ROMA – Ha diritto al mantenimento la ex moglie che sceglie di andare in pensione o di dimettersi, in una parola di fare scelte professionali meno remunerative ma piu’ consone alle proprie aspirazioni di vita.

Traduzione : se tu stai facendo qualcosa ma ad un certo punto scegli di fare altro e questo passaggio ti porta qualche vantaggio (altrimenti perchè intraprendere quella scelta?), salta fuori per magia un pirla che per legge dovrà pagarti la differenza in denaro.

Comodo.

E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza 17041 depositata il 3 agosto, ha accolto il ricorso di una signora emiliana: dopo aver scelto di andare in pensione, aveva chiesto l’assegno di mantenimento all’ex inizialmente non percepito per via del suo reddito.

Praticamente la “donna” in quanto tale è diventata una minaccia costante.
Alla faccia della “difesa dei diritti“.

Cassata la sentenza in senso opposto della Corte d’appello bolognese.

Cassazione: La ‘ex’ va in pensione? Sì al mantenimento

Roma, 6 ago. (Apcom) – Ha diritto al mantenimento la ex moglie che sceglie di andare in pensione o di dimettersi, in una parola di fare scelte professionali meno remunerative ma più consone alle proprie aspirazioni di vita. È quanto affermato dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza 17041 depositata il 3 agosto, ha accolto il ricorso di una signora emiliana: dopo aver scelto di andare in pensione, aveva chiesto l’assegno di mantenimento all’ex inizialmente non percepito per via del suo reddito.

Il Tribunale di Ravenna, infatti, aveva deciso nel ’92 sul divorzio senza prevedere alcuna somma in favore della donna. La Corte d’appello di Bologna, quasi dieci anni dopo, le aveva nuovamente negato l’assegno perchè, a suo parere, non c’era “lo stato di bisogno” necessario per rivedere le condizioni (economiche) della separazione”.

Contro questa decisione la donna ha fatto ricorso in Cassazione e lo ha vinto in pieno.

La sentenza della Corte d’appello bolognese è stata bocciata. Si legge nelle motivazioni redatte dal Collegio di legittimità: “appare palese come la Corte territoriale, affermando che lo stato di pensionata, che è alla base del deterioramento del di lei reddito, non può essere valutato quale giustificato motivo, attestane la volontarietà da parte della stessa, che si è in tal modo posta per propria scelta nella situazione costituente il fatto nuovo, abbia trascurato di apprezzare, incorrendo in violazione di legge, che, al fine di ritenere ingiustificate le cause dei sopravvenuti mutamenti delle condizioni economiche, non è sufficiente fare riferimento allo stato di pensionato ed alla relativa volontarietà di un simile stato ad opera di chi si è in tal modo posto per propria scelta in tale situazione”.

Spino> non si è capito un cazzo!

Non solo. “Occorre invece considerare – continuano i giudici della prima sezione civile della Cassazione – le specifiche circostanze che hanno accompagnato il pensionamento stesso, senza che la mera volontarietà di detto pensionamento, astrattamente comune ad ogni ipotesi di dimissioni o, più in generale, di richiesta di collocamento a riposo, possa di per sé escludere l’eventualità che la sopravvenuta diminuzione dei redditi di lavoro dell’istante sia suscettibile di assumere rilievo quale giustificato motivo di riconoscimento dell’assegno originariamente negato”.

Tradotto: nonostante la conquista sociale del divorzio, la palla al piede è per sempre (come il diamante)…

Ma chi guadagna in tutto ciò?

Nelle prossime puntate (da non perdere) scopriremo i legami fra famiglia, stato, calo demografico e leggi varie… risate assicurate.

Non finisce qui. Nella stessa decisione i giudici di legittimità hanno chiarito come le condizioni economiche e le scelte professionali di entrambi i coniugi (quello obbligato al mantenimento e quello che lo riceve) non possano essere “cristallizzate” dal divorzio.

Quindi puoi fare quello che ti pare, ma tanto sempre nel culo ti arriva.

Infatti, “l’incidenza dell’evento non può essere aprioristicamente esclusa in ragione del fatto che il decremento consegua a scelte dell’ex coniuge in ordine all’oggetto ed alle modalità di svolgimento della propria attività lavorativa, quale, ad esempio, quella di dismettere la precedente attività professionale per intraprenderne altra meno redditizia, ma maggiormente rispondente alle proprie aspirazioni o meno usurante“.

Talvolta mi sento in dovere di spargere qualche cattiva notizia.
Questo è il genere di “diritto” che molto presto scatterà tramite il semplice meccanismo della “convivenza”, senza neppure il bisogno di firmare un pezzo di carta.

Post-It per coloro che si battono per i “diritti gay” :

Avete o no capito dove vogliono andare a parare con Pacs e Dico?
Avanti :

Lui non la cura, lei muore di cancro

MILANO – Lui è un camionista milanese, 51 anni, iniziali N.L.N. Lei, la sua compagna, di origine slava, è morta nel 2002, di tumore, senza assistenza, senza cure, senza un aiuto. Lasciata morire. Ma erano “solo” conviventi e per la giustizia lui, il camionista, non è colpevole di alcunchè. In base al codice, almeno. La coscienza, poi, quella è un’altra cosa.

Lo ha deciso oggi la I sezione della Corte d’Assise che ha assolto N.L.N dall’accusa di abbandono di persona incapace perchè “il rapporto di convivenza, in quanto rapporto di fatto non disciplinato dalla legge, è privo di rilevanza penale”. La coppia viveva insieme da quindici anni pur senza essere – come dice la sentenza – disciplinati dalla legge. Non erano sposati, insomma. Due estranei sotto lo stesso tetto per cui però non scatta alcun tipo di obbligo, nè civile nè penale.

Chi inizia a intuire a cosa servono Dico e Pacs, se non a regolamentare tutto questo?

Tutto bene finchè la donna si ammala: tumore, obbligo di cure, necessità di assistenza, un’agonia lunga. E in solitudine visto che lui, dicono le accuse, non si è preoccupato di assisterla e di farla curare.

Domanda : ma il generoso stato sociale che dona assistenza ai bisognosi con la sanità pubblica che pazientemente continuiamo a sovvenzionare obbligatoriamente….. dove cacchio ha speso i soldi che potevano servire per curare questa povera crista?

Spino> lo senti questo rumore? E’ il mangusta che decolla per l’Iraq!

Coro> Evviva la democrazia!

Ma la speranza mi fa pensare che prima o poi qualche pirla farà 4 conti in tasca e inizierà l’allegro linciaggio di simpatiche persone in giacca e cravatta, chiedendo cortesemente di fare un lavoro vero e smetterla di fottere soldi per proteggere raffinerie, pagare soldati che torturano prigionieri e infine per leccare il culo ad Israele.

Abbandono di persona incapace fino a causarne la morte. Secondo l’accusa, non le avrebbe somministrato le cure necessarie, tanto che la donna muore il 19 maggio 2002 dopo una lunga e devastante malattia che l’aveva ridotta a pesare 30 chili.

Con queste accuse, mosse dai parenti di lei, il camionista è finito sotto processo. Consulenti e periti confermano lo stato di totale abbandono in cui era stata lasciata la donna. Ma la Corte d’Assise lo ha assolto. Scrivendo una sentenza destinata a far discutere.

Per il presidente Luigi Domenico Cerqua non può estendersi al rapporto di convivenza quanto previsto dall’articolo 143, comma 2, del codice civile “che limita ai soli coniugi l’obbligo all’assistenza morale e materiale”. Questo, infatti, comporterebbe una “inammissibile interpretazione analogica in mala partem”. Per il giudice “sarebbe infatti contra legem, in un sistema retto dal principio di legalità, rendere applicabile la norma penale anche alle violazioni di obblighi morali o di solidarietà, e quindi anche nei confronti delle famiglie di fatto, ovvero di coloro che convivono more uxorio”. “La cura, al pari della custodia – argomenta il presidente della Corte – deve fondarsi su uno specifico obbligo giuridico che trova la propria fonte nella legge o nel contratto, che peraltro fonda pur sempre nella legge la propria forza vincolante”. E’ obbligata alla cura, per esempio, la badante o l’infermiera che, in forza di un contratto, deve svolgere un determinato compito. Ma non due conviventi fantasma in quanto non riconosciuti da alcun tipo di contratto o articolo.

Si tratta di un primo grado e quindi di una decisione provvisoria in attesa di arrivare in Cassazione. Ma è una scelta che ha comunque un peso nel dibattito che riprenderà in autunno sui Dico e sulla sua ultima versione nota, i Cus – contratti di unione solidale – che portano la firma del senatore Giovanni Salvi, presidente della Commissione giustizia. La sentenza di Milano, infatti, è una negazione netta e chiara dei diritti delle coppie di fatto.

Tutto ciò assomiglia vagamente ad una “negazione dei diritti individuali”…
Ma l’importante è urlare ai 4 venti quante tutele e quanti diritti servono per le coppie gay.
Raggiunti gli accordi, tali diritti si riversano facilmente sulle “coppie di fatto”…
Giochino di fine anno : trovare il perchè.

In questo caso in “positivo” per l’imputato. In negativo da tutti gli altri punti di vita. E, anche, la dimostrazione che quando si parla di diritti per le coppie di fatto non ci si riferisce solo alle coppie gay ma anche, soprattutto, a quelle eterosessuali.

Cioè, voglio dire, non è che lo facciamo per i gay, ma per voi.

O meglio, lo facciamo per voi, ma pure per loro.
Chiaro?

Spino> non è che tentate di metterla nel culo ad entrambi?

Tra gli obiettivi dei contratti di natura privatistica che riconoscono i diritti alle coppie di fatto c’è proprio il riconoscimento dell’assistenza sanitaria in caso di malattia di uno o dell’altro convivente. Oltre al diritto a subentrare nel contratto di affitto piuttosto che a ricevere la pensione di reversibilità.

Ma il “contratto di natura privatistica” non tutela chi “non lo firma”.
Siamo sempre allo stesso punto, dunque pronti allo step successivo.

Al di là delle intenzioni dei giudici milanesi, la sentenza di assoluzione del camionista stupisce e chocca. E dimostra, in tutta evidenza, la necessità di un regolamento che riconosca diritti e doveri dei conviventi. Che sono anche etero e non solo omosessuali.

Il concetto viene riproposto più volte, con insistenza.
Come ignorando la propaganda pre-elettorale che veniva sbattuta in faccia al cittadino per mesi tramite televisioni varie.

Giustamente, questo dovrebbe ricordarci che l’ingegneria sociale dev’essere applicata alla maggioranza della popolazione, altrimenti serve a poco.
Il vantaggio che non si può far a meno di concepire è che la Cassazione non farà di certo confusione nel decidere a chi fottere il denaro. (indovina chi…)

Lui mantiene i figli maggiorenni?

Roma, 13 giu. (Adnkronos) – Il marito che continua a mantenere i figli anche a quarant’anni a causa dei loro ”redditi esigui” non e’ piu’ tenuto a mantenere la ex moglie. Lo ha sancito la Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso di Teresa B., una 63enne di Napoli, proprietaria di un attico al Vomero che vendeva porta a porta prodotti di bellezza e aveva conseguito un diploma di maestra giardiniera. La signora, che all’epoca del divorzio avvenuto nel ’96 aveva 57 anni, nel ’99 si era vista rispondere positivamente dalla Cassazione alla sua richiesta di mantenimento, ma la Corte d’appello di Napoli, nel marzo del 2002, aveva respinto ogni pretesa di Teresa anche alla luce del fatto che il titolo di studio le garantiva diverse chance, oltre a quella di venditrice porta a porta. La Cassazione, cui la signora si e’ rivolta per la seconda volta, ha bocciato defintivamente le sue pretese.

Oh!
altrove :

Cassazione: “Figli mantenuti fino a quando non lavorano”

ROMA – E’ inutile tentare di svicolare.

I padri, come le madri, sono obbligati a mantenere il figlio fino a quando non trova un lavoro o una fonte di reddito. Che poi abbiano venti o quarant’anni è del tutto irrilevante. Per la Suprema Corte di Cassazione l’età non è una discriminante. E l’ultima sentenza non fa che confermare quelle precedenti: l’obbligo al mantenimento non conosce limiti di età.

Questa volta il caso riguarda due ex coniugi. I due, tra le altre cose, continuano a litigare sul mantenimento delle due figlie, ormai più che maggiorenni. La più grande ha trentaquattro anni, la più “piccola” trentadue.
Mi state pigliando per il culo, vero?
I giudici perugini avevano stabilito che l’assegno mensile che il padre continuava a versare alle due donne non era più dovuto. Ma la prima sezione civile della Cassazione ha rinviato ai giudici d’Appello di Perugia la controversia.

Per i magistrati di piazza Cavour “l’obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, o oltre un dato limite della stessa, ma si protrae fino al momento in cui il figlio abbia raggiunto una propria indipendenza economica, ovvero versi in colpa per non essersi messo in condizione di conseguire un titolo di studio e di procurarsi un reddito mediante l’esercizio di una idonea attività lavorativa“, o ancora per aver ingiustificatamente rifiutato un lavoro.

Io ero rimasto che la schiavitù era finita.

Insomma, chi contesta di essere obbligato a mantenere i figli maggiorenni che ancora non lavorano, deve fornire la prova “che ciò dipenda da una condotta colpevole del figlio che persista in un atteggiamento di inerzia nella ricerca di un lavoro compatibile con le sue attitudini, rifiuti le occasioni che gli vengono offerte o abbandoni senza valide giustificazioni il posto di lavoro da lui occupato”. Insomma se il figlio ci marcia la prova spetta al genitore.

Principi ormai consolidati, che la Suprema Corte non manca mai di “ripete”. Principi ai quali i giudici di merito dovranno attenersi nel prendere le loro decisioni.

Ovviamente il padre che “svicola” è il colpevole di tutti i mali, quindi deve pagare.
(comodo)