By Stanley Kurtz, 3/10/2004

Nel Massachusetts Supreme Judicial Court si duella sulle opinioni del matrimonio dello stesso sesso, i due lati piazzano la responsabilità delle prove su l’altro. La maggioranza della Goodridge decisione insiste che non c’è “nessuna ragione ragionevole” per definire il matrimonio come l’unione di un uomo e una donna. La minoranza rimprovera la maggioranza per la sua “fede cieca” che non ci sono pericoli potenziali ad un così radicale cambiamento. A tutte e due le parti manca l’evidenza di quali saranno gli effetti del matrimonio dello stesso sesso nel mondo reale. Eppure l’evidenza c’è. Il matrimonio in Scandinavia sta morendo, e hanno già da dieci anni la registrazione di matrimonio stesso-sesso. Dati dagli uffici demografici e statistici Europei dimostrano che la maggioranza dei figli in Svezia e Norvegia nascono fuori dal matrimonio, come sono il 60 % di primi figli nati in Danimarca. Nei socialmente liberati distretti della Norvegia, dove l’idea della nozione di registrazione di unione stesso-sesso è largamente accettata, il matrimonio stesso è quasi sparito. Certamente il sistema scandinavo di associazione registrata non è l’unica causa del declino matrimoniale. Fattori come contraccezione, aborto, donne nella forza lavorativa, individualismo, secolarismo e lo stato sociale sono anche al lavoro. Questi fattori indeboliscono il matrimonio attraverso tutto l’Occidente. Eppure gli scolari notano che i tanti cambiamenti nella famiglia che spazzano l’Occidente appaiono prima in Scandinavia, probabilmente dovuto all’eccezionalmente grande stato sociale della Scandinavia e al suo notabile secolarismo. I matrimoni registrati dello stesso sesso sono l’ultimo contributo della Scandinavia ai cambiamenti nella famiglia Occidentale – una brusca separazione culturale all’idea di matrimonio e paternità. Ancora prima di stabilire le unioni registrate, tanti Scandinavi cominciavano già ad avere primi figli al di fuori del matrimonio. Sebbene la relazione di coppia era ancora considerata sperimentale fino alla nascita del primo figlio, la maggioranza dei genitori si sposava prima della nascita del secondo figlio. Il problema con questo sistema è che i genitori non sposati si dividono da due alle tre volte la rata dei genitori sposati. Cosicché come gli scandinavi separarono l’idea del matrimoni dalla paternità, la dissoluzione della famiglia aumentò – mettendo i figli primi nati particolarmente a rischio.

Sorge un sospetto, ma questi studiosi che stanno denunciando gli effetti di queste mosse d’ingegneria sociale, per quale motivo non sono presi in considerazione?

(…orrendo sospetto…)

La crescita della separazione Scandinava fra matrimonio e paternità rese difficile negare il matrimonio alle coppie di stesso-sesso. Però la creazione di unioni registrate ha in effetti rafforzato la separazione dell’idea di matrimonio e paternità, accelerando così il declino matrimoniale. Le registrazioni di unione di stesso-sesso hanno contribuito al declino matrimoniale scandinavo in diversi modi. La controversia sopra le unioni registrate crearono un divisorio nella Chiesa Luterana Norvegese. L’esempio più sorprendente si trova nella più socialmente liberale regione della Norvegia, Nordland Country, dove le chiese sventolano la bandiera dell’arcobaleno. Queste bandiere segnalano che le unioni registrate di stesso-sesso sono benvenute e che il clero che predicherebbe contro il comportamento omosessuale sono al bando. Eppure, solo questo clero conservativo predica contro la paternità non sposata. Così l’effettiva purga dei conservatori dal clero della Nordland country (dove il matrimonio è raro) ha rimosso una vitale barriera culturale contro la pratica di coabitazione e paternità. Anche per gli Scandinavi secolari, i matrimoni dello stesso-sesso hanno rinforzato l’idea che lo stesso non ha legami con la paternità. Quando la Svezia diede alla coppia registrata i diritti di adozione nel 2003, i sostenitori del cambiamento identificarono il consenso alle adozione gay con il consenso alla paternità dei singoli. Distretti socialmente conservatori in Norvagia avevano relativamente bassi nascite fuori dal matrimonio nei primi anni 90, quando le registrate unioni furono stabilite. Da allora, i distretti conservatori hanno visto una sostanziale crescita nelle nascite fuori matrimonio, sia per la prima nascita e figli successivi. Anche prima delle unioni registrate, la maggior parte dei genitori nei distretti liberali, come il Nordland Country, avevano il primo figlio fuori dal matrimonio. Oggi, non solo 80% dei primi nati in Nordland ma quasi 60% dei figli successivi nascono fuori dal matrimonio. Chiaramente, nei posti dove i de facto matrimoni gay hanno ottenuto quasi il completo consenso, il matrimonio stesso è quasi completamente sparito. Con l’aumento nella rata di coabitazione fra genitori di classe media, gli Americani hanno già visto segni a casa loro di quello che sta succedendo nella famiglia Scandinava. Nel suo rapporto “Principles of the Law of Family Dissolution,” l’influenzale American Law Institute ha proposto riforme legali che eguaglierebbero il matrimonio alla coabitazione, allo stile Scandinavo. Nell’abituare gli Americani alla forte separazione fra matrimonio e paternità, i matrimoni gay si aggancerebbero a questa tendenza e si metteranno fermamente sulla traiettoria del sistema Scandinavo. Ma a differenza della Scandinavia, l’America ha una sotto classe nella quale le famiglie soffrirebbero grandemente da una ulteriore separazione fra matrimonio e paternità. Il nocciolo della questione davanti alla convenzione costituzionale è il destino dell’istituzione del matrimonio. Pochi di noi vogliono ritornare ai 1950 sulla faccenda dell’omosessualità. Benché tanti di noi sono anche preoccupati dagli effetti che un cambio così profondo possa avere sull’istituzione del matrimonio. L’esempio Scandinavo dimostra che ci sono validi – e secolari – ragioni di credere che i matrimoni di stesso-sesso destabilizzeranno severamente il matrimonio tradizionale. Come la minorità nel caso Goodridge ha ammonito, la Supreme Judicial Court ha agito senza considerare l’evidenza. benché non è ancora troppo tardi per la gente di rettificare gli errori della corte. Stanley Kurtz è professore di ricerca al Hoover Institution.

Allora se lo stato sta mettendo mano ai Dico e ai Pacs forse non sono in prima battuta i diritti dei gay, ma bensì qualche altro giochetto…

Il matrimonio omosessuale vacilla

AMSTERDAM, sabato, 1° luglio 2006 (ZENIT.org) – Dopo il clamore iniziale relativo alla legalizzazione del matrimonio omosessuale, risulta che non sono molti gli omosessuali realmente interessati alla questione. In seguito ad un’aspra battaglia, lo scorso anno il Governo spagnolo ha concesso agli omosessuali il diritto di sposarsi. Dal giorno in cui la legge è entrata in vigore, il 3 luglio 2005, fino al 31 maggio scorso, sono stati contratti solo 1.275 matrimoni omosessuali, secondo il quotidiano di Madrid ABC del 17 giugno. Si tratta, quindi, di un mero 0,6% su un totale di 209.125 matrimoni celebrati in Spagna nel 2005. Di questi matrimoni omosessuali, 923 sono avvenuti tra uomini e 352 tra donne. Uno studio realizzato recentemente dall’Institute for Marriage and Public Policy dello Stato della Virginia ricapitola le tendenze sul matrimonio omosessuale. Il lavoro, dal titolo “ Demand for Same-Sex Marriage: Evidence from the United States, Canada and Europe ”, è stato pubblicato il 26 aprile. Attualmente la maggiore concentrazione di omosessuali che si sono avvalsi della nuova normativa per sposarsi si trova nello Stato americano del Massachusetts, con una percentuale del 16,7%. Ma questa sembra essere un’eccezione. Nei Paesi Bassi, dove il matrimonio omosessuale esiste da più tempo, la percentuale è assai minore. Gli autori dello studio, Maggie Gallagher e Joshua Baker, avvertono che spesso è difficile ottenere dati precisi, sia sul numero dei matrimoni omosessuali, sia sul numero degli omosessuali residenti in una determinata zona. L’esperienza olandese Nell’aprile 2001, i Paesi Bassi sono stati i primi ad aver dato riconoscimento giuridico al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Da questa data fino alla fine dello scorso anno, sono 8.127 le coppie omosessuali che si sono sposate nei Paesi Bassi. Dai sondaggi olandesi risulta che il 2,8% degli uomini e l’1,4% delle donne sarebbero omosessuali. Assumendo che tutti i partner omosessuali che si sono sposati in Olanda siano anche residenti, risulterebbe solo circa il 6,3% degli omosessuali, fino alla fine del 2005. La percentuale, sia in questo caso che in quelli che seguono, corrisponde ai matrimoni omosessuali che sono stati celebrati e non necessariamente al numero dei matrimoni attualmente esistenti. Il Belgio ha seguito l’esempio dei Paesi Bassi nel giugno 2003. Da questa data fino alla fine dell’anno, in Belgio si sono sposate 1.708 coppie omosessuali. Per la fine del 2004, il dato è aumentato a 2.204 coppie. Gli autori non hanno potuto trovare stime ufficiali sul numero degli omosessuali residenti in Belgio. Se si assumessero le stesse percentuali dell’Olanda, circa il 4,7% degli omosessuali belgi si sarebbe sposato per la fine del 2004. In Canada, la Corte d’appello dell’Ontario ha spianato la strada ai matrimoni omosessuali nel giugno del 2003. Successivamente, i tribunali di diverse altre province hanno seguito l’esempio e il matrimonio omosessuale è stato poi legalizzato a livello nazionale la scorsa estate. La legge consente alle coppie di sposarsi pur senza essere residenti in Canada. Dopo una ricerca sui quotidiani e presso gli enti statistici, Gallagher e Baker hanno confermato che molti matrimoni omosessuali riguardano coppie non canadesi, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti. Gallagher e Baker sono stati in grado di ottenere dati sui matrimoni omosessuali da nove delle 13 province canadesi. Nella British Columbia sono stati contratti 2.531 matrimoni omosessuali dal luglio 2003 alla fine del 2005. Nel Qu?bec, gli omosessuali potevano sposarsi già dal marzo del 2004, e da quella data al settembre 2005 574 coppie omosessuali hanno contratto matrimonio. Il Canadian Community Health Survey curato da Statistics Canada ha iniziato a dare informazioni sull’orientamento sessuale sin dal 2003. Dai dati raccolti risulta che l’1,3% degli uomini e lo 0,7% delle donne tra i 18 e i 59 anni di età si identifica come omosessuale. Nelle sette province che riconoscono il matrimonio omosessuale da almeno un anno, gli omosessuali che si sono sposati variano dallo 0,15% al 14%. Oltre il confine meridionale, nel Massachusetts, il matrimonio omosessuale è stato introdotto il 17 maggio 2004. In quell’anno si sono sposate 5.994 coppie dello stesso sesso. Dai dati ufficiali più recenti risulta che lo scorso anno, nel Massachusetts, 1.347 coppie omosessuali hanno contratto matrimonio, per un totale di 7.341 matrimoni tra il maggio 2004 e il dicembre 2005. Secondo lo studio, non vi sono stime affidabili sulla popolazione omosessuale del Massachusetts. Assumendo per ipotesi che la percentuale rispecchi quella nazionale (2,3% per gli uomini e 1,3% per le donne), e assumendo che tutti i matrimoni riguardino persone residenti, risulterebbe che il 16,7% di tutti gli omosessuali si sarebbe sposato. Le prospettive future Dalle informazioni pubblicate sui giornali e dai dati raccolti da Gallagher e Baker, sembra che il numero dei matrimoni omosessuali, dopo un’iniziale impennata, stia diminuendo anno dopo anno. Questa tendenza risulta più evidente nei Paesi Passi. Da aprile a dicembre del 2001, hanno contratto matrimonio 2.414 coppie omosessuali. Nel 2002 il numero è calato a 1.838. Nel 2003 è diminuito ancora a 1.499. E nel 2004 vi è stato un ulteriore calo a 1.210. Recentemente le statistiche indicano, per il 2005, 1.166 matrimoni omosessuali. I dati contenuti nello studio di Gallagher e Baker sono stati confermati da Stanley Kurtz, “fellow” dell’Hudson Institute. Scrivendo il 5 giugno sul National Review Online, Kurtz afferma che le statistiche relative all’Europa del Nord confermano la tendenza ad una diminuzione dei numeri relativi alle unioni omosessuali. Kurtz trae le sue conclusioni da uno studio svolto dai demografi scandinavi Gunnar Andersson e Turid Noack dal titolo “ The Demographics of Same-Sex Marriages in Norway and Sweden ”. I Paesi scandinavi, ormai da molti anni, hanno legalizzato l’unione tra persone dello stesso sesso, unioni che a tutti gli effetti si distinguono poco dal matrimonio. In Norvegia, dal 1993 a tutto il 2001, sono state registrate solo 1.293 nuove unioni omosessuali, rispetto ai 196.000 matrimoni eterosessuali. In Svezia, ne sono state registrate 1.526 tra il 1995 e il 2002, rispetto ai 280.000 matrimoni eterosessuali.

Quindi, visti i numeri, forse non è una necessità impellente dare ai gay questi fantomatici diritti. Allora perchè lo stato si sta facendo in quattro per risolvere questi problemi?

Non sarà che assieme al pacco “diritti per i gay” ci arriveranno altre simpatiche limitazioni delle libertà individuali?

Il welfare scandinavo è morto, la leggenda metropolitana no

di Stefano Magni

Una leggenda si aggira per l’Europa: il successo del welfare state scandinavo. Tutti (o quasi) credono che lo Stato sociale sia fallimentare un po’ ovunque, ma in Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda e Danimarca, per qualche strano motivo, funziona ancora. Funziona nel senso che, pur costando tanto ai cittadini (sottoposti alla tassazione più alta d’Europa), fornisce a tutti servizi efficientissimi. Solo pochi cercano di scalfire questa “certezza”. Fra questi pochi, in Italia, si sono schierati i liberali dell’Istituto Bruno Leoni, con una vera e propria campagna di informazione, incominciata a Milano con la relazione dell’economista svedese Johnny Munkhammar il 28 aprile e concretizzatasi con la pubblicazione di ben tre paper sulla realtà economica della Scandinavia, redatti da Vito Tanzi, Ludger Schuknecht, Tito Tettamanti e Mario Seminerio. La conclusione è una e inequivocabile: lo stato assistenziale è già fallito, anche in Scandinavia. Come è stato possibile che si creasse una leggenda così diffusa e soprattutto così dura a morire? Per la Scandinavia, così come per tutti gli altri paesi dell’Europa continentale che hanno adottato il modello statalista, si tende erroneamente ad attribuire la crescita economica allo Stato sociale. Mentre la crescita economica si è registrata prima dell’introduzione delle riforme del welfare, ed è ripresa alla grande solo dopo che sono incominciate riforme di liberalizzazione. Insomma, tutta quell’efficienza e quella ricchezza che caratterizzano i paesi scandinavi sono un prodotto del liberismo e non dello Stato sociale, che, al contrario, ha sempre e solo causato recessione, disoccupazione e bassi tassi di crescita. “Bisogna capire che lo stato sociale è il problema e non la soluzione” – ci spiega Munkhammar. Il quale ricorda che, storicamente, lo Stato sociale fu introdotto in tutti i paesi scandinavi alla fine degli anni ’50, non per motivi economici, ma ideologici: le socialdemocrazie del Nord ammiravano il modello economico sovietico. Pur condannando moralmente la dittatura e la repressione di Chrushev, i leader della sinistra scandinava erano convinti che l’economia pianificata sovietica fosse in grado di superare il modello di libero mercato occidentale, in fatto di benessere e progresso tecnologico. Si era ai tempi del lancio dello Sputnik, in un periodo in cui dall’Unione Sovietica arrivavano solo buone notizie sulla ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale e l’assistenza gratuita in tutti i campi fornita ai cittadini. La realtà sovietica era ben lontana da queste immagini idilliache, ma non si sapeva ancora. La Svezia è il modello scandinavo per eccellenza, l’esempio per tutta l’Europa. E il suo caso è emblematico: registrò uno dei più alti tassi di crescita nel mondo dal 1890 al 1950, quando lo Stato non interveniva nell’economia e le tasse erano limitate fra il 10 e il 20%.

Ma in quel periodo successe anche ben altro…e lo scopriremo nelle prossime allegre puntate ;-)

È nella prima metà del secolo che la Svezia ha accumulato la ricchezza che tuttora la caratterizza. L’introduzione del modello sociale, all’inizio degli anni ’60, ha portato ad un lento, ma inesorabile declino: il Pil pro-capite, che era il quarto nel mondo fino al 1970, adesso è il tredicesimo; nei primi anni ’90, la disoccupazione era arrivata al 20%, agli ultimi posti in Europa; nel periodo che va dal 1980 (anno di massima espansione del welfare state scandinavo) al 1994, la crescita del Pil pro capite era, in media, dello 0,8% all’anno. Il mercato svedese è risorto solo dopo le riforme liberali della seconda metà degli anni ’90: liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni, riforma delle pensioni (che ora sono individuali), liberalizzazione della sanità, taglio delle tasse. La Danimarca è un caso meno estremo: è sempre rimasto uno dei paesi più prosperi del mondo. Tuttavia anche in questo caso, il welfare state ha ridotto il benessere e aumentato la disoccupazione. Fu il primo dei paesi scandinavi ad entrare in crisi (nel 1979, il ministro delle Finanze la definì “sull’orlo del baratro”) e ad accettare drastiche riforme del suo sistema economico. Solo le recenti riforme sulla flessibilità del lavoro, hanno permesso di ridurre la disoccupazione a livelli naturali. La Finlandia, che fino alla fine degli anni ’80, era rimasta il cortile di casa dell’Unione Sovietica, nei primi anni ’90 incominciò a privatizzare le aziende statali che erano alla bancarotta. Analogamente a tutti i paesi dell’ex blocco orientale, la Finlandia attraversò un periodo di crisi e alta disoccupazione, ma nel corso degli anni ’90 l’economia incominciò a crescere in tutti i campi. Attualmente il Paese del nord-est è uno dei più benestanti e competitivi del mondo. La Norvegia è un caso anomalo, perché le sue risorse di gas e petrolio la rendono una sorta di Arabia Saudita europea: in grado di mantenere uno stato pesante con la sola vendita delle risorse naturali. Ma anche il grande e spopolato Paese dell’estremo Nord europeo deve la sua crescita e la sua ricchezza alle riforme avviate dall’inizio degli anni ’80: liberalizzazione dei mercati finanziari, fine del monopolio statale dei media, privatizzazione parziale della sanità. Negli anni ’90, le privatizzazioni sono andate oltre, con la liberalizzazione dell’istruzione pubblica. In Islanda, che fino agli anni ’80 era caratterizzata da un’economia da socialismo reale, il governo conservatore ha privatizzato la maggior parte delle industrie statali e ha tagliato drasticamente le tasse. Il risultato è una crescita media del 4,3% annuo dal 1995 ad oggi. Vi è poi il mito persistente della “efficienza” dei servizi sociali scandinavi, specialmente di quelli svedesi. L’imprenditore svizzero Tito Tettamanti, contribuisce a smontare questa leggenda pezzo per pezzo, nel suo paper: “La verità è che tutto il mondo è paese. Le grandi multinazionali ottengono condizioni particolari per continuare a dare lavoro nel paese, i professionisti si difendono lavorando a tempo parziale, si diffonde il lavoro in nero e, per finire, chi ha l’onere maggiore è la classe media, dato che le piccole e medie attività sono tassate per sé e per gli altri. Per ciò che riguarda il welfare e più specificamente la sanità, il sistema è ormai caratterizzato da code negli ospedali, lunghe liste d’attesa per interventi chirurgici, costante riduzione del numero di pazienti visitati in un giorno dai dottori (da 9 nel 1975 a 4 nel 2001), assorbiti da noie burocratiche e privi di incentivi”. Uno studio condotto da Eurostat, ha confinato la Svezia al 23° posto in Europa per la qualità del servizio pubblico. Anche la casa, un vanto del modello sociale “dalla culla alla tomba”, è diventata un problema, più che in Italia: “Carenza di appartamenti – specie nelle città – e limitazione delle nuove costruzioni gravate da assurde norme che rincarano gli immobili recenti, situazione di privilegio per chi ha la fortuna di occupare un appartamento e problemi per le giovani coppie, pagamenti sottobanco, tipici di ogni economia sommersa obbligata ad ingegnarsi per evitare le assurde regole statali. Chi si iscrive alle liste d’attesa per ottenere un appartamento comunale a Stoccolma sa di dover aspettare dai quindici ai quarant’anni”. L’economista svedese Johnny Munkhammar spiega che l’altissimo tasso di disoccupazione svedese è una conseguenza diretta del welfare: “lo Stato sociale ha finito per penalizzare chi lavora e produce, mentre, con i sussidi, ha premiato solo chi non lavora”. Però la maggior parte dei politici europei, tutti, chi più chi meno, continuano a guardare alla Scandinavia come ad un modello da imitare, sbandierato per giustificare l’opposizione a riforme liberali, per tenere in piedi i carrozzoni statali che loro stessi hanno costruito. Non vogliono vedere che, dopo cinquanta anni di statalismo, l’Urss è morta (per ragioni economiche e non per una sconfitta politica) e anche le socialdemocrazie scandinave non stanno bene.

Già che ci siamo, potremmo anche puntualizzare che mentre la Svezia registrò uno dei più alti tassi di crescita nel mondo dal 1890 al 1950, lo stato intervenne e come, in modi piuttosto discutibili :

L’ utopia eugenetica del welfare state svedese (1934-1975)

Eugenetica, ombra scura sul modello svedese Per quarant’ anni, nel quadro della socialdemocrazia, si sterilizzarono gli «esseri inferiori». Ancora oggi siamo abituati a considerare il welfare state realizzato in Svezia dalla socialdemocrazia come una delle grandi, e più positive, esperienze politico-sociali del XX secolo. Ma che le cose non stessero interamente così, che il tanto magnificato «modello svedese» avesse anche qualche tratto oscuro, perfino qualche venatura autoritaria, venne fuori in realtà alla fine degli anni Novanta quando, quasi per caso, una ricercatrice svedese, Maija Runcis, fece una scoperta sconvolgente. Si rese conto che nella Svezia socialdemocratica, in cui nessuno – così, almeno, si era sempre sostenuto – doveva essere trascurato o lasciato indietro, erano state compiute dal 1935 al ‘ 75 (anno di abolizione della relativa legge) oltre 60 mila sterilizzazioni, per il 90-95 per cento riguardanti donne. Ed erano state compiute precisamente con l’ intento, insieme eugenetico ed economico-sociale, di eliminare la capacità riproduttiva delle persone «difettose», cioè degli esseri umani «di tipo B» (come scrivevano comunemente, negli anni Trenta e Quaranta, gli addetti alle scienze sociali e mediche), ciò che avrebbe permesso di utilizzare al meglio le risorse per garantire il benessere della popolazione sana, degli esseri umani «di tipo A».

Sono discorsi che ricordano vagamente qualcosa…

Di questo argomento si occupa Luca Dotti. Il merito principale del suo volume consiste nel mostrare come la politica di sterilizzazione non rappresentasse un incidente di percorso nella lunghissima vicenda dei governi socialdemocratici che furono ininterrottamente al potere dal 1932 al ‘ 76. Negli anni Trenta l’ eugenetica riscuoteva un certo successo in vari Paesi occidentali. Ma in Svezia la sua diffusione poteva giovarsi della paura che, da un lato, il calo demografico (effettivamente in atto), dall’ altro il temuto aumento degli individui «di scarsa qualità» avrebbero indebolito la salute, fisica e morale, della popolazione.

E sulla questione del “calo demografico” avremo da dare un paio di dotte spiegazioni nella prossima puntata…

L’elemento probabilmente decisivo fu il fatto che preoccupazioni del genere vennero fatte proprie dalla socialdemocrazia una volta giunta al potere: la sua concezione di una «casa comune del popolo» (l’ equivalente svedese del welfare state) si dimostrò capace di riqualificare in senso economico-sociale la politica di eliminazione (attraverso la sterilizzazione) del materiale umano «di scarto», senza rinunciare del tutto alle vecchie argomentazioni di tipo biologico, fondate sull’ idea di una rigida trasmissione ereditaria delle (presunte) tare fisiche e morali degli individui. Furono i coniugi Gunnar e Alva Myrdal i massimi teorici di questo socialismo che attribuiva allo Stato e alla politica funzioni demiurgiche, affidandosi agli scienziati sociali e alle loro soluzioni indiscutibili, poiché queste si presentavano come il frutto del puro calcolo razionale. Economista (e a lungo capo del gruppo parlamentare socialdemocratico) lui, esperta di problemi della famiglia lei, i Myrdal furono anche insigniti del premio Nobel: il solo caso di coniugi premiati per due materie diverse e in due periodi differenti (i coniugi Curie, l’ unica altra coppia, avevano ricevuto entrambi il Nobel per la fisica).

Ricordatevi questi due fenomeni perchè torneranno a saltar fuori molto presto…

Nel 1934 un loro libro dedicato alla crisi demografica svedese non solo ebbe uno straordinario successo, ma svolse anche una funzione decisiva nell’ orientare la socialdemocrazia e l’ opinione pubblica verso misure tese a eliminare gli «individui superflui» così da evitare che la società sprecasse risorse a causa di persone giudicate irrecuperabili. … Fu così che pochi anni dopo, nel 1941, una nuova legge introdusse la possibilità di sterilizzare una più ampia casistica di persone. La legge, per la verità, indicava chiaramente che chi risultava capace di intendere e di volere avrebbe dovuto sottoscrivere la richiesta di sterilizzazione. Ma la presenza della firma, argomenta convincentemente Dotti, non certificava di per sé la volontarietà. Esistevano infatti molte forme di pressione che medici e assistenti sociali potevano mettere in atto per convincere ad accettare l’ intervento. : la possibilità di ricevere solo a quella condizione l’ assistenza contro la povertà, oppure la prospettiva di essere dimessi da un’ istituzione pubblica, nella quale si era costretti a soggiornare, solo dopo aver accettato l’ intervento d Quella raccontata da Dotti con precisione (anche se in una forma non sempre chiarissima) è una vicenda alla quale sono stati dedicati vari studi. E tuttavia su di essa spesso si preferisce sorvolare. Ad esempio, nella voluminosa e informatissima Enciclopedia della sinistra europea nel XX secolo (diretta da Aldo Agosti per gli Editori Riuniti), riguardo all’ opera dei coniugi Myrdal negli anni Trenta ci si limita sostanzialmente a scrivere che si batterono «a favore di ampi ed efficaci programmi di assistenza»; senza appunto menzionare la determinazione con cui quei programmi miravano anche a liberare la società dal peso del «materiale umano scadente». Si trattava, insomma, di programmi non privi nella pratica di risvolti autoritari, come era forse conseguenza inevitabile di un socialismo fortemente statalista, animato da una marcata diffidenza nei confronti della soggettività individuale. Quel socialismo si assegnava infatti il compito di intervenire dentro la sfera privata dei singoli. Non a caso Alva Myrdal partecipò alla progettazione di un modello abitativo di tipo collettivista, che puntava a regolare le aree più private della vita familiare, con la messa in comune di cucine, servizi e spazi per il tempo libero, nonché con la presenza di figure appositamente addette all’ alimentazione e all’ educazione dei bambini. In uno «slancio taylorista-totalitario», come lo definisce Dotti, il progetto arrivava a prescrivere quanto tempo ciascuno avrebbe dovuto impiegare nelle varie attività collegate alla vita domestica. Negli anni Settanta la modifica delle norme sulla sterilizzazione, sopravvissuta da allora nell’ ordinamento svedese soltanto come misura effettivamente volontaria, fu la conseguenza di decisivi mutamenti nel frattempo intervenuti entro l’ intera società riguardo al modo di concepire la malattia mentale e il disagio sociale. I malati, gli emarginati, in genere gli individui in difficoltà erano diventati soggetti da aiutare; non venivano più visti, dunque, come potenziali minacce che la società doveva neutralizzare attraverso la sterilizzazione. Si chiudeva così una esperienza che aveva mostrato quanto, anche nei regimi democratici, possa diventare pericolosa una politica che non si assegni dei limiti, che non dovrebbe essere lecito varcare neanche nella prospettiva, destinata a rivelarsi un’ illusione, di fare in tal modo il superiore interesse di tutta la società.

E tanto per non perdersi d’animo con queste macabre notizie che casualmente sfuggono ai Tg mentre parlano di Cogne o altre amenità…

L’utopia femminista nella Svezia Rosa

Articolo tratto da Repubblica del 6/11/05 di Concita De Gregorio Un neopartito delle donne dove ha prevalso l’ala oltranzista, gay e transessuale, che ora punta a “distruggere l’ordine patriarcale”. Nel programma anche una tassa da imporre ai neonati maschi. Ideologie estreme il reportage Qui le signore siedono nelle poltrone di comando in politica e negli affari, qui non c´è bisogno di quote, la parità tra i sessi è quasi perfetta: eppure, in aprile è nato un “partito delle donne” che ha sbancato i sondaggi, per poi imboccare una via bizzarra. Sull´ala moderata ha prevalso quella oltranzista, gay e transessuale, che ora punta a “distruggere l´ordine patriarcale” Nel programma anche una tassa da imporre ai neonati maschi. Dopo l´iniziale successo, il movimento è imploso in una serie di risse interne che hanno portato quattro fondatrici ad andarsene sbattendo la porta. Questo è un viaggio spettacolare: è come salire su una macchina del tempo e mettere la lancetta al 2055, scendere e vedere com´è. Vedi meraviglie e schifezze naturalmente, prima fai oohh a bocca aperta poi guardi meglio e fai mah, però dei dubbi parliamo dopo. Prima lo stupore. Il viaggio è breve: tre ore di volo da Roma a Stoccolma. Da Roma, dove in Parlamento gli uomini dicono «quelle, le donne, non devono scassare la minchia» e bocciano una legge sulle “quote rosa” di per sé già ridicola – ne sarebbero entrate una su dieci, alle Camere – fino alle isolette di Stoccolma dove le signore sono la metà del Riksdag, in otto hanno progettato l´ultima Volvo, c´è una vicecapo di Stato maggiore, quando fanno un figlio stanno a casa (pagate) quasi un anno e mezzo, le ministre sono undici, le pilote di aereo in percentuale più delle maestre d´asilo, Vittoria sarà regina, Anne Lindh sarebbe stata primo ministro se un pazzo non l´avesse accoltellata al secondo piano dei grandi magazzini dove da ministro degli Esteri era senza scorta a fare la spesa, le prostitute sono accudite come vittime e i clienti vanno in galera, già Cristina di Svezia nel 1600 aveva una fidanzata, Cartesio come insegnante di filosofia e abdicò pur di non sposarsi, gli uomini fanno più fatica a trovare lavoro (il loro problema è il tasso di disoccupazione maschile) e non c´è ufficio, non c´è sala d´attesa né centrale comandi dove la parità sia meno che perfetta, del resto anche gli Abba erano in quattro divisi così: due e due. Dunque, la Svezia. Adesso non stiamo qui a dire la meraviglia dell´uguaglianza fra i generi che il Nord Europa ha prodotto perché si sa che tanto le obiezioni sono sempre le stesse: quella è un´altra cultura, sono in pochi, non hanno il Papa, eccetera. No, la questione è un´altra. La questione è che in Svezia nell´aprile di quest´anno è nato un Partito Femminista – è nato, non esisteva prima – che si candiderà alle elezioni politiche del prossimo anno e che i sondaggi hanno accreditato al suo esordio di un gradimento del 25 per cento da parte dell´elettorato, e di una ragionevole intenzione di voto dell´8 per cento. Un´enormità, difatti Le Monde, il New York Times e l´Herald Tribune gli hanno subito dedicato le prime pagine sotto titoli che dicono, più o meno: che altro vogliono le donne, in Svezia? Una buona domanda, quindi tutti a leggere il programma di Feministiskt initiative e della sua energica ma esile e sorridente leader Gudrun Schyman, già segretario dell´ex Partito comunista, ora Partito della sinistra, abbandonato appunto per «manifesto maschilismo». La seconda notizia, assai meno divulgata, è che nel giro di sei mesi il Partito di iniziativa femminista è imploso in una ridda di risse interne, quattro delle fondatrici se ne sono andate dicendo una di essere vessata in quanto «eterosessuale borghese», un´altra «per deficit democratico», una terza per «l´effetto boomerang che la proposta sta producendo». Ad oggi le intenzioni di voto sono crollate all´1,3 per cento, le chat pullulano di frasi di scherno (maschili) corredate con le facce dei diavoletti sorridenti, l´agenzia Internet di scommesse Unibet dà l´ingresso delle femministe in Parlamento al 4.5: punti 100 corone ne vinci 450, non è moltissimo ma fa già gola. Dunque cosa è successo? È successo questo: l´ala radicale ha preso il sopravvento. Al congresso di settembre, il primo congresso, il femminismo per così dire gentile e dialogante è stato sconfitto dal femminismo armato. Il vento della vendetta storica si è abbattuto sulle docenti universitarie, le filosofe del pensiero di genere, le liberali che insieme avevano fondato il gruppo: vendetta sui maschi. L´ala omosessuale, bisessuale, transessuale del partito ha imposto il suo programma: distruggere l´ordine patriarcale. Proprio così: distruggere.

Notiamo una certa ricorrenza di questa “distruzione dell’ordine patriarcale”, che coincide con la disgregazione della famiglia e della separazione fra matrimonio e paternità. Chi ci guadagna, sono sempre gli stessi.

Di seguito, i punti del programma.

Pronti ???

Primo, tassare alla nascita tutti i bambini maschi. Tassarli in quanto maschi, perché siccome gli uomini a parità di incarico guadagnano il 25 per cento in più delle donne è giusto che rifondano la somma che usurperanno fin dal momento in cui vengono al mondo. Secondo, e conseguente: risarcire del 25 per cento di salario sottratto e ristabilire immediatamente la norma «equal pay for equal work». Terzo: eliminare i nomi sessuati, dare ai bambini nomi neutri in modo che possano decidere loro, da grandi, se si sentono maschi o femmine. Quarto: obbligare gli uomini a stare a casa otto dei sedici mesi concessi dallo Stato per la maternità/paternità. Non «dar loro la possibilità di»: questo è già legge. Obbligarli. Quinto: abolire il matrimonio e sostituirlo con un «codice di convivenza civile» che non faccia riferimento al genere e al numero delle persone coinvolte.

Ora, a parte le genialate stile “i maschi devono pagare in quanto tali” e altre amenità, possiamo cortesemente sapere dove cacchio si vuole arrivare? Come mai queste baldracche incazzate possono aprire bocca e dire qualsiasi cosa senza essere tacciate di “sessismo”?

Il quinto punto ha subito fatto pensare ad una legittimazione della poligamia perciò le proponenti hanno dovuto precisare: odiosa poligamia esclusa. Sesto: limitare la presenza degli uomini dei gruppi direttivi al 25 per cento. Settimo: stabilire per legge che nessuna donna deve percorrere più di 15 minuti di strada a piedi per raggiungere un servizio essenziale. Alla faccia della libertà. Ma ora arriva il bello : Ottavo: rivedere la legge sulla violenza sessuale nel punto in cui si dice che la donna offesa deve dimostrare di aver resistito. La donna, anche nell´ambito domestico, non deve fornire un silenzio assenso all´atto sessuale ma deve esplicitamente richiederlo. chiaro il concetto? Nono: aprire un´inchiesta governativa che stabilisca perché le ambulanze arrivano più tardi quando a patire un infarto è una donna. Decimo: abolire la monarchia. Ora, come chiunque può apprezzare, il decalogo ha punti di forza e altri di debolezza. Il punto due, «equal pay for equal work», è sacrosanto e difatti il governo socialdemocratico di Goran Persson ne ha fatto l´asse del suo programma di «gender equality», uguaglianza di genere: non c´è una ragione al mondo per cui le donne che fanno lo stesso lavoro degli uomini debbano guadagnare di meno. Al punto nove, quello degli infarti, si può obiettare che le donne – è scientificamente provato – ne accusano di meno ma, certo, quando capita le ambulanze non devono arrivare in ritardo. Più complesso appare regolare per legge la sessualità domestica. Persino più complesso tassare i neonati maschi e obbligare i genitori a dar loro un nome neutro.

Notiamo che l’imbecille giornalista usa il termine “complesso”.

Lasciando il partito, Helena Brandt, verde, ha detto che «Iniziativa femminista è diventato un partito omosessuale, bisessuale, transessuale. Non quello che io pensavo all´atto della fondazione: io sono contro le discriminazioni di genere, tutte». In effetti il primo quotidiano di Svezia, Dagens Nyheter, osserva come transessuali e transgender abbiano trovato lì ospitalità. Il commentatore politico Bjorn Elmbrant rileva che «bello o brutto che sia le questioni legate ai diritti dei gay non possono interessare più di ottocento elettori». Forse qualcosa di più, ottocento sono pochi, ma resta in effetti sorprendente come una politica di lunghissimo corso parlamentare come Gudrun Schyman abbia lasciato sbattendo la porta la guida del Partito della sinistra per mettersi a capo di una formazione così connotata. Sarebbe come se, fatte le proporzioni, Fassino lasciasse i Ds per capitanare alle prossime politiche un Partito Priscilla. Lei, Schyman, respinge fermissima le obiezioni: «È un mito che la Svezia sia un paese egualitario. Anche gli svedesi pensano che il più sia fatto, che resti solo un po´ di polvere negli angoli, ma nella vita reale le cose stanno andando indietro. La sinistra è incapace di vedere la sottomissione della donna. Preferirei un governo borghese con orientamento femminista che un governo di sinistra così». Delle compagne che se ne sono andate dice che erano «esasperate dalle pressioni esterne», niente rivalità interna al partito. Tuttavia la cronistoria è questa. I primi malumori dell´ala moderata sono iniziati in estate, dopo la messa in onda sul primo canale tv del documentario La guerra di genere, The gender war. Il programma conteneva affermazioni assai poco dialoganti tipo «gli uomini sono animali», opinione di Ireen von Wachenfeldt. Vivaci reazioni sulla stampa. La prima a lasciare è stata a settembre Tina Rosemberg, docente di teorie di genere all´Università di Stoccolma: «In sei mesi la parola “femminista” è diventata in Svezia un epiteto offensivo. Siamo colpite da un antifemminismo di ritorno». La seconda, la verde Helena Brandt: «È diventato un partito omosessuale». La terza, Susanne Linde, nata nella sinistra del partito liberale: «Me ne vado perché mi vessano per il fatto di essere una eterosessuale borghese». Ultima Ebba Witt Brattstrom, docente di letteratura e femminista storica, 50 anni, 4 figli, capofila del pensiero di genere: «C´era un deficit democratico, avevamo difficoltà a lavorare insieme». Nel frattempo al governo qualcosa è successo. Goran Parsson, impressionato dai primi sondaggi di Feministiskt initiativ, ha dato nuovo impulso e nuova linfa alla battaglia per l´equilibrio: ha stanziato il 30 per cento di fondi in più per le associazioni femminili che lo studiano e lo promuovono, ha proposto in Europa un osservatorio comunitario per le Pari opportunità. I sindacati valutano nel merito. Wanja Lundy Wedin, della LO Union Group, trova che in effetti «Iniziativa femminista sia diventata un freno al femminismo per le modalità con cui si pone, ma alcuni dei temi sono seri: sull´aspettativa per maternità/paternità per esempio noi proponiamo che sia divisa in tre parti. Obbligatoria cinque mesi per la madre, cinque per il padre e cinque a scelta». Al momento sono le donne che ne usufruiscono all´80 per cento: massima riprovazione pubblica e condivisa. Sten Dahlborg, giovane amministratore delegato di un´impresa di oggetti di alta tecnologia medica, padre di due figli piccoli, moglie nordafricana con studi e passaporto americano, trova che «sia insensato obbligare i padri a stare a casa cinque o otto mesi, come è insensato obbligare le madri. Bisogna far prevalere il buon senso, oltre che il libero arbitrio. Ci sono ragioni per cui le famiglie scelgono come comportarsi e in quelle ragioni lo Stato non può entrare. Trovo giustissima la battaglia per la parità di stipendio, mi stupisco che non sia ancora così. Trovo ingiusto che ancora oggi ci sia qualche azienda che blocca l´accesso delle donne ai livelli di comando. Trovo insensato che mi dicano come devo chiamare mio figlio e che devo pagare una tassa se nasce maschio: grottesco direi. Non rende un buon servizio alla causa, giusta, della loro battaglia». Anche il nuovo ambasciatore italiano a Stoccolma, Francesco Caruso, si sorprende dell´ingenuità con cui il nuovo partito usa un argomento così impopolare come l´abolizione della monarchia: «Qui in Svezia la monarchia è davvero un simbolo dell´unità nazionale, ed è amatissima». Sulla presenza delle donne nella società produttiva alla Camera del lavoro di Stoccolma mostrano dati che a noi sembrano lunari, venusiani: il “gender gap”, la differenza fra la percentuale di lavoratori uomini e donne, nel caso di donne con un figlio è del 9,8 per cento (Italia: 40,9) e scende, nel caso di due figli, al 9,4 (Italia: 49,9). Vuol dire che, rispetto a quel che fanno gli uomini, meno di una su dieci madri rinuncia al lavoro per stare a casa. Otto donne su dieci in Svezia hanno un impiego fuori casa: sono la metà della forza lavoro complessiva, il tasso di disoccupazione femminile è di un punto più basso di quello maschile. In Parlamento le elette sono il 45,3 per cento, quasi la metà. In Italia l´11, per ora. Con la nuova legge vedremo. In Namibia – per intendersi – sono il 22, in Mozambico il 25. Nove bambini su dieci fino ai sei anni sono assistiti a tempo pieno dalla scuola materna pubblica. Gli asili privati non esistono. «Detto questo, bisogna stare attenti alle esagerazioni del welfare: da noi si sta talmente bene anche in carcere, ti danno persino uno stipendio, che certi studi dimostrano come tra gli immigrati in arrivo dai Paesi Baltici ci sia gente che commette reati perché preferisce stare in galera qui piuttosto che a casa nel suo paese», dice il giovane manager. Chissà se questa è già una di quelle leggende che alimentano la xenofobia di ritorno. Di Gudrun Schyman i giornali di destra e i siti Internet ostili ricordano un passato di alcolismo, alcuni ricoveri e un episodio minore di corruzione. L´alcolismo nei paesi che gelano a novembre e rivedono terra e luce a maggio è piuttosto diffuso. L´episodio di corruzione è paragonabile all´uso di un telefono di servizio per chiamate di famiglia. Anche qui: un´altra cultura, a certe latitudini anche le parole cambiano senso. La signora Schyman al momento sta benissimo: avverte che le campagne di disinformazione «si inquadrano nell´opera capillare di denigrazione della battaglia delle donne». È sicura che a settembre del 2006 – in Svezia si vota sempre a settembre, sempre la stessa settimana del mese – il suo partito sarà al Riksdag, in Parlamento. La sua assistente, congedandosi, chiede notizie di Buttiglione, «quello che doveva fare il commissario europeo. Cosa fa ora da voi, è vero che è ministro?». Ministro, sì. Cultura.

Avanti con la “democratica Svezia”…

Svezia, toilette discriminanti

Gentile Severgnini, mi capita molto spesso, dal mio punto di osservazione privilegiato di “esiliato”, di sentire esaltare, talora con toni quasi estasiati, la capacità dei paesi nordici di sovvertire il costume con riforme ardite, che, contrariamente a quanto avverrebbe nel nostro disgraziato paese, sarebbero accolte con entusiasmo e disciplina dalle popolazioni a cui sono rivolte. Un esempio recente. Gruppi femministi dell’Università di Stoccolma hanno stabilito che sarebbe opportuno rimuovere dalle toilettes dell’Università tutti gli urinatoi “per uomini” in quanto intrinsecamente discriminatori. Compiere …gli atti per i quali tali apparati sono concepiti da una “posizione eretta” costituirebbe un’espressione di arroganza intollerabile da parte del sesso maschile. In termini più banali, il fatto che un sesso possa fare pipì in un modo diverso da un altro costituisce una violazione dell’eguaglianza tra gli esseri umani, un obbrobrio che, puritanamente, bisogna cercare di rendere invisibile, ad esempio tramite interventi architettonici (già da ora i bagni dell’università di Stoccolma hanno tutti le dimensioni di un salotto per renderli agibili agli handicappati, peraltro rarissimi). Dopo aver commentato con un certo sgomento questa notizia con un collega svedese, ho appreso che, con gli stessi argomenti, negli asili viene insegnato ai maschietti a fare pipì seduti. Sarebbe (a detta degli esperti) “più igienico”, dunque più rispettoso, nei confronti delle femminuccie. Metto i piedi nel piatto e chiedo (retoricamente): tra questo tipo di interventi (come quello che consiste ad imporre ai bambini dell’asilo di trastullarsi con bamboli e giocattoli “rosa”, per renderli meno ‘macho’), e la legge svedese sulla parità, che stabilisce che, per non so quale esigenza metafisica, assicurare che al Parlamento, come in ogni assemblea eletta, i due sessi siano rappresentati nella stessa misura, sarebbe una necessità vitale per la democrazia, vi è una differenza di merito, o solo di misura?

E con questo… alla prossima puntata…