messico, al campo Cook Inlet oil, a quelli in Uzbekistan, ed è possibile data la longevità dei campi sauditi dove sono state scoperte alcune cose, le riserve sono raddoppiate dove i campi sono stati iper sfruttati per 50 anni. Non solo catastrofisti e fatalisti non dimostrano la fine delle risorse naturali che recicliamo, ma adesso sembra che ci siano buone probabilità di una fornitura illimitata del petrolio.

Are They Really Oil Wars?

traduzione a cura di Giada Pausic

Da Ismael Hossein-zadeh

18/06/08 “ICH” — – Uno dei fattori maggiormente citati dietro le recenti guerre per scelta degli Stati Uniti è considerato essere il petrolio. “Niente Sangue per il Petrolio” è stata un’esclamazione che ha riunito buona parte degli oppositori alla guerra. Se da un lato alcuni di questi oppositori dibattono sul fatto che la guerra scaturisca dal desiderio statunitense per ottenere petrolio a prezzi economici, altri invece sostengono che sia indotta dal grande desiderio di petrolio ad alti costi e profitti. E’ interessante come la maggior parte delle forze antiguerra si servano di entrambe le giustificazioni in modo intercambiabile senza tener conto del fatto che si tratterebbe di affermazioni diametralmente opposte.

Non solo le due affermazioni si contraddirebbero l’un l’altra, ma ciascuna è anche assente e poco persuasiva nelle proprie ragioni; non perché gli Stati Uniti non desiderino petrolio a prezzi economici, o perché il Big Oil non aspiri prezzi più elevati, ma bensì perché la guerra non costituisce più un modo per poter controllare o per avere accesso alle risorse energetiche. L’occupazione di stampo coloniale o il diretto controllo sulle risorse energetiche non risultano più essere metodi efficienti o economici come lo erano un tempo, pertanto, sono stati abbandonati da più di quattro decadi.

Il punto di vista secondo cui le recenti vicende militari degli Stati Uniti in Medio Oriente e nella più vasta Asia Centrale siano motivate da presupposti energetici è ulteriormente rafforzata dall’incerta teoria del Peak Oil, la quale afferma che, avendo raggiunto il massimo, le risorse mondiali di petrolio ora stanno calando e che, pertanto, il potere della guerra e lo sforzo militare fungono da chiave d’accesso o di controllo sulle risorse energetiche in diminuzione.

In questa riflessione tratterò in primis come la teoria del Peak Oil sia poco scientifica, irrealistica, e probabilmente anche fraudolenta. Dimostrerò poi che la guerra e le forze militari non sono più strumenti necessari ed appropriati per avere accesso alle fonti energetiche, e che ricorrere a misure militari può, certamente, condurre ad un petrolio caro e per nulla economico. Successivamente, dimostrerò che, nonostante i guadagni redditizi della guerra raggiunti con gli alti costi e profitti del petrolio, il Big Oil preferisce la pace e la stabilità, anziché la guerra e vicissitudini geopolitiche, nei mercati energetici. Infine, tratterò un caso secondo cui dietro l’iniziativa di guerra e di avventure militari nel Medio Oriente risiedano alcuni potenti interessi speciali (legittimati dalla guerra, dal militarismo e dal considerazioni geopolitiche su Israele) che si servono del petrolio come una questione di “interesse nazionale”-come una facciata o un pretesto- capace di giustificare avventure militari per ricavare ampi dividendi, sia economici che geopolitici, dalla guerra.

Has Oil Really Peaked- and Is Running Out?

La tesi del Peak Oil, come sopra citato, sostiene che le riserve mondiali di petrolio, avendo raggiunto la loro massima capacità, stanno ora diminuendo con gravi conseguenze di carenza di petrolio e alti costi di energia. Se tutto ciò ha portato molti a richiedere una conservazione più severa, ha anche condotto altri a discutere in favore dello sfruttamento privo di restrizioni e dell’estrazione delle riserve di petrolio, specialmente quelle situate in zone protette dell’Alaska.

Una linea di condotta importante e/o implicazioni politiche conseguono dalla visione secondo cui il petrolio stia scarseggiando. Da un lato, questa considerazione fornisce carne da cannoni ai militaristi approfittatori della guerra i quali tentano costantemente di inventare qualche nuovo nemico e trovare nuovi pretesti per protrarre la guerra ed intensificare le spese militari. Dall’altro, tende a disarmare numerose forze antiguerra che accettano tale tesi e, pertanto, “interiorizzano la responsabilità per la politica estera degli Stati Uniti ogni volta che riempiono il loro serbatoio di benzina. Dunque sono loro a gestire le guerre.”[1]

 

La tesi del Peak Oil funge da potente trappola ed astuta manipolazione poiché consente alle reali forze della guerra e al militarismo (il complesso militar-industriale ed il gruppo di pressione pro-Israele) di “togliersi dai guai; è una favolosa riindirizzazione. Tutti i maligni sono incolpati per un bene utile di cui tutti siamo assolutamente dipendenti.” [2]

Il fatto è, tuttavia, che non vi è alcuna prova chiara che il petrolio stia diminuendo, o che le riserve globali di petrolio si stiano svuotando, o che l’attuale prezzo del petrolio alle stelle sia dovuto ad un deficit di rifornimenti. (Come dimostrato sotto, vi è in realtà un surplus di petrolio, non un deficit.)

La teoria del Peak Oil non presenta nulla di nuovo. Originariamente fu emessa intorno agli anni ’40, in merito al dibattito secondo cui le riserve mondiali di petrolio sarebbero esaurite nell’arco di circa due decenni. Risorse poi negli anni ’70 e nei primi anni ’80 in reazione all’aumento del prezzo del petrolio di quegl’anni, che, per caso, era precipitato non per deficit dello stesso ma a causa di sconvolgimenti politici internazionali, rivoluzioni e guerre. Tuttavia venne meno quando il prezzo del petrolio fu riportato a livelli originari ante-crisi.

A causa dei recenti sconvolgimenti geopolitici in Medio Oriente (specialmente la guerra statunitense all’Iraq, e la conseguente speculazione fiorente nei mercati petroliferi) che hanno scatenato una nuova scalata dei prezzi del petrolio, la teoria del Peak Oil è tornata nuovamente in voga. La teoria non viene promossa solamente dagli affaristi e da coloro che propongono una sfrenata esplorazione ed estrazione del petrolio domestico, specialmente in Alaska, ma anche da alcuni liberali apparentemente contro la guerra quali Michael T. Klare e James H. Kunstler. [3]

La teoria del Peak Oil si basa su un numero di supposizioni ed omissioni che la rendono tutto fuor ché affidabile. Tanto per cominciare, sminuisce l’importanza o non considera il fatto che le tecnologie volte al risparmio energetico hanno drasticamente migliorato (e continueranno a migliorare ulteriormente) l’efficienza nel consumo del petrolio. I dati dimostrano che, ad esempio, “nell’arco di cinque anni (1994-99), il GDP statunitense si è espanso di oltre il 20% mentre l’utilizzo del petrolio è salito solo del 9%. Prima dello shock petrolifero del 1973, il rapporto era di circa uno a uno.” [4]

In secondo luogo, la teoria del Peak Oil presta scarsa attenzione alle nuove tecnologie altamente capaci che hanno portato a termine (e seguiteranno a farlo) probabili scoperte ed estrazioni in riserve di petrolio inaccessibili fino a poco tempo fa. Uno dei risultati del più efficiente mezzo di ricerca e sviluppo è stato quello di una tasso molto più alto di successo nel trovare nuovi giacimenti petroliferi. Il tasso di successo è cresciuto nell’arco di vent’anni da meno del 70 percento a oltre l’80 percento. I computer hanno aiutato a ridurre il numero di pozzi vuoti. Aver scavato in senso orizzontale ha favorito l’estrazione. Un altro importante sviluppo è stato scavare al largo nelle acque profonde, oggi possibile grazie alle nuove tecnologie. Alcuni buoni esempi possono essere il Mare del Nord, il Golf del Messico, e più recentemente, i promettenti giacimenti petroliferi al largo dell’Africa Occidentale. [5]

Terzo, la teoria del Peak Oil da inoltre poco peso a quello che certe volte viene definito petrolio non convenzionale. Ciò comprende le giganti riserve canadesi di bitume pesantissimo che può essere trattato per produrre petrolio convenzionale. Nonostante tutto ciò veniva inizialmente considerato ad un prezzo inadeguato, gli esperti operanti in quest’area ora sostengono di essere riusciti a diminuire il costo da oltre $20 al barile a $8 al barile. Circostanze simili stanno accadendo in Venezuela. E’ grazie a sviluppi come questo che a partire dal 1970, le riserve petrolifere mondiali si sono più che raddoppiate, a dispetto dell’estrazione di centinaia di milioni di barili. [6]

Quarto, la tesi del Peak Oil non presta sufficiente attenzione alle risorse energetiche se non al petrolio. Queste comprendono energie solare, eolica, combustibile  biologico non alimentare e nucleare. Includono anche gas naturale. Il gas ora copre all’incirca il 25 percento della richiesta mondiale. Si stima che entro il 2050 sarà la risorsa energetica primaria globale. Varie compagnie americane, europee e giapponesi hanno investito molto e continuano a farlo nello sviluppo delle pile a combustibile per automobili e altri veicoli che ridurrebbero in maniera significativa il consumo di benzina. [7]

Quinto, il sostenitori della Peak Oil tendono ad esagerare sulla ripercussione causata dall’aumento della richiesta di petrolio proveniente dalla Cina e dall’India sia nei riguardi delle quantità che per il prezzo del petrolio nei mercati globali. La presunta disparità tra fornitura e richiesta è considerata esserci a causa dal rapido incremento della richiesta da parte di Cina e India. Ma al rapido incremento della domanda si contrappongono ampiamente una serie di fattori controbilancianti. Tra questi vi è una più lenta crescita di richiesta negli Stati Uniti a causa di una più lenta crescita economica, utilizzo inefficiente dell’energia nei paesi industrialmente più avanzati, e aumenti nella produzione di petrolio da parte dell’ OPEC, della Russia, e di altri paesi produttori di petrolio.

Infine, e probabilmente in modo più rilevante, rivendicazioni di “intenso o ridotto” petrolio sono confutate da parte dei validi fatti e somme nelle scorte di petrolio globale. Prove statistiche dimostrano che non vi è assolutamente alcuno squilibrio nella richiesta di rifornimento dei mercati petroliferi globali. Contrariamente a quanto rivendicato dai sostenitori della Peak Oil e dagli eroi di guerra e del militarismo, gli attuali scandali sul prezzo del petrolio sono una diretta conseguenza delle guerre destabilizzanti e dell’insicurezza geopolitica nel Medio Oriente, non della carenza di petrolio. Tutto ciò comprende non solo le violente guerre in Iraq e Afghanistan, ma anche il pericolo di una incombente guerra contro l’Iran. Il primato della crescita dei prezzi del petrolio dimostra che in qualsiasi momento vi è una rinnovata minaccia militare statunitense contro L’Iran, i prezzi del petrolio si innalzano di parecchie tacche.

La guerra contribuisce inoltre alla crescita dei prezzi del petrolio in modi indiretti come ad esempio, facendo precipitare gli Stati Uniti sempre più profondamente nei debiti e nella svalutazione del dollaro, oppure ponendo basi favorevoli all’insorgere della speculazione. Il petrolio viene prevalentemente prezzato in dollari americani, dunque i paesi esportatori di petrolio richiedono un barile di petrolio a più dollari poiché il dollaro perde il proprio valore. Probabilmente in modo più rilevante, una situazione di guerra e di instabilità geopolitica nei mercati petroliferi globali fungono da basi promettenti per riserve e speculazioni nei mercati di materie prime, specialmente in quello del petrolio, che sta pesantemente contribuendo al recente incremento dei prezzo del petrolio stesso.

All’incirca il 60% dell’attuale prezzo del petrolio è costituito da mera speculazione diretta da grosse banche commercianti e da fondi protetti. Non ha niente a che vedere con i miti di convenienza della Peak Oil. Ha a che fare con il controllo del petrolio e del suo prezzo… Dato l’avvento degli scambi a termine di petrolio ed i contratti a termine tra le due più importanti città Londra e New York, il controllo dei prezzi petroliferi ha abbandonato l’OPEC alla volta di Wall Street. E’ il tipico esempio della ‘coda che dimena il cane.’ [8]

I giganti di Wall Street che diedero vita alla terza più grande crisi mondiale di debiti negli ani ’70 e nei primi anni ’80, alla montatura tecnologica degli anni ’90, e a quella edilizia nei 2000 ora si stanno impegnando per originare la montatura petrolifera. Acquistando un grande numero di progetti a termine, ed in tal modo innalzando i prezzi a livelli ancor più elevati di quelli attuali, gli speculatori fornito un incentivo finanziario volto  alle compagnie petrolifere perché comprino ancor più petrolio da porre in serbatoi. Un grosso industriale della raffinazione acquisterà petrolio oggigiorno, anche se questo dovesse costagli $115 al barile, a patto che il prezzo a termine sarà ancora più elevato. [9]

Tutto ciò ha condotto ad una crescita costante delle giacenze di petrolio grezzo nell’arco degli ultimi due anni, “risulta dalle giacenze di petrolio grezzo statunitense che ora sono cresciute come non mai negli ultimi otto anni. L’ampio flusso di investimenti speculativi negli scambi a termine di petrolio ha condotto ad una situazione dove possediamo sia alte scorte di petrolio grezzo che alti prezzi per il petrolio grezzo… Infatti, durante questo periodo le scorte hanno superato le richieste, secondo quanto riportato dal Department of Energy statunitense.” [10]

Il fatto che gli esorbitanti prezzi del petrolio siano stati accompagnati da un surplus nei mercati globali è stato portato all’attenzione del Presidente George W. Bush dagli ufficiali sauditi proprio quando lui stesso in un recente viaggio nel loro regno, aveva richiesto di aumentare la produzione in modo da contrastare la crescita dei prezzi. Gli ufficiale rammentarono il Presidente che “c’è petrolio a sufficienza sul mercato. L’Iran ha posto circa 30 milioni di barili di petrolio che non è in grado di vendere in depositi in fluttuazione. ‘Se producessimo più petrolio, non troveremmo dei compratori,’ riferisce la fonte saudita. Non avrebbe alcun effetto sul mercato.” [11]

E per quale motivo produrre più petrolio “non influenzerebbe per nulla il mercato”? Beh, perché ciò che guida l’innalzo dei prezzi non è il deposito ma la speculazione: “con tali  investimenti di denaro segreto nei mercati delle materie prime, i sauditi contano di non avere alcuna speranza di tenere d’occhio le oscillazioni dei prezzi a breve termine. Fanno ricadere la colpa dei recenti aumenti dei prezzi alla speculazione e alla paura dei depositi [non reali], fattori che sostengono essere non di loro competenza.” [12]

War for Cheap Oil?

La visione ampiamente condivisa secondo cui dietro il desiderio di accedere a petrolio in abbondanza ed economico da parte degli Stati Uniti si celi la guida dell’amministrazione Bush alla guerra in Merio Oriente, rimane un presupposto implicito seppure dubbioso poiché l’accesso alle risorse energetiche necessita di un controllo diretto sui territori petroliferi e/o sui paesi produttori di petrolio. Vi si presentano almeno tre problematiche con questo postulato.

In primo luogo, se il controllo per o l’influenza su paesi produttori di petrolio nel Medio Oriente è un requisito per avere accesso a petrolio economico, allora gli Stati Uniti godono già si una significativa influenza su alcuni dei maggiori produttori di petrolio nella zona dell’Arabia Saudita, Kuwait, ed un numero di minori produttori. Perché, allora gli Stati Uniti intendono essere la causa di una guerra e di tumulti politici in una zona che potrebbe indebolire un’influenza fermamente stabile?

Supponiamo per un momento che i militaristi neoconservativi sono sinceri nel loro presunto desiderio realizzare un dominio democratico ed un governo rappresentativo in Medio Oriente. Supponiamo anche che abbiano successo nei loro propositi. Allora, gli emergenti governi democratici, rappresentanti dei desideri della maggioranza dei cittadini, sarebbero in grado di compiacere gli obiettivi economici e geopolitici degli Stati Uniti, comprese le necessità petrolifere, come lo sono gli attuali dirigenti alleati in questa zona? Probabilmente no.

Secondariamente, ed in modo ancor più significativo, l’accesso al petrolio non necessita più del dominio sui territori petroliferi o sui produttori di petrolio come invece avveniva in passato. Per più di un secolo, cioè, dalle prime estrazioni di petrolio negli Stati Uniti negli anni ’70 del secolo scorso fino alla metà degli anni ’70 del nostro secolo, il prezzo del petrolio veniva stabilito in maniera amministrativa, cioè, da produttori indipendenti operanti in diverse parti del mondo privi della necessità di dover competere gli uni con gli altri. In tali circostanze, le lotte per la conquista e l’occupazione coloniale o imperiale erano decisive per il controllo delle risorse di petrolio (ed altre).

Tuttavia a partire dagli anni ’50, il modello di determinazione del prezzo locale e non competitivo iniziò a cambiare a poco a poco in favore dei mercati regionali e/o internazionali. Entro la metà degli anni ’70, emerse un mercato petrolifero internazionalmente competitivo che significativamente mise fine al modello locale e amministrativo di determinazione del prezzo proprio del secolo passato. Oggi, i prezzi del petrolio (come la maggior parte dei prezzi dei prodotti) vengono stabiliti ampiamente secondo la capacità di rifornimento e di domanda nei competitivi mercati energetici; e ciascun paese o compagnia può usufruire di quanto petrolio desidera a patto che paghino il corrente prezzo di mercato (o del luogo). [13]

Fino al punto in cui i competitivi mercati petroliferi e/o i prezzi vengono occasionalmente manipolati, tali rovesciamenti di competitive forze di mercato spesso vengono rilevate non tanto dall’OPEC o da altri paesi produttori di petrolio quanto piuttosto da speculazioni manipolative da parte di uomini a New York e Londra. Come trattato precedentemente, le giganti istituzioni finanziarie di Wall Street hanno ultimato tale atto per mezzo di strumenti finanziari “innovativi” quali la costituzione di fondi rischiosi per l’energia e speculativi mercati petroliferi a termine a New York e Londra. [14]

E’ vero che le decisioni collettive per il rifornimento di petrolio nei paesi produttori possono, ed in alcuni casi effettivamente influenzano competitivamente il prezzo determinato dal mercato. Ma a tal proposito vanno considerate alcune importanti questioni.

Tanto per cominciare, sebbene tali questioni sulle manipolazioni ovviamente hanno degli effetti su o influenzano i prezzi determinati dal mercato, comunque non determinano tali prezzi. In altre parole, i competitivi mercati internazionali di petrolio determinano il prezzo con o senza le manipolazioni sui rifornimenti dei produttori di petrolio. Tali amministrazioni sulle scorte sono, tuttavia, programmate non per dar vita all’incostanza nei mercati energetici, o a cronici aumenti dei prezzi petroliferi. Ma sono bensì originati per stabilizzare i globali prezzi petroliferi dato che i paesi esportatori di petrolio prediligono la stabilità, la prevedibilità e le pianificazioni a lungo termine per il proprio sviluppo economico e per i progetti sull’industrializzazione. Ecco come Cyrus Bina e Minh Vo descrivono tale relazione:

Come risulta, concludiamo che il globale mercato petrolifero è il motore primario [i.e., determinante primario del prezzo del petrolio] e l’OPEC certamente segue di conseguenza e uniformemente la propria traiettoria… Quando il prezzo del mercato (sia locale che a termine) è in decalo, l’OPEC diminuisce la propria produzione; quando il prezzo del mercato è in crescita, l’OPEC cerca di aumentare la propria produzione; e quando il prezzo del petrolio è stabile, l’OPEC mantiene la propria produzione immutata… E questo è un tipo di mercato petrolifero che abbiamo sperimentato dopo la confusione stabilitasi in seguito alla crisi della decartellizzazione e della globalizzazione dell’industria petrolifera degli anni ’70. [15]

La linea di condotta che talvolta porta i produttori a ridurre o limitare le riserve di petrolio, nonché la politica denominata “limited flow” (flusso limitato), è progettata per innalzare l’attuale prezzo di scambio al di sopra del prezzo determinato dal mercato in modo da mantenere i produttori ad alto costo statunitensi in affari e al contempo lasciando i produttori a basso costo in Medio Oriente con un profitto sopra la media o “super”. Se per i produttori a basso costo questa politica del limited flow si fonda principalmente sull’ottenere più o meno profitti, per i produttori ad alto costo statunitensi è una questione di sopravvivenza, di essere capaci di restare in affari o venirne fuori- un fatto assai importante ma poco menzionato e poco conosciuto.

Un esempio numerico ipotetico potrebbe qui essere d’aiuto. Supponiamo che il prezzo determinato dal mercato, o a flusso libero del petrolio sia di $30 al barile. Inoltre, supponiamo che tale prezzo implichi un tasso medio di profitto del 10 percento, o di $3 al barile. La parola “medio” in questo contesto si riferisce a condizioni medie di produzione, cioè, produttori che producono in condizioni al di sotto della media di produzione in termini di produttività e in costi per la produzione. Ciò significa che i produttori che producono in condizioni migliori della media, ovvero, a basso costo, i produttori ad alta produttività, otterranno un profitto più elevato di $3 al barile mentre i produttori ad alto costo, ad efficienza ridotta finiranno per ottenere meno di $3 al barile. Questo significa anche che alcuni dei produttori ad alto costo potrebbero fallire tutti insieme. Ora, se la politica del limited flow innalza l’attuale prezzo di scambio a $35 al barile, innalzerà di conseguenza i profitti di tutti i produttori, mantenendo così in affari alcuni produttori ad alto costo che altrimenti sarebbero potuti fallire.

In aggiunta, la manipolazione delle scorte (alla ricerca della manipolazione dei prezzi) non si limita solamente all’industria petrolifera. Nell’odierno ambiente economico di corporazioni giganti e grandi imprese, molte delle più importanti industrie provano, e spesso riescono a controllare i rifornimenti in modo da poter monopolizzare i prezzi. Prendiamo, ad esempio, l’industria automobilistica. Teoricamente, i produttori di automobili potrebbero inondare il mercato con un’enorme scorta di macchine. Ma questo non costituirebbe un buon affare poiché diminuirebbe prezzi e profitti. Dunque, controllano i rifornimenti, nello stesso modo dei produttori di petrolio, in modo da manipolarne il prezzo. Nel corso dei diversi decenni passati, il costo delle automobili, in termini reali, è aumentato ogni anno, fino alla bellezza dell’inflazione. Durante questo periodo, l’industria (e l’economia in generale) ha goduto di un incremento della produttività su molti fronti. Tal aumento dovrebbe tradursi in riduzione dei costi e, di conseguenza, in prezzi più bassi. Tuttavia, tutto ciò non si è materializzato per quanto riguarda questo tipo di industria- diversamente invece è avvenuto per, ad esempio, le calcolatrici tascabili o i computer.

Un altro esempio di controllo dei prezzi per mezzo della manipolazione dei rifornimenti occorre nel caso dei produttori di grano negli Stati Uniti. La linea di condotta nota come “set aside” che paga i contadini non per coltivare parte delle proprie terre in modo da diminuire le forniture e far balzare i prezzi, non è diversa- anzi, è peggio- della politica dell’OPEC in merito ai rifornimenti e/o alla manipolazione dei prezzi.

E’ anche necessario tenere a mente che il desiderio dell’OPEC di talvolta limitare le forniture di petrolio in maniera tale da sostenere il proprio prezzo viene frenato da una numero di fattori. Da un lato, il contributo, e dunque l’influenza, dei produttori di petrolio in Medio Oriente, in quanto percentuale della produzione di petrolio mondiale, è rapidamente diminuita nel tempo, dal 40 percento quando l’OPEC fu istituito al circa 30 percento di oggi. [16] Dall’altro, i membri dell’OPEC sono consci del fatto che prezzi petroliferi eccessivamente elevati possono ledere gli interessi a lungo termine poiché questo potrebbe indurre gli importatori di petrolio ad economizzare sul consumo dello stesso e ricercare fonti energetiche alternative, pertanto limitando i mercati dei produttori esportatori.

I membri dell’OPEC sanno anche che prezzi petroliferi eccessivamente elevati potrebbero affrettare recessioni economiche nei paesi importatori di petrolio, che, ancora una volta, diminuirebbero le richieste per il loro petrolio.

In aggiunta, prezzi petroliferi elevati tendono ad innalzare il prezzo delle importazioni dei produttori di petrolio dato che gli elevati costi per l’energia sono destinati ad influenzare i costi di produzione di tali prodotti industriali.

War for Expensive Oil?

Ora prendiamo in considerazione la visione ampiamente condivisa che attribuisce l’iniziativa di guerra dell’amministrazione Bush all’influenza delle grandi compagnie petrolifere con lo scopo di ottenere maggiori prezzi per il petrolio e maggiori profitti. Com’è evidente tutto ciò è ovviamente contrario al dibattito sulla “war for cheap oil”, dato che stabilisce che il Big Oil tende ad istigare la guerra e tensioni politiche in Medio Oriente in modo da provocare un innalzamento del prezzo del petrolio e maggiori profitti. Come per la teoria della “war for cheap oil”, questa pretesa non viene supportata dai fatti. Nonostante tale pretesa possegga di primo acchito un elemento di ragionevolezza,  l’apparentemente facile credibilità appartiene più alla sfera della percezione che non a quella della realtà. Parte della percezione è causata dalla concezione esagerata secondo cui entrambi il Presidente Bush ed il Vice Presidente Cheney sono stati “uomini del petrolio” prima di giungere alla Casa Bianca. Ma la realtà è che George W. Bush non è mai stato altro se non un insignificante prospettore del petrolio senza successo e Dick Cheney ha diretto una compagnia, la famigerata Halliburton, che vendeva (e ancora vende) servizi alle compagnie petrolifere ed al Pentagono.

La parte più ampia della percezione, tuttavia, deriva dal fatto che le compagnie petrolifere effettivamente beneficiano dagli aumenti dei prezzi che risultano dalla guerra e dal disordine politico in Medio Oriente. Tali benefici sono, tuttavia, per la maggior parte accidentali. Indubbiamente, le compagnie petrolifere americane accoglierebbero i profitti della guerra (che risultano dall’aumento dei prezzi) in Iraq o in qualunque altra parte del mondo. Dall’aumento dei prezzi petroliferi ampiamente casuale che consegue alla guerra e a turbolenze politiche, alcuni osservatori concludono automaticamente che, pertanto, il Big Oil doveva per forza essere alla guida della guerra. [17] Ma non vi è alcuna prova  che, almeno nel caso dell’attuale invasione dell’Iraq, le compagnie petrolifere hanno fornito o sostenuto la guerra.

Al contrario, vi è  grande prova che, in effetti, le compagnie petrolifere non hanno dato il benvenuto alla guerra poichè hanno prediletto la stabilità e la prevedibilità a sporadici picchi del petrolio che conseguono alla guerra e a turbolenze politiche: “ Riosservando gli ultimi 20 anni, vi sono dimostrazioni a sufficienza che testimoniano la spinta industriale in favore della stabilità e della cooperazione con i paesi ed i capi mediorientali, e la spinta all’egemonia di governo degli Stati Uniti si muove contro l’industria petrolifera.”[18] Per dirla con le parole di Thierry Desmerest, Presidente e Dirigente Capo Esecutivo dell’importante compagnia petrolifera francese, TotalFinaElf, “Un paio di mesi di generazione dei contanti non è chissà che guaio. Prezzi stabili, non precari, ed il prezzo di $25 (al barile) converrebbero a tutti.”[19]

E’ vero che per molto tempo, dai primordi dello sfruttamento del petrolio in Medio Oriente e dalla scoperta nei primi anni del ventesimo secolo fino alla metà degli anni ’70, le potenze coloniali e/o imperiali controllavano il petrolio direttamente o attraverso il controllo di paesi, a quel tempo, produttori di petrolio, anche a livello militare. Ma quel modello di sfruttamento coloniale o imperialista dei mercati globali e delle risorse è ora mutato. La maggior parte delle teorie attuali sull’imperialismo e sull’egemonia che continuano ad invocare l’antico modello dell’atteggiamento del Big Oil tendono a soffrire per una prospettiva a-storica. Oggi, come precedentemente trattato, anche occupando fisicamente o controllando i territori petroliferi di un altro paese non risulta sempre necessariamente esservi un beneficio per gli interessi petroliferi. Non solo le vicende militari porrebbero le operazioni per gli attuali progetti energetici a rischio, ma renderebbero anche i piani futuri precari ed imprevedibili. Ovviamente le autorità del Big Oil sanno questo; ed ecco perchè non hanno appoggiato la guerra in Iraq: “Le grandi compagnie petrolifere non erano entusiaste della guerra in Iraq,” dice Fareed Mohamedi della PFC Energy, un’azienda energetica esperta con sede a Washington D.C. che consulta aziende petrolifere. “Corporazioni come la Exxon-Mobil e la Chevron-Texaco richiedono la stabilità, è questo non è ciò che Bush sta fornendo all’ Iraq o alla zona del Golfo,” aggiunge Mohamedi. [20]

Le autorità del Big Oil sanno che non solo la guerra non costituisce più la via d’accesso al petrolio, anzi è da ostacolo al raggiungimento di questo. L’esclusione delle compagnie petrolifere statunitensi da vaste fonti di petrolio in paesi come la Russia, l’Iran, il Venezuela, e svariati paesi asiatici, a causa della politica estera militaristica degli Stati Uniti, è un chiaro segnale di questo fatto. Molti di questi paesi (compreso, certamente, anche l’Iran) sarebbero entusiasti che le più importanti compagnie petrolifere statunitensi investano, esaminino ed estraggano petrolio dalle loro ricche riserve. Non è necessario dire che alle compagnie petrolifere statunitensi sarebbe cosa molto gradita poter accedere a tali risorse di petrolio. Ma i campioni della guerra ed i militaristi americani hanno accantonato con successo tali opportunità per mezzo delle loro guerre di aggressione unilaterali e la loro propensione all’instaurazione di un’atmosfera internazionale di tipo Guerra- Fredda.

Quando Vladimir Putin inizialmente divenne Presidente della Russia era intenzionato a consentire alle compagnie energetiche americane di proseguire con i contratti unilaterali che avevano steso durante la presidenza di Boris Yeltsin. Putin instaurò un rapporto di apparente fiducia con George Bush, il quale guardò nell’anima di Putin e gli piacque ciò che vide. I due leader si avvicinarono ancora di più in seguito alle conseguenze degli attacchi del 9/11 al World Trade Centre e al Pentagono- quando la Russia offrì “aiuto per l’invasione americana all’Afghanistan.” Tuttavia, ben presto, in seguito a questa generosa cooperazione, “Bush ripudiò il trattato contro i missili balistici nella convinzione di poter sviluppare una tecnologia capace di far vincere la guerra nucleare. Questo costituì un’enorme minaccia strategica per la Russia.” [21]

Descrivendo la politica statunitense nei confronti della Russia come, dalla mano pesante e imperialistica, Stephen F. Cohen scrive: “La vera politica statunitense è stata spietata verso l’altro e di tipo -il vincitore si accaparra lo sfruttamento di tutta la Russia dopo la debolezza del 1991. Accompagnata da spezzate promesse americane, accondiscendenti conferenze e richieste per concessioni unilaterali, è stata ancor più aggressiva ed intransigente dell’approccio di Washington alla Russia Sovietica Comunista.” [22]

Il ritiro di Bush dal trattato ABM non solo costituì una minaccia esistenziale per la Russia ma addirittura quasi un tradimento della fiducia che Putin riponeva in lui. Questo portò alla disillusione di Puntin per l’America. “Di conseguenza sembra aver deciso che ogniqualvolta l’America avrebbe agito contro gli interessi russi egli avrebbe ripagato con la stessa moneta impedendo ad un’altra compagnia americana di sfruttare le risorse russe.” [23]

Nel corso degli ultimi decenni, le compagnie petrolifere più importanti hanno fortemente ostacolato le linee di condotta statunitensi e le minacce militari contro paesi come l’Iran, l’Iraq e la Libia. Senza dubbio, hanno tempo e nuovamente, hanno influenzato i fautori della politica estera statunitense per instaurazione di rapporti pacifici e riavvicinamenti diplomatici con questi paesi. L’Iran-Libya Sanction Act del 1996 (ILSA) è un’importante testimonianza del fatto che le compagnie petrolifere oggigiorno vedono le guerre, le sanzioni economiche e le tensioni politiche internazionali come nocive per i loro interessi d’affari a lungo termine e, di conseguenza, si battono per la pace, non per la guerra, nei rapporti internazionali.

Il 15 marzo, 1995 il Presidente Clinton indette l’Ordine Esecutivo 12957, il quale vietò tutti i contributi volti allo sviluppo delle risorse petrolifere dell’Iran, un colpo schiacciante per l’industria petrolifera, specialmente per la compagnia petrolifera Conoco, la quale aveva appena firmato un contratto da $1 miliardo per lo sviluppo dei territori in Iran. L’accordo segnò un forte indice che l’Iran era volenteroso di migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti, solo per vedere il Presidente Clinton annullare tutto completamente. Due mesi dopo, in vista di “una straordinaria trattativa sulla sicurezza nazionale, sulla politica estera e sull’economia statunitense,” il Presidente Clinton stabilì un altro ordine, 1259, che estese le sanzioni a divenire un commercio totale e un divieto di investimento contro l’Iran. L’anno dopo con l’ILSA furono estese anche alla Libia le sanzioni imposte all’Iran.

Non è un segreto che la forza maggiore sita dietro all’ ILSA era il America Israel Public Affaire Committee (AIPAC), principale gruppo di pressione sionistica a Washington. Il successo dell’AIPAC nell’approvare l’ILSA sia in Congresso che alla Casa Bianca al di là degli ostacoli posti dalle più importanti compagnie petrolifere statunitensi, testimonia il fatto che, nel contesto della politica statunitense in Medio Oriente, anche l’influenza dell’industria petrolifera incontra faccia a faccia l’influenza del gruppo di pressione sionistica. [24]

In origine, l’ILSA doveva essere imposto alle compagnie statunitensi e a quelle estere. Tuttavia, alla fine furono le compagnie statunitensi a soffrire maggiormente a causa di atti di rinuncia deliberati dalle compagnie europee in seguito alle pressioni fatte dall’Unione Europea. Nel 1996 l’Unione Europea dimostrò il proprio disgusto per l’ILSA presentando reclami con la World Trade Organization (WTO) contro gli Stati Uniti e adottando una “blocking legislation” che potesse impedire alle compagnie europee di accomodare con l’ILSA. Nel frattempo, il contratto che l’Iran aveva originariamente firmato con la Conoco fu concesso alla TotalFinElf francese per $760 milioni; tale accordo aprì anche la strada alla Total perché firmi un contratto supplementare con l’Iran per $2 miliardi nel 1997 con i partner Gazprom e Petronas.

Nel maggio del 1997 le più importanti compagnie petrolifere come Conoco, Exxon, Atlantic Richfield e Occidental Petoleum si unirono ad altre compagnie statunitensi (non militari) per costituire una coalizione anti-sanzione. Molto prima nello stesso anno Archie Dunham, Presidente Esecutivo della Conoco, prese pubblicamente posizione contro le sanzioni statunitensi unilaterali affermando che “le compagnie statunitensi, sistemi non pericolosi, sono quelle che soffrono quando gli Stati Uniti impongono le sanzioni economiche.” Gli ufficiali della Texano hanno anche discusso sul fatto che gli Stati Uniti potrebbero essere più efficaci nel apportare cambiamenti in altri paesi se permettessero alle compagnie statunitensi di fare affari con quei paesi anziché imponendo sanzioni economiche che tendono ad essere contro-produttive.

Ahimè, la linea di condotta perversa, fuorviata ed inefficacie delle sanzioni economiche per scopi politici di Washington- spesso in conformità ai desideri di alcuni potenti interessi speciali- prosegue immutata. “Anche con l’aumento prolungato degli sforzi da parte di gruppi di pressione delle industrie petrolifere e gruppi come il USAEngage, i cui membri variano dallo stato di contadini e piccoli proprietari di aziende a quello di dirigenti di Wall Street e uomini del petrolio, la mancanza di supporto da parte di Washington e dall’amministrazione Bush non ha potuto consentir loro [alle maggiori compagnie petrolifere e ad altre compagnie non militari supernazionali] di surclassare o reagire al già decadente momento di influenza dell’AIPAC sulla politica in Medio Oriente o di rinascita dell’ISLA.” [25]

Ciononostante oggigiorno le compagnie petrolifere reputano la guerra e le turbolenze politiche in Medio Oriente come dannose per i loro interessi a lungo termine e, pertanto, non appoggiano linee di condotta che protendono alla guerra e al militarismo, e nonostante la guerra non sia più considerato un mezzo attraverso cui è possibile aver accesso al petrolio, la diffusa concezione che ogni impegno militare statunitense della zona, compresa l’attuale invasione dell’Iraq, scaturisca da considerazioni petrolifere continua. La domanda è perché?

Behind the Myth of War for Oil

L’ampiamente condivisa ma erronea visione secondo cui le recenti guerre per scelta statunitensi siano scaturite da presupposti petroliferi è parzialmente originata dai suoi precedenti: il fatto che per lungo tempo la forza militare era la chiave per aver accesso al controllo coloniale o imperialista e allo sfruttamento di mercati esteri e  delle risorse, incluso il petrolio. E’ anche parzialmente dalla percezione: la concezione esagerata secondo cui entrambi il Presidente Bush ed il Vice Presidente Cheney siano stati “uomini del petrolio” prima di giungere alla Casa Bianca. Ma, come considerato precedentemente, George W. Bush non è mai stato altro che un inefficace irrilevante prospettore del petrolio e Dick Chevey non è mai stato realmente un uomo del petrolio; guidò la famigerata compagnia Halliburton che vendeva (e tutt’ora vende) servizi alle compagnie petrolifere e al Pentagono.

­­Ma la ragione principale per cui questo mito persiste in modo così esteso sembra derivare da alcuni sforzi intenzionali che sono destinati a perpetuare la leggenda in modo da mascherare alcuni speciali interessi reali economici e geopolitici che danno luogo alle vicende militari statunitensi in medio Oriente. Vi è la prova che entrambi il complesso militar-industriale ed i sostenitori della linea di condotta severa sionista del “grande Israele” falsamente usano il petrolio (come questione di interesse nazionale) in modo da mascherare i propri speciali interessi e obiettivi nefandi: giustificazione alla costante crescita delle spese militari, estensione dei mercati di vendita per armamenti militari, e ricomposizione della mappa geopolitica del Medio Oriente in favore di Israele.

Sarebbe utile se i petrolieri cattivi cominciassero a far volare un po’ di gente dalle rispettive finestre: sai che risate? Sarebbe utile e senz’altro più economico. Un bel golpe dei petrolieri contro la lobby, così almeno piangono per un motivo concreto, tanto per cambiare.

Vi sono anche delle prove secondo cui a ciascun dollaro equivalente in petrolio importato dalla zona del Golfo persiano il Pentagono trarrebbe cinque dollari dal budget federale per poter “assicurare” la circolazione di tele petrolio! Questo è un chiaro segnale per cui affermare che la presenza militare statunitense in Medio Oriente sia dovuta a questioni di petrolio è una frode. [26]

Anziché aneddotico, un esempio di come i sostenitori della guerra e del militarismo utilizzano il petrolio come un pretesto per mascherare le reali intenzioni celate con la guerra ed il militarismo, potrebbe essere istruttivo. Nelle prime fasi dell’invasione all’Iraq, quando la resistenza anti-occupazionale in Iraq non aveva ancora preso forma e l’invasione sembrava procedere in modo scorrevolmente, due campioni alla guida dell’invasione, il Segretario della Difesa Rumsfeld ed il suo vice Paul Wolfowitz, (il coglione con i calzini bucati, ricordiamolo) spesso vantandosi per un apparente o prematuro successo dell’invasione in quelle fasi primordiali, tenne spesso conferenze e comunicati stampa. Durante uno di quei comunicati stampa (al termine di un discorso ai delegati presso una conferenza asiatica sulla sicurezza a Singapore nelle prime settimane di giugno del 2003), a Wolfowitz fu chiesto perché la Corea del Nord venisse trattata differentemente dall’Iraq, dove assai difficilmente si reperivano armi per la distruzione di massa. La risposta di Wolfowitz fu: “Detto in modo molto semplice. La differenza più importante che sussiste tra la Corea del Nord e l’Iraq è che economicamente, non avevamo altra scelta in Iraq. Il paese nuota letteralmente in un mare di petrolio.” [27]

“Zi! Io messo in tuo kulo altra folta! Kolpa di petroliere… mòndo òdia… non zo perché…”

Molti che erano contrari alla guerra sobbalzarono a tale affermazione, così per dire, come corroborazione a ciò che avevano per lungo tempo tutti detto o sospettato: che la guerra all’Iraq ruotava intorno ad interessi petroliferi. Tuttavia, vi sono importanti prove- alcune già presentate nelle pagine precedenti- secondo cui negli ultimi decenni gli interessi petroliferi non hanno appoggiato la guerra e le turbolenze in Medio Oriente, compresa l’attuale guerra in Iraq. Tanto meno la guerra rappresenta più una via d’accesso al petrolio. Le più importanti compagnie petrolifere, assieme a molte altre corporazioni supernazionali non-militari, hanno esercitato pressioni sui entrambe le amministrazioni Clinton e Bush in favore del mutamento delle linee di condotta aggressive e militaristiche degli Stati Uniti verso paesi come l’Iran, l’Iraq e la Libia in favore dell’instaurazione di relazioni normali, a scambi non- paragonabili e diplomatiche. Tali sforzi di normalizzazione degli scambi delle relazioni diplomatiche, tuttavia, hanno fallito nel tempo e di nuovo, in particolar modo, a causa di Wolfowitz ed i suoi seguaci, che lavorando attraverso l’AIPAC e altri think tanks a commercio di guerra come l’American Enterprise Institute (AEI), il Project for the New American Century (PNAC), ed il Jewish Institute for National Security Affaire (JINSA) che li contrastano.

“Pechèèè tùto mòndo òdia? Non zo perchèèè…”

Questi think tanks, in collaborazione con un’intera schiera di simili entità militaristiche manipolatrici come il Center for Security Affairs (CSA) ed il National Institute for Pubblic Policy (NIPP), che lavorano ampiamente in qualità di facciate istituzionali per servire l’alleaza de facto del complesso militar-industriale e del gruppo di pressione pro- Israele, hanno ripetutamente contrastato i tentativi di pace e riconciliazione in Medio Oriente- spesso al di là delle obiezioni e delle frustrazioni delle più importanti compagnie petrolifere statunitensi. E’ un fatto ben radicato che Wolfowitz sia stato un devoto campione di questi think tanks scivonisti e delle loro linee di condotta aggressive e unilaterali in Medio Oriente. In luce al suo primato professionale e alle sue lealtà politiche, la sua convinzione secondo cui avrebbe vinto la guerra in Iraq grazie a considerazioni sul petrolio può essere considerata solo come demagogica: contraddice il suo primato politico e profana le linee di condotta da lui sostenute negli ultimi decenni; ciò è stato costituito per poter sviare l’attenzione dalle principali cause della guerra, dalla pressione politica degli armamenti e da quella della pro- Israel.

Questi interessi influenti fanno il possibile per non distogliere l’attenzione dal fatto che sono i principali istigatori di guerra e militarismo in Medio Oriente. Pertanto, tendono deliberatamente a perpetuare la percezione popolare secondo cui il petrolio sia la forza scatenante dietro la guerra in quella zona. A loro non dispiace neanche che le loro politiche estere aggressive vengano classificate come imperialistiche a patto che l’imperialismo comporti alcune connotazioni vaghe o generali di egemonia e dominazione, ovvero, a patto che mascheri gli interessi reali e speciali nascosti dietro alla guerra e ai disordini politici in Medio Oriente.

Il petrolio e l’avversione alla guerra e alle traversie militari in Medio Oriente da parte di altre corporation non- militari supernazionali, di certo, deriva da un comportamento logico del capitale globale o supernazionale nell’era dei mercati mondiali integrati, che tende ad essere restio alla guerra e alle agitazioni politiche internazionali. Considerando il fatto che entrambi gli importatori che gli esportatori di petrolio prediligono la pace e la stabilità alla guerra e al militarismo, perché dunque, il flusso del petrolio sarebbe a rischio se i potenti beneficiari della guerra e delle tensioni politiche in Medio Oriente ponessero un freno alle loro politiche aggressive in quella zona?

I sostenitori della guerra in Medio Oriente tendono a prolungare le operazioni militari statunitensi in quella zona come reazione al terrorismo e ai disordini politici in modo da “salvaguardare gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati.” Tuttavia, un esame accurato del rapporto azione-reazione o causa-effetto tra le avventure militari statunitensi ed i disordini socio-politici in quella zona rivelano che probabilmente la casualità avviene in senso contrario. Ovvero, i sollevatori sociali e le agitazioni politiche in Medio Oriente sono perlopiù il risultato, e non la causa, della politica estera statunitense in quella zona, specialmente della propria politica Israeli- Palestinese unilaterale pregiudizievole. La politica di guerra e militarismo statunitense in quella zona sembra somigliare al comportamento di un piedipiatti corrotto, o di un padrino della mafia, il quale investigherebbe sulle liti e le controversie nel vicinato o nella comunità in modo da, poi, rappresentare il proprio ruolo da parassita come necessario per la salvezza e la sicurezza della comunità e nel procedimento, riempire le proprie profonde tasche.

Non importa quanto importante il petrolio sia al mondo economico, rimane il fatto che è un prodotto. In quanto tale, lo scambio internazionale in petrolio è tanto importante ai suoi importatori quanto lo è ai suoi esportatori. Non vi è assolutamente alcuna ragione per cui, in un mondo libero dall’influenza dei beneficiari della guerra e del militarismo e le loro pesanti pressioni (gli armamenti e le pressioni pro-Israele), il flusso di petrolio potrebbe non essere garantito dalle convenzioni internazionali di scambio e dagli accordi commerciali.

Ismael Hossein-zadeh, autore del recentemente pubblicato The Political Economy of U.S. Militarism (Palgrave-Macmillan 2007), docente di Economia presso l’Università Drake, Des Moines, Iowa.